Il misterioso C-17 dell’Aeronautica militare americana atterrato questa mattina a Mosca aveva a bordo un passeggero di primissimo piano: John Ratcliffe, direttore della Cia. Quella che inizialmente appariva come un’enigmatica missione militare statunitense nella capitale russa si è così trasformata in uno degli sviluppi diplomatici più significativi delle ultime settimane. Il capo dell’intelligence americana è arrivato senza alcun annuncio preventivo e non è stato reso noto né chi abbia incontrato né quali dossier siano stati affrontati. La visita avviene però mentre il negoziato americano sulla guerra in Ucraina attraversa una fase di stallo e il Cremlino respinge sia il piano proposto da Volodymyr Zelensky per il Donbass sia qualsiasi futura presenza di contingenti Nato sul territorio ucraino.
Nelle stesse ore Mosca ospita un’altra missione, questa volta pubblica: quella di Paul Richard Gallagher, responsabile della diplomazia della Santa Sede, che ha incontrato il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov pronunciando un appello inequivocabile: «Questa guerra deve finire». Due canali diplomatici completamente distinti che convergono nello stesso giorno sulla capitale russa e mostrano come, nonostante le distanze apparentemente insuperabili tra le parti, dietro le quinte continuino a essere cercati spazi di interlocuzione.
Sul misterioso C-17 c’era John Ratcliffe
Il primo indizio era arrivato questa mattina dai sistemi pubblici di tracciamento aereo. Un Boeing C-17A Globemaster III dell’US Air Force, partito dalla Joint Base Andrews nel Maryland e transitato per Riga, era atterrato all’aeroporto Vnukovo di Mosca.
Inizialmente non esistevano informazioni sulla natura della missione. Anche il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov aveva dichiarato di non sapere nulla dell’aereo e aveva precisato che questa settimana non erano previsti incontri ufficiali al Cremlino con rappresentanti dell’amministrazione americana.
Nel corso della giornata è però arrivata la conferma dai media statunitensi: a Mosca c’era John Ratcliffe, direttore della Cia e uno degli uomini più importanti dell’apparato di sicurezza dell’amministrazione Trump. La visita rappresenta la sua prima missione conosciuta in Russia da quando guida l’agenzia di intelligence americana.
Il corteo diplomatico avvistato nel centro di Mosca
Dopo l’atterraggio, sui social russi sono circolate anche immagini di automobili con targhe diplomatiche americane scortate dalla polizia russa lungo Novy Arbat, una delle principali arterie del centro di Mosca.
Il movimento del convoglio aveva alimentato ulteriormente le ipotesi sulla presenza di una delegazione di alto livello. Solo successivamente fonti americane hanno confermato ai media la presenza del direttore della Cia.
Rimane invece segreto il contenuto della missione. Né Washington né Mosca hanno indicato ufficialmente gli interlocutori di Ratcliffe e non è stato comunicato se il capo della Cia abbia incontrato esponenti del Cremlino, dirigenti dell’intelligence russa o altri funzionari.
Secondo il New York Times, sulla base dei dati di tracciamento dell’aereo, Ratcliffe sarebbe rimasto nella capitale russa per circa otto ore.
La prima visita di un capo della Cia dal 2021
Il precedente assume un significato particolare. L’ultimo direttore della Cia di cui sia nota una visita a Mosca era stato William Burns nel novembre 2021, pochi mesi prima dell’invasione russa dell’Ucraina.
Burns era stato inviato dall’amministrazione Biden per mettere in guardia Vladimir Putin dalle conseguenze di un eventuale attacco. Poche settimane dopo la Russia avrebbe comunque avviato l’invasione su vasta scala.
Cinque anni dopo, un altro direttore della Cia torna quindi nella capitale russa in una fase altrettanto delicata, anche se profondamente diversa: non alla vigilia della guerra, ma mentre Washington cerca una strada per arrivare alla sua conclusione.
Ucraina e Iran, i due grandi dossier sul tavolo
Non essendo stato comunicato il contenuto dei colloqui, qualsiasi ricostruzione deve essere considerata un’ipotesi. Il dossier ucraino appare tuttavia inevitabile, considerando il ruolo assunto dall’amministrazione Trump nei tentativi di mediazione tra Mosca e Kiev.
Ratcliffe ha inoltre mantenuto contatti con i vertici dell’intelligence russa ed è già stato coinvolto in negoziati sensibili con Mosca, compresi quelli relativi al rilascio di detenuti.
C’è poi l’Iran. La visita coincide con una nuova e pesante offensiva sanzionatoria americana contro Teheran, destinata a colpire anche soggetti e Paesi che continuano a intrattenere determinati rapporti economici con la Repubblica islamica.
La Russia mantiene con l’Iran importanti relazioni economiche e militari. È quindi possibile che anche questo dossier sia stato affrontato, ma non esiste al momento alcuna conferma ufficiale sul contenuto dei colloqui.
Mosca boccia il piano di Zelensky sul Donbass
Mentre il direttore della Cia si trova nella capitale russa, il Cremlino continua pubblicamente a mostrare una posizione molto rigida sul negoziato ucraino.
Peskov ha respinto l’ipotesi attribuita a Zelensky di creare nei territori contesi del Donbass una zona economica franca gestita o controllata da una parte terza, accompagnata dal ritiro delle forze russe e ucraine dalle aree interessate.
La risposta di Mosca è stata netta: «Il Donbass è un territorio della Federazione Russa, una regione della Federazione Russa, e difficilmente un terzo Paese può occuparsi della gestione delle regioni della Federazione Russa».
La posizione russa parte dunque dall’annessione dei territori rivendicati da Mosca, che l’Ucraina e gran parte della comunità internazionale non riconoscono.
Il Cremlino avverte anche Macron e i Volenterosi
Mosca chiude anche sulla possibile presenza futura di militari europei in Ucraina.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato per ottobre e novembre esercitazioni della Forza multinazionale per l’Ucraina che dovrebbe essere costituita dalla Coalizione dei Volenterosi nell’ambito delle future garanzie di sicurezza per Kiev.
Anche in questo caso la replica di Peskov non lascia margini: «Abbiamo ripetuto più volte, a diversi livelli, che lo schieramento di contingenti militari stranieri dei Paesi della Nato è per noi inaccettabile».
È uno dei principali ostacoli che si profilano davanti a un eventuale accordo. Kiev chiede garanzie sufficientemente solide da impedire una nuova aggressione russa; Mosca considera invece la presenza di forze appartenenti a Paesi Nato una delle linee rosse da non superare.
Nelle stesse ore il Vaticano incontra Lavrov
A rendere ancora più particolare la giornata diplomatica moscovita è la contemporanea presenza di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali.
Gallagher ha incontrato Serghei Lavrov nel primo faccia a faccia in presenza tra rappresentanti di questo livello della diplomazia vaticana e russa da cinque anni.
Al termine del colloquio, definito «franco e costruttivo», l’inviato della Santa Sede ha pronunciato parole molto chiare: «Questa guerra deve finire».
Ogni giorno in più di combattimenti, ha osservato Gallagher, produce nuove vittime e rende più difficile una futura riconciliazione. La posizione della Santa Sede è che il conflitto non possa essere risolto attraverso mezzi militari e che sia necessario arrivare a negoziati.
Il Vaticano offre «uno spazio per il dialogo»
Gallagher ha confermato la disponibilità della Santa Sede a fornire sostegno diplomatico e uno spazio nel quale favorire il dialogo tra le parti.
Il Vaticano intende inoltre continuare il lavoro sui dossier umanitari, in particolare sul ritorno dei bambini alle loro famiglie e sugli scambi di prigionieri. Sono questioni sulle quali negli ultimi anni ha lavorato anche il cardinale Matteo Zuppi.
L’obiettivo è ottenere risultati concreti che possano contemporaneamente alleviare le conseguenze della guerra e contribuire a ricostruire «un minimo di fiducia» tra le parti.
Lavrov ha ringraziato la Santa Sede per quella che ha definito una posizione equilibrata e per il lavoro svolto sulle questioni umanitarie.
Domani Gallagher vedrà il consigliere di Putin
La missione vaticana proseguirà fino al 28 agosto. Mercoledì Gallagher incontrerà Yuri Ushakov, consigliere di Vladimir Putin per la politica estera, mentre successivamente sono previsti appuntamenti con la comunità cattolica presente in Russia.
La visita era programmata e non risultano elementi che permettano di collegarla alla missione di Ratcliffe.
La coincidenza temporale resta però politicamente significativa: nello stesso giorno Mosca ha ospitato due interlocutori occidentali di altissimo livello, arrivati attraverso canali completamente differenti.
Da una parte la diplomazia della Santa Sede, pubblica e concentrata sulla necessità di interrompere la guerra. Dall’altra il direttore della più importante agenzia di intelligence americana, arrivato senza annunci e con un’agenda che rimane riservata.
Dietro lo stallo qualcosa si muove
Sul piano pubblico non ci sono ancora segnali di un compromesso imminente. Anzi, le dichiarazioni del Cremlino sul Donbass e sulla possibile presenza di truppe occidentali mostrano quanto le posizioni rimangano distanti.
Eppure la visita di Ratcliffe suggerisce che i canali tra Washington e Mosca non sono interrotti. In una fase nella quale la diplomazia ufficiale sembra incapace di produrre progressi, i contatti tra intelligence possono servire per trasmettere messaggi, verificare disponibilità e discutere questioni troppo sensibili per essere affrontate pubblicamente.
Non sappiamo ancora se sia questo ciò che è accaduto oggi.
Ma il quadro rispetto a questa mattina è cambiato. Il C-17 americano atterrato a Vnukovo non era semplicemente un misterioso volo militare: trasportava a Mosca il direttore della Cia.
E mentre il Cremlino continua pubblicamente a chiudere le porte sulle condizioni poste da Kiev e dall’Europa, qualcuno dietro quelle porte sta comunque continuando a parlare con gli americani.

