Lula conquista il quarto mandato e interrompe il progetto di successione costruito da Jair attorno al primogenito. Flávio prometteva privatizzazioni, pugno duro e la liberazione del padre. Il suo 48,21 per cento conferma però che il bolsonarismo resta una forza enorme: è fallita la riconquista della presidenza, non è scomparsa la destra che l’aveva preparata.
Doveva riportare i Bolsonaro al potere. Ha finito per consegnare a Lula un’altra vittoria contro la famiglia. Flávio, il primogenito scelto da Jair per raccoglierne l’eredità, ha perso il ballottaggio del 25 ottobre. Il progetto era trasformare un cognome ancora capace di mobilitare milioni di brasiliani in un nuovo ingresso al Palácio do Planalto. Le urne lo hanno fermato.
Il risultato definitivo comunicato dal Tribunal Superior Eleitoral assegna a Luiz Inácio Lula da Silva 64.256.232 voti, il 51,79 per cento, contro i 59.826.041 di Flávio Bolsonaro, pari al 48,21 per cento. Oltre quattro milioni e quattrocentomila voti di distanza. I dati ufficiali del TSE.
La sconfitta pesa anche perché arriva dopo un primo turno chiuso davanti al presidente uscente: il 4 ottobre Flávio aveva ottenuto il 47,03 per cento, Lula il 45,16. Il vantaggio iniziale non è diventato maggioranza al ballottaggio. La rimonta di Lula ha rovesciato la prospettiva di una restaurazione che, appena tre settimane prima, appariva possibile. La ricostruzione dell’Agência Senado.
Una candidatura costruita attorno all’eredità paterna
Flávio non si presentava come un esordiente. Avvocato, già deputato dello Stato di Rio de Janeiro e poi senatore, aveva alle spalle una lunga attività politica. Ma il fondamento della sua candidatura restava la scelta del padre.
Nel ritratto pubblicato da Repubblica, Paolo Brera ricostruisce la designazione del primogenito e la benedizione politica affidata da Jair a una lettera natalizia. Flávio veniva indicato come la continuazione di un percorso, l’uomo incaricato di recuperare ciò che la famiglia aveva perso con la sconfitta del 2022.
Era una forza e insieme un limite. Il cognome assicurava riconoscibilità, organizzazione e accesso al nucleo più fedele dell’elettorato. Portava però nella campagna anche l’intero bilancio politico di Jair, compreso il conflitto con le istituzioni democratiche.
L’ex presidente è stato condannato a 27 anni e tre mesi di carcere per il tentativo di colpo di Stato e altri reati. Il Supremo Tribunal Federal ha confermato nel luglio 2026 il mantenimento della detenzione domiciliare umanitaria. È il contesto nel quale il figlio ha cercato di riconquistare la presidenza. La comunicazione del Supremo Tribunal Federal.
La candidatura di Flávio teneva così insieme un progetto di governo e una promessa di riscatto familiare. Il ritorno dei Bolsonaro al Planalto avrebbe avuto anche il significato di una rivincita contro le istituzioni che avevano condannato Jair.
Il volto più negoziatore dello stesso progetto
Flávio ha provato a interpretare una versione meno aggressiva del bolsonarismo. Più disposto alla trattativa, meno incline alle provocazioni continue, cercava di rendere la continuità con il padre accettabile anche a chi ne aveva respinto gli eccessi.
La definizione di “Bolsonaro moderato”, richiamata nel ritratto di Brera, riguardava soprattutto il modo di presentarsi. Sul piano delle proposte, la continuità rimaneva evidente: liberismo economico, conservatorismo religioso e centralità della repressione penale.
La differenza di tono aveva una funzione elettorale precisa. Per vincere non bastava conservare i fedelissimi di Jair: occorreva allargare il consenso, rassicurare gli alleati e convincere una parte dei brasiliani che il ritorno della famiglia non avrebbe riprodotto le tensioni del passato.
Il risultato mostra che questa operazione è arrivata vicino all’obiettivo, ma non lo ha raggiunto. Il patrimonio politico del padre era trasferibile; la maggioranza necessaria per governare, invece, doveva essere conquistata.
Meno ministeri e più carcere
Il programma rendeva riconoscibile la direzione della candidatura. Sul versante economico prevedeva il taglio di dieci ministeri, la riduzione di incarichi e spese amministrative e una riorganizzazione dei rapporti finanziari tra Stato federale ed enti territoriali.
La sicurezza occupava una posizione centrale. Tra le proposte figuravano la classificazione delle organizzazioni criminali e delle milizie come gruppi narcoterroristici e l’abbassamento da 18 a 14 anni dell’età della responsabilità penale per determinati reati gravi. L’analisi del programma pubblicata dall’Agência Brasil.
La ricostruzione di Repubblica aggiunge altri elementi del progetto: nuove privatizzazioni, un forte ampliamento dei posti nelle carceri, penitenziari ispirati al modello salvadoregno di Nayib Bukele e un’estensione dei sistemi di riconoscimento facciale.
Ne emergeva un’idea di Stato selettiva: da ridimensionare nell’economia e da rafforzare nel controllo e nella punizione. Una proposta capace di parlare alla paura della criminalità, ma che lasciava aperta la questione di come affrontare le disuguaglianze e le condizioni sociali sulle quali quella stessa criminalità prospera.
Il padre al centro anche della battaglia sulla giustizia
Uno dei punti politicamente più delicati era il rapporto con il Supremo Tribunal Federal, la Corte che aveva condannato Jair.
Nel progetto di Flávio, la revisione dei poteri della giustizia si intrecciava alla promessa di ottenere la liberazione del padre e un provvedimento di clemenza. Questo legame rendeva difficile separare una discussione sull’equilibrio tra i poteri dello Stato dall’interesse diretto della famiglia.
È qui che la successione mostrava la sua contraddizione più evidente. Flávio chiedeva di essere considerato una figura capace di guidare il Paese, ma una parte essenziale della sua missione politica restava rimediare alla sconfitta e alle conseguenze giudiziarie della stagione paterna.
Il cognome gli aveva aperto la strada. Gli impediva, allo stesso tempo, di presentarsi come un vero inizio.
La contestazione del risultato
Alla sconfitta è seguita una nuova tensione istituzionale. Secondo Associated Press, Flávio ha rifiutato di riconoscere l’esito e ha chiesto l’annullamento del voto, contestando la proroga dell’orario di apertura dei seggi. Il resoconto di AP.
La giornata elettorale era stata segnata da problemi nei trasporti e da una decisione giudiziaria che aveva esteso la votazione fino alle 19 nelle sezioni ancora aperte. Le urne già chiuse non erano state riaperte. L’Agência Senado riferisce che anche la campagna di Flávio aveva chiesto un prolungamento per le difficoltà provocate dalle piogge in due Stati.
La contestazione politica e l’accertamento di eventuali irregolarità restano piani distinti. Il risultato proclamato dall’autorità elettorale assegna la vittoria a Lula.
Una famiglia sconfitta, un Paese ancora diviso
Parlare della fine del bolsonarismo sarebbe un errore. Quasi sessanta milioni di brasiliani hanno votato Flávio: una base troppo ampia per essere liquidata come il residuo di una stagione conclusa.
La sconfitta colpisce soprattutto il progetto di successione. Jair aveva scelto di mantenere la guida della destra dentro la famiglia, affidando al primogenito il compito di trasformare la fedeltà personale in un nuovo mandato presidenziale. Il ballottaggio ha mostrato il limite di questa scelta.
Per Lula comincia un mandato nel quale dovrà governare anche il Brasile che ha votato contro di lui. Per la destra si apre una domanda altrettanto concreta: continuare a dipendere dal cognome Bolsonaro oppure costruire una leadership capace di andare oltre la sua tutela.
Flávio ha perso la presidenza che voleva conquistare nel nome del padre. La forza politica che lo ha sostenuto resta, e sarà uno dei principali problemi con cui il nuovo mandato di Lula dovrà misurarsi.
