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Sanità, 18,8 miliardi di “tagli invisibili”: il Fondo cresce, ma curarsi diventa più difficile

Il nono rapporto GIMBE misura le risorse che il Servizio sanitario avrebbe ricevuto mantenendo la quota di PIL del 2022. Non sono tagli nominali. Il dato più concreto, però, riguarda le persone: nel 2024 quasi 5,8 milioni hanno rinunciato a una visita o a un esame. E per il triennio 2027-2029 si apre un nuovo divario tra finanziamento e spesa prevista.

Il Fondo sanitario nazionale aumenta, ma sempre più cittadini aspettano troppo per una visita, pagano di tasca propria o rinunciano alle cure. È dentro questa apparente contraddizione che si trova il dato più discusso del nono rapporto GIMBE sul Servizio sanitario nazionale: 18,8 miliardi di euro di «tagli invisibili» tra il 2023 e il 2026.

La formula colpisce, ma va spiegata. Non significa che un governo abbia sottratto 18,8 miliardi già stanziati alla sanità. Il Fondo è cresciuto in valore nominale: da 125,4 miliardi nel 2022 a 142,9 miliardi nel 2026, con un incremento di 17,5 miliardi. GIMBE calcola invece quanto sarebbe stato finanziato il sistema se la quota di prodotto interno lordo destinata al Fondo fosse rimasta al livello del 2022, pari al 6,27%. La differenza cumulata nei quattro anni è, appunto, 18,8 miliardi.

È un confronto con uno scenario ipotetico, non un taglio di bilancio. Ma pone una questione politica reale: mentre crescono la ricchezza nominale del Paese, l’età media della popolazione e il costo di farmaci e tecnologie, quale parte delle risorse disponibili si sceglie di destinare alla sanità pubblica? Secondo GIMBE, la risposta degli ultimi anni è stata insufficiente. Il rapporto osserva anche che, una volta considerata l’inflazione generale, il finanziamento del 2026 è sostanzialmente tornato al livello del 2010.

La manovra aumenta i fondi. Perché allora si parla di crisi?

Il governo rivendica gli stanziamenti aggiuntivi. La legge di Bilancio 2026, nella ricostruzione del ministero della Salute, ha previsto ulteriori 2,38 miliardi per quell’anno e 2,63 miliardi per il 2027. Dire che non siano state aggiunte risorse sarebbe dunque sbagliato.

Il punto è stabilire se bastino. Un finanziamento può crescere in euro e perdere peso rispetto al PIL; può aumentare e lasciare comunque scoperte le spese necessarie a garantire personale, prestazioni e assistenza territoriale. Per giudicare una politica sanitaria non è sufficiente confrontare il Fondo di quest’anno con quello dell’anno precedente. Bisogna guardare a quanto costano i servizi e, soprattutto, a ciò che i cittadini riescono effettivamente a ottenere.

Su questo fronte il segnale è netto. Secondo i dati ISTAT ripresi da GIMBE, nel 2024 il 9,9% della popolazione, quasi 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita o a un accertamento diagnostico. Nel 2023 la quota era del 7,6%. Circa quattro milioni di persone hanno indicato le liste d’attesa tra le cause della rinuncia; circa 3,1 milioni hanno segnalato motivi economici. Le due cifre non vanno sommate: una stessa persona poteva indicare entrambi i problemi.

La rinuncia è il lato meno visibile della crisi. Chi paga una visita privata compare nelle statistiche della spesa sanitaria; chi non può permettersela e smette di cercare una risposta rischia di scomparire dai conti. Per questo l’aumento della spesa privata, da solo, non misura l’intera distanza tra il diritto alle cure scritto nelle norme e la possibilità di esercitarlo.

Il prossimo nodo: 32,3 miliardi di divario in tre anni

Il rapporto sposta poi l’attenzione sulla manovra che deve ancora essere scritta. Nelle previsioni del Documento programmatico di finanza pubblica 2026, analizzate da GIMBE, la spesa sanitaria aumenta in valore nominale, mentre la sua incidenza sul PIL passa dal 6,4% del 2026 al 6,3% nel triennio successivo. La differenza tra spesa prevista e finanziamento del Fondo sanitario sarebbe di 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029: 32,3 miliardi cumulati.

Anche qui serve precisione. Non sono 32,3 miliardi di tagli già approvati, né una cifra automaticamente equivalente a un disavanzo delle Regioni. Fondo sanitario e spesa sanitaria pubblica sono grandezze diverse, e le prossime leggi di Bilancio potranno modificare il quadro. Il dato identifica però una distanza che il governo dovrà spiegare come intende coprire. Se le risorse aggiuntive non arriveranno, la pressione si trasferirà sui bilanci regionali e sulle scelte relative a imposte e servizi.

La domanda, prima ancora di essere contabile, riguarda il modello di sanità che si vuole finanziare: quali prestazioni saranno garantite ovunque e con quali tempi? Senza una risposta, la crescita degli stanziamenti rischia di convivere con un peggioramento dell’accesso.

Più medici nel Paese non significa più medici nel servizio pubblico

La crisi del personale mostra perché il denaro stanziato non si trasforma automaticamente in cure. L’Italia, secondo i dati OCSE utilizzati da GIMBE, dispone di 5,8 medici ogni mille abitanti, più della media dei Paesi considerati. Eppure almeno 88.258 dei 339.256 medici censiti non lavorano nel Servizio sanitario nazionale né frequentano un percorso formativo post-laurea. Questo non significa che siano inattivi: una parte opera fuori dal sistema pubblico. Significa che il numero complessivo dei professionisti non descrive la capacità del SSN di assumerli e trattenerli.

Le difficoltà si concentrano nella medicina generale, in alcune specializzazioni e nei territori meno attrattivi. GIMBE stima, al 1° gennaio 2025, una carenza di 5.716 medici di famiglia rispetto al parametro di un professionista ogni 1.200 assistiti. È una stima costruita su quel parametro, non il conteggio di altrettanti ambulatori rimasti chiusi.

Per gli infermieri il problema è anche numerico: 6,9 ogni mille abitanti contro una media OCSE di 9,7, secondo il rapporto. Il rapporto tra infermieri e medici è di 1,2 a uno, la metà della media OCSE indicata da GIMBE. Senza personale sufficiente, una struttura nuova può aprire sulla carta senza offrire tutte le prestazioni promesse.

C’è poi il ricorso ai cosiddetti gettonisti. Nel biennio 2024-2025, i contratti per la fornitura esterna di personale sanitario hanno raggiunto 1,06 miliardi di euro. È il segno di servizi che devono continuare a funzionare mentre il sistema fatica a reclutare stabilmente. Limitare questi contratti può essere un obiettivo, ma non sostituisce una politica capace di rendere più sostenibile il lavoro nei reparti e sul territorio.

Regioni promosse, pazienti in attesa

I divari territoriali non si lasciano riassumere in una classifica. Nel 2024, 18 tra Regioni e Province autonome su 21 hanno superato la verifica dei Livelli essenziali di assistenza, contro 13 nel 2023. È un miglioramento. Ma l’analisi GIMBE dei LEA segnala che sei delle 18 amministrazioni promosse avevano almeno un’area di assistenza poco sopra la soglia minima.

Nello stesso anno sono aumentate le rinunce a visite ed esami. Non è una contraddizione nei dati: la verifica dei LEA misura alcuni aspetti dell’erogazione dei servizi, mentre la difficoltà concreta di ottenere una prestazione nei tempi utili richiede anche altri indicatori. Una Regione può rispettare formalmente la soglia e lasciare comunque cittadini bloccati in una lista d’attesa.

Il rapporto richiama inoltre i 5,15 miliardi di euro della mobilità sanitaria interregionale nel 2023: risorse legate alle cure ricevute fuori dalla propria Regione. Non ogni spostamento è indice di un fallimento — alcune prestazioni specialistiche sono concentrate per scelta — ma la dimensione del fenomeno rende indispensabile chiedersi quanta parte dipenda da servizi non disponibili o difficili da raggiungere vicino a casa.

Il privato non è tutto uguale. La possibilità di pagare, invece, fa la differenza

Nel 2025, secondo GIMBE, la spesa sanitaria complessiva è stata di 190,1 miliardi: 140,8 miliardi pubblici, 42,4 miliardi direttamente a carico delle famiglie e quasi sette miliardi intermediati da fondi e assicurazioni. Il pagamento diretto è diminuito dell’1% rispetto all’anno precedente, mentre è cresciuta la spesa intermediata, in particolare per le assicurazioni sanitarie volontarie.

Occorre distinguere il privato accreditato, che eroga prestazioni all’interno del SSN secondo regole e finanziamenti pubblici, dal privato pagato integralmente dai cittadini. Nel 2025 il sistema pubblico ha destinato 29,4 miliardi alle strutture convenzionate. È una componente del Servizio sanitario, non la prova, da sola, della sua sostituzione. Diversa è l’espansione delle prestazioni acquistate direttamente: nelle strutture non accreditate, la spesa tracciata dal Sistema Tessera Sanitaria è passata da 3,05 miliardi nel 2016 a 8,2 miliardi nel 2024.

Il rischio non è la presenza del privato in sé. È che il tempo necessario per curarsi dipenda sempre di più dalla possibilità di pagare una seconda volta, dopo aver già contribuito con le imposte al finanziamento del sistema universale.

Il PNRR sarà giudicato dai servizi, non soltanto dagli edifici

La stessa distinzione tra promessa e accesso vale per gli investimenti del PNRR. Il 29 settembre il governo ha trasmesso alla Commissione europea l’ultima richiesta di pagamento, che comprende dieci obiettivi relativi alla Missione Salute. Sulla base dei documenti pubblicamente disponibili, GIMBE afferma di poter verificare in modo indipendente il rispetto dei requisiti per tre di essi; per gli altri sette mancano informazioni pubbliche sufficientemente dettagliate. Questo non dimostra che gli obiettivi non siano stati raggiunti. Indica un limite della trasparenza con cui oggi possono essere controllati dall’esterno.

La verifica decisiva arriverà dopo: quante strutture saranno operative, con quale personale, quali orari e quali prestazioni? Una casa di comunità inaugurata ma priva delle figure necessarie non riduce una lista d’attesa. Un servizio attivo, raggiungibile e misurato nei suoi risultati sì.

Il rapporto GIMBE non dice che il Servizio sanitario nazionale abbia smesso di funzionare. Ricorda anzi che l’Italia continua a ottenere buoni risultati di salute. Avverte però che un sistema universalistico può indebolirsi senza un atto formale che lo cancelli: basta che aumenti la distanza tra le prestazioni garantite e quelle ottenibili. Per la politica, alla vigilia della manovra e delle prossime elezioni, la prova sarà colmare quella distanza. I miliardi annunciati contano; conteranno di più le visite, gli esami e le cure che renderanno possibili.

Fonti