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Gabrielli sceglie Ruffini: il nuovo centro può decidere le elezioni, ma solo se porta voti che il centrosinistra oggi non ha

L’ex capo della Polizia entra nel progetto Più Uno. La riforma elettorale ancora all’esame della Camera potrebbe rendere decisivi pochi punti percentuali. Ma una nuova sigla serve alla coalizione solo se conquista elettori fuori dal suo perimetro, invece di contendersi quelli già presenti.

Franco Gabrielli ha scelto di entrare in politica accanto a Ernesto Maria Ruffini. L’ex capo della Polizia lo ha annunciato in un’intervista al Corriere della Sera: non intende fondare un partito personale né rivendica un incarico. Aderisce a Più Uno, il progetto dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, che ha già annunciato per il 10 ottobre a Roma il passaggio da movimento a soggetto politico nazionale.

La domanda, però, va oltre i nomi. In un sistema affollato di formazioni centriste, c’è ancora spazio per un’altra forza politica? E soprattutto: con la legge elettorale che il Parlamento sta discutendo, quel centro potrebbe diventare decisivo per la vittoria del centrosinistra?

La risposta è sì, ma a una condizione severa: Ruffini e Gabrielli dovrebbero convincere persone che oggi votano a destra, scelgono altre forze o non votano affatto. Se si limitassero a spostare consensi dal Partito democratico, da Italia Viva o da altre liste già alleate, cambierebbero i rapporti di forza interni senza aumentare le possibilità di vittoria della coalizione.

Non un «terzo polo», ma una parte del centrosinistra

Gabrielli chiarisce un punto che distingue l’operazione da molti tentativi centristi degli ultimi anni. Più Uno non si presenta come un arbitro equidistante fra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Si colloca nel centrosinistra e dichiara di volerlo allargare. È una posizione ribadita anche dal progetto di Ruffini.

Questo orientamento evita almeno un’ambiguità: quella di chiedere voti per decidere soltanto dopo le urne con chi governare. Ma ne apre un’altra. Perché creare un nuovo partito, anziché portare quelle idee nelle forze già esistenti?

La possibile risposta è nell’identità che Più Uno prova a costruire. Ruffini offre un profilo amministrativo e una cultura politica riformista; Gabrielli porta una lunga esperienza nelle istituzioni e una competenza riconosciuta sui temi della sicurezza. Insieme possono rivolgersi a un elettorato che chiede servizi pubblici efficienti, credibilità di governo e risposte concrete sull’ordine pubblico, senza riconoscersi nella destra di Meloni o nel linguaggio delle sue componenti più radicali.

È uno spazio politico plausibile. La sua dimensione elettorale, però, non è ancora misurata. Non basta constatare che molti cittadini si definiscono moderati per concludere che voteranno Più Uno. Occorrono un programma distinguibile, candidati credibili nei territori e la capacità di trasformare la notorietà dei promotori in consenso organizzato.

La soglia del 42% cambia la posta in gioco

La riforma elettorale è il motivo per cui anche una forza relativamente piccola potrebbe avere un peso molto grande. Bisogna partire da una precisazione: al 2 ottobre 2026 la nuova legge non è ancora in vigore. Dopo le modifiche approvate dal Senato, il testo è tornato alla Camera. Le regole possono quindi ancora cambiare.

Nella versione attualmente in esame, i seggi sono attribuiti con un impianto proporzionale, ma è previsto un premio di 70 deputati e 35 senatori per la lista o coalizione più votata, a condizione che superi il 42% dei voti validi in entrambe le Camere. Se quella soglia non viene raggiunta, oppure se Camera e Senato esprimono vincitori diversi, il premio non scatta e l’assegnazione resta proporzionale. Il testo prevede inoltre un limite ai seggi ottenibili grazie al premio. Sono i punti essenziali della versione approvata dal Senato.

In uno scenario simile, uno o due punti percentuali realmente aggiunti a una coalizione potrebbero fare la differenza fra ottenere il premio e non ottenerlo. Ma la parola decisiva è «aggiunti».

Immaginiamo, in un esempio semplificato, un centrosinistra al 41%. Se una nuova lista porta due punti da elettori che altrimenti voterebbero fuori dalla coalizione, il totale può salire al 43% e superare la soglia. Se quei due punti vengono invece sottratti a un partito già alleato, il totale resta al 41%. Più Uno avrebbe guadagnato visibilità; la coalizione, nessun voto in più. Nella realtà conteranno anche affluenza, distribuzione dei consensi e risultato distinto fra Camera e Senato, ma il principio politico è questo.

Il paradosso del 3%: aiutare la coalizione senza eleggere parlamentari

La proposta fissa al 3% la soglia ordinaria per una lista e al 10% quella per una coalizione, con alcune eccezioni previste dal testo. La modifica introdotta dal Senato contiene un dettaglio importante: anche i voti di una lista coalizzata che resta sotto il 3% concorrono al risultato della coalizione ai fini del premio. La lista, però, rischia di non ottenere seggi proporzionali propri, salvo le specifiche eccezioni previste.

Per una nuova formazione sarebbe dunque possibile essere utile alla coalizione senza riuscire a eleggere una rappresentanza autonoma. È un incentivo ad aggregarsi, costruire liste comuni o negoziare candidature prima del voto. Ed è anche una ragione per cui la nascita formale di un partito non coincide automaticamente con la scelta di presentare un proprio simbolo da solo.

C’è poi l’ostacolo organizzativo. Il testo alza i requisiti di firme per la presentazione delle liste, pur prevedendo esenzioni in determinati casi. Un progetto nuovo deve quindi misurarsi non soltanto con i sondaggi, ma con collegi, candidature, raccolta delle firme e alleanze. L’esperienza istituzionale di Ruffini e Gabrielli può dare credibilità all’iniziativa; non sostituisce una struttura elettorale.

I sondaggi mostrano una partita aperta, non il peso di Più Uno

Una rilevazione Ipsos Doxa del 26 settembre mostra quanto il risultato possa dipendere dalla composizione delle alleanze. In uno scenario senza Roberto Vannacci nella coalizione di destra, il centrosinistra è stimato al 43,9% e il centrodestra al 38,7%. In uno scenario che include Vannacci nel centrodestra, le due aree risultano molto più vicine: 45,7% contro 45,2% a favore della destra.

Sono simulazioni da leggere con prudenza. Lo scarto di mezzo punto non è una previsione del risultato elettorale; la composizione delle coalizioni modifica anche le scelte degli intervistati. Soprattutto, il sondaggio non attribuisce una percentuale autonoma a Più Uno. Non consente quindi di affermare che il progetto di Ruffini valga già i voti necessari a far scattare il premio.

Indica piuttosto perché la ricerca di nuovi elettori sia diventata centrale per entrambi gli schieramenti. La destra deve decidere come gestire Vannacci, che intercetta consensi ma può creare tensioni con gli alleati. Il centrosinistra deve capire se un’offerta riformista e istituzionale possa ampliare il proprio bacino senza ridursi a una redistribuzione di voti fra partner.

La sicurezza può essere il terreno di Gabrielli. Il programma sarà la prova

L’ingresso di Gabrielli dà a Più Uno una possibile voce forte su un tema sul quale il centrosinistra fatica spesso a parlare con una linea comune: la sicurezza. Nell’intervista, l’ex capo della Polizia critica il governo per i risultati su immigrazione e ordine pubblico e legge la crescita di Vannacci come un segnale di quelle difficoltà. È una sua valutazione politica, non la dimostrazione che ogni voto a Vannacci nasca da un fallimento specifico dell’esecutivo.

Per rendere convincente quella critica, Gabrielli dovrà mostrare che cosa farebbe diversamente: presenza dello Stato nei quartieri, contrasto alla criminalità, politiche per l’integrazione e gestione credibile dell’immigrazione. Sono questioni sulle quali un profilo istituzionale può parlare anche a cittadini che non ascolterebbero una nuova sigla di partito. Ma il consenso si conquista con proposte verificabili, non con la sola reputazione di chi le presenta.

C’è poi un problema di compatibilità all’interno dell’alleanza. Gabrielli sostiene la prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, mentre il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte ha espresso posizioni diverse. Anche sulle politiche economiche e sulla sicurezza la distanza fra le componenti del centrosinistra può emergere rapidamente. Una forza di centro può allargare la coalizione; può anche renderne più evidenti i dissensi. Per questo il progetto avrà bisogno di accordi programmatici, non soltanto di una collocazione dichiarata.

La vera domanda non è quanti partiti di centro esistano

Il centro italiano è già popolato. Azione, Italia Viva, +Europa e diverse esperienze civiche si contendono, con strategie differenti, elettori liberali, riformisti e moderati. Più Uno rischia di diventare un’ulteriore sigla nello stesso spazio. Può evitarlo se dimostra di raggiungere chi oggi non trova nel centrosinistra una ragione sufficiente per votarlo.

La riforma elettorale, se approvata nella forma attuale, renderebbe questa capacità potenzialmente determinante: superare il 42% in entrambe le Camere potrebbe valere un premio di seggi decisivo. Non è però la legge a creare gli elettori mancanti. Quelli Ruffini e Gabrielli dovranno conquistarli.

Il loro progetto comincia dunque con un vantaggio e un rischio. Il vantaggio è avere già scelto da quale parte stare. Il rischio è confondere l’allargamento del centrosinistra con l’aggiunta di un altro simbolo sulla scheda. La differenza fra le due cose potrebbe decidere non solo il futuro di Più Uno, ma anche l’esito delle prossime politiche.

Fonti