Un drone entra nello spazio aereo della Lituania dalla Bielorussia nel cuore della notte. La NATO fa decollare i caccia, un Eurofighter italiano lo intercetta e lo abbatte. Quando gli artificieri raggiungono i resti scoprono che il velivolo trasportava un ordigno esplosivo. Poche ore più tardi in Lituania arriva Guido Crosetto, ministro della Difesa italiano, impegnato in una visita sul fianco orientale dell’Alleanza Atlantica.
La coincidenza temporale ha aperto uno scenario molto più inquietante della semplice violazione dello spazio aereo. Secondo quanto riferito da Open citando fonti della Difesa e dell’intelligence italiana, una delle ipotesi al vaglio è che il drone possa essere stato deliberatamente inviato come segnale politico a Crosetto, una sorta di avvertimento indirizzato al ministro proprio mentre visitava Polonia e Lituania, due dei Paesi NATO maggiormente esposti alla pressione russa.
È una pista che deve essere trattata con estrema cautela. Non esiste al momento una conferma pubblica che Crosetto fosse l’obiettivo politico dell’operazione, né le autorità lituane hanno ancora concluso formalmente che il drone fosse russo. Il ministro italiano ha parlato di una minaccia che “molto probabilmente” proveniva dalla Russia, mentre Vilnius attende l’analisi dei resti per determinarne con maggiore precisione origine, modello e traiettoria.
Ma se l’ipotesi italiana trovasse riscontro, l’incidente assumerebbe un significato che va molto oltre la Lituania. Non sarebbe soltanto l’ennesimo drone finito nello spazio aereo della NATO: diventerebbe un messaggio politico trasmesso attraverso un’azione militare calibrata per intimidire senza provocare apertamente uno scontro.
Cosa è accaduto nei cieli della Lituania
La sequenza dei fatti accertati comincia poco dopo la mezzanotte tra il 14 e il 15 settembre. Un drone viene rilevato nello spazio aereo lituano e scatta l’allarme. Secondo il Centro nazionale per la gestione delle crisi della Lituania, il velivolo sarebbe entrato con ogni probabilità dalla Bielorussia, alleata della Russia e territorio dal quale Mosca ha condotto parte delle proprie operazioni militari contro l’Ucraina.
La NATO reagisce facendo decollare gli aerei della missione di difesa aerea del Baltico. Due Eurofighter F-2000 della Task Force Air italiana “Baltic Thunder III” vengono fatti partire in modalità scramble, cioè con un decollo immediato per intercettare una potenziale minaccia. Il drone viene quindi abbattuto nei pressi di Pratkūnai, non lontano da Kaunas, e i resti finiscono in un’area rurale.
È la stessa Difesa italiana a confermare ufficialmente l’intervento degli Eurofighter. Gli artificieri lituani individuano poi tra i rottami un dispositivo esplosivo, successivamente neutralizzato. Non siamo quindi davanti a un semplice piccolo drone civile entrato accidentalmente in uno spazio aereo proibito.
Resta invece aperta la questione decisiva: chi lo ha lanciato e perché?
Crosetto: “Probabilmente proveniva dalla Russia”
Arrivato in Lituania, Crosetto ha incontrato il ministro della Difesa lituano Robertas Kaunas e i militari italiani impegnati nella missione NATO. È stato proprio il ministro italiano a fornire una prima valutazione sulla possibile origine del velivolo.
Secondo Crosetto, la minaccia “molto probabilmente” proveniva dalla Russia. È una formulazione importante perché indica quale sia l’orientamento preliminare della Difesa italiana, ma non equivale ancora a un’attribuzione definitiva.
Kaunas è stato ancora più prudente. Il ministro lituano ha spiegato che sarà necessario analizzare i resti prima di poter stabilire chiaramente se si trattasse di un drone russo e, soprattutto, se l’ingresso nello spazio aereo lituano rappresentasse una provocazione deliberata.
Questa distinzione non è secondaria. Negli ultimi mesi anche droni ucraini sono entrati accidentalmente nello spazio aereo dei Paesi baltici, in alcuni casi dopo essere stati deviati da sistemi di guerra elettronica. Caccia NATO ne hanno già abbattuti in Estonia e Lettonia.
Questa volta, però, la presenza dell’esplosivo e il contesto politico rendono inevitabile una verifica molto più approfondita.
La pista dell’intelligence italiana: un segnale a Crosetto
È a questo punto che emerge l’ipotesi più delicata.
Secondo Open, fonti della Difesa e dell’intelligence italiana starebbero valutando la possibilità che l’operazione fosse stata concepita come un avvertimento indirizzato proprio a Guido Crosetto. Il drone è stato lanciato quando il ministro non era ancora arrivato in Lituania, ma la sua visita sul fianco orientale della NATO era programmata e conosciuta.
Crosetto proveniva dalla Polonia e avrebbe raggiunto poche ore dopo i militari italiani schierati a Šiauliai. Il messaggio, secondo questa lettura, non sarebbe stato quindi un tentativo di colpire fisicamente il ministro, ma qualcosa di diverso: dimostrare che Mosca conosce i movimenti politici e militari occidentali e che è in grado di produrre una minaccia proprio nel luogo nel quale un esponente di primo piano della NATO sta per arrivare.
È fondamentale ribadirlo: questa interpretazione non è stata confermata pubblicamente dalle autorità italiane o lituane. Open riferisce che sarebbe sostenuta da elementi circostanziati non ancora resi pubblici e da fonti appartenenti agli apparati italiani.
Finché quegli elementi non emergeranno, rimane una pista e deve essere raccontata come tale.
Perché proprio Crosetto
Se la pista fosse confermata, bisognerebbe chiedersi perché un eventuale messaggio russo sarebbe stato indirizzato proprio al ministro italiano.
Crosetto è diventato negli ultimi anni uno degli esponenti del governo italiano più esplicitamente schierati sulla necessità di rafforzare la difesa europea e mantenere il sostegno militare all’Ucraina. Anche quando all’interno della maggioranza italiana sono emerse posizioni differenti nei confronti di Mosca, il titolare della Difesa ha mantenuto una linea sostanzialmente coerente con quella della NATO.
La sua visita in Polonia e Lituania assume inoltre un significato particolare. Non sono due destinazioni qualsiasi: rappresentano una parte essenziale del fianco orientale dell’Alleanza, la regione nella quale il contatto tra spazio NATO, Bielorussia e Russia è più diretto e nella quale il rischio di incidenti o provocazioni è considerato più elevato.
L’Italia partecipa direttamente alla protezione di quel fronte. E proprio un caccia italiano ha abbattuto il drone.
Se davvero l’operazione fosse stata pensata come messaggio politico, quindi, la scelta del momento avrebbe avuto una simbologia evidente: un ministro italiano arriva per ribadire la presenza della NATO e un velivolo potenzialmente ostile viene intercettato da militari italiani poche ore prima.
Il precedente dei droni baltici impone prudenza
C’è però un elemento che impedisce qualsiasi conclusione affrettata.
Il Baltico è diventato negli ultimi mesi un ambiente estremamente complesso dal punto di vista della guerra elettronica. La Russia utilizza intensamente sistemi di disturbo e manipolazione dei segnali satellitari, mentre Ucraina e Russia conducono operazioni con droni a lunghissimo raggio.
Il risultato è che non ogni drone entrato nello spazio NATO rappresenta necessariamente una provocazione deliberata.
Nel maggio scorso caccia NATO hanno abbattuto un drone ucraino finito nello spazio aereo estone. Episodi analoghi sono avvenuti in Lettonia. Kiev ha spiegato in diverse occasioni che alcuni velivoli possono perdere la rotta a causa delle interferenze russe.
Soltanto due giorni prima dell’incidente del 15 settembre, inoltre, la Lituania aveva chiuso temporaneamente l’aeroporto di Vilnius e fatto decollare i caccia NATO dopo un nuovo allarme drone. In quel caso l’ispezione visiva aveva permesso di scoprire che gli oggetti rilevati dai radar erano semplicemente uno stormo di uccelli.
Il livello di allerta è dunque elevatissimo e proprio per questo ogni episodio deve essere verificato prima di attribuirgli un significato strategico.
Ma questa volta c’era un esplosivo
Il caso del 15 settembre presenta tuttavia una differenza sostanziale: sul drone è stato trovato un ordigno esplosivo.
Questo non dimostra da solo che l’obiettivo fosse la Lituania. Un drone militare destinato a un bersaglio ucraino potrebbe teoricamente essere stato deviato dalla propria rotta e finire accidentalmente oltre il confine. Ma rende l’incidente inevitabilmente più grave.
Un velivolo armato è entrato nello spazio aereo di un Paese NATO ed è stato abbattuto da un caccia dell’Alleanza.
Se l’analisi dei rottami dovesse confermare l’origine russa, il passaggio successivo sarà stabilire se il drone abbia attraversato il confine per errore, a causa di un malfunzionamento o delle interferenze elettroniche, oppure se la traiettoria fosse intenzionale.
Ed è soltanto in quest’ultimo scenario che la pista dell’avvertimento politico a Crosetto acquisterebbe una consistenza completamente diversa.
Un messaggio non ha bisogno di colpire il bersaglio
C’è un aspetto della guerra ibrida che aiuta a comprendere perché l’ipotesi non possa essere liquidata a priori.
Un’operazione di intimidazione non deve necessariamente provocare danni per raggiungere il proprio obiettivo politico. Anzi, in alcuni casi il messaggio funziona meglio proprio quando evita di provocare vittime e quindi di costringere l’avversario a una risposta.
Entrare nello spazio aereo di un Paese NATO, obbligare i caccia dell’Alleanza a decollare, dimostrare la vulnerabilità del fianco orientale e farlo alla vigilia dell’arrivo di un ministro della Difesa potrebbe avere un significato politico anche senza colpire alcun obiettivo.
Il destinatario comprenderebbe il segnale. L’autore potrebbe contemporaneamente negare qualsiasi intenzionalità.
È esattamente questa plausibile negabilità a rendere così difficili da contrastare molte operazioni ibride.
La strategia della soglia
L’incidente lituano si inserisce così perfettamente nel problema che La Voce Nuova ha analizzato nei giorni scorsi: la strategia della soglia.
Mosca viene accusata da governi europei e servizi occidentali di moltiplicare sabotaggi, cyberattacchi, interferenze elettroniche, campagne di disinformazione e altre operazioni ostili che producono effetti reali senza raggiungere chiaramente il livello di un attacco militare convenzionale.
La logica è semplice quanto pericolosa. Se un’azione è abbastanza grave da intimidire ma non abbastanza grave da provocare una risposta militare, l’aggressore conquista uno spazio operativo nel quale può continuare ad avanzare.
Il drone sulla Lituania pone la stessa domanda in una forma ancora più concreta: quanto deve essere grave una violazione dello spazio aereo NATO perché smetta di essere considerata un incidente e diventi un’aggressione?
Non esiste una risposta automatica.
L’articolo 5 non scatta premendo un pulsante
L’articolo 5 del Trattato Atlantico stabilisce che un attacco armato contro un alleato viene considerato un attacco contro tutti. Ma non esiste un automatismo per cui qualsiasi drone russo che attraversi una frontiera NATO provochi una guerra tra l’Alleanza e Mosca.
Devono essere valutati natura dell’azione, intenzionalità, conseguenze, attribuzione e contesto.
La NATO ha inoltre chiarito negli ultimi anni che persino operazioni cyber o ibride particolarmente gravi potrebbero, in determinate circostanze, raggiungere la soglia dell’attacco armato. Proprio questa elasticità serve a impedire a un potenziale avversario di conoscere esattamente il limite entro il quale può agire senza provocare una risposta collettiva.
Ma l’ambiguità presenta anche il problema opposto: può spingere l’avversario a testare continuamente quella soglia.
Un drone oggi. Un sabotaggio domani. Un’interferenza elettronica il giorno successivo.
Ogni episodio diventa anche un esperimento sulla reazione occidentale.
Non è un incidente isolato
Il contesto del 15 settembre rende ancora più significativo ciò che è accaduto nei cieli lituani.
Nelle stesse ore la Danimarca ha denunciato che una nave militare russa avrebbe lanciato razzi di segnalazione in direzione di un elicottero militare danese impegnato in un’operazione di sorveglianza nel Baltico. Copenaghen ha definito l’episodio irresponsabile e ha convocato l’ambasciatore russo.
In Polonia sono stati attivati velivoli militari in risposta alla nuova attività dei droni russi contro l’Ucraina occidentale. In Germania proseguono le verifiche su altri episodi che coinvolgono droni nei pressi di infrastrutture sensibili, mentre nei Paesi Bassi sono in corso indagini su una serie di sabotaggi ferroviari coordinati, dei quali tuttavia non è stata stabilita pubblicamente la responsabilità.
Non tutti questi episodi possono essere attribuiti automaticamente alla Russia e sarebbe scorretto costruire una regia unica senza prove. Ma il loro accumularsi spiega perché le capitali europee stiano guardando con crescente preoccupazione a qualsiasi nuova violazione o provocazione sul fianco orientale.
Il paradosso della risposta italiana
C’è infine un elemento quasi simbolico nella vicenda.
Se davvero il drone fosse stato pensato come un avvertimento a Crosetto, il risultato immediato sarebbe stato l’opposto di quello presumibilmente desiderato: a neutralizzarlo sono stati proprio i militari italiani che il ministro era arrivato a visitare.
Crosetto ha utilizzato l’episodio per sottolineare l’importanza della presenza italiana sul fianco orientale e il valore della difesa collettiva della NATO. La missione degli Eurofighter è diventata così la dimostrazione concreta del principio che la visita ministeriale avrebbe dovuto ribadire politicamente.
È anche il limite delle operazioni di intimidazione. Possono generare paura, ma possono contemporaneamente rafforzare la coesione dell’avversario.
Molto dipenderà da ciò che emergerà dall’analisi del drone.
La domanda decisiva è l’intenzione
A questo punto i fatti accertati sono sufficientemente chiari. Un drone armato è entrato nello spazio aereo lituano dalla direzione della Bielorussia ed è stato abbattuto da un caccia italiano della NATO. Crosetto ritiene probabile una provenienza russa. Il ministro lituano conferma la presenza dell’esplosivo ma attende le verifiche prima di attribuire definitivamente il velivolo a Mosca.
Poi cominciano le ipotesi.
Tra queste c’è quella, riferita da fonti italiane a Open, secondo cui l’operazione potrebbe essere stata concepita come un segnale indirizzato al ministro della Difesa italiano.
È una pista seria proprio perché viene indicata come oggetto di valutazione negli ambienti della sicurezza italiana. Ma resta una pista finché gli elementi che la sostengono non potranno essere verificati pubblicamente.
Ed è forse questa distinzione a raccontare meglio la nuova fase del confronto tra Russia e Occidente. Nella guerra tradizionale capire di essere stati attaccati è relativamente semplice. Nella guerra ibrida la battaglia comincia spesso molto prima: **stabilire se ciò che è accaduto sia stato davvero un attacco, chi lo abbia
