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Draghi si fa Atlante: cosa c’è dietro l’azzardo del Rhine Group con il miliardario Collison

Mario Draghi

“Non è troppo tardi per cambiare la traiettoria dell’Europa se facciamo oggi i primi passi giusti”. È questo lo slogan scelto per presentare il Rhine Group, un nuovo think tank europeo voluto da Mario Draghi.

Che Mario Draghi consideri il futuro dell’Europa una questione urgente non è una novità. Che abbia deciso di creare un organismo indipendente per provare a incidere su quel futuro, invece, sì. Nel settembre 2024 aveva consegnato alla Commissione europea quasi quattrocento pagine sulla competitività dell’Unione, indicando problemi, rischi e possibili rimedi. Da allora ha continuato a ripeterne il messaggio con toni sempre meno concilianti: l’Europa deve cambiare passo, investire, innovare, superare una frammentazione che rischia di condannarla all’irrilevanza.

Draghi Collison

Cos’è Rhine Group, il think tank Ue voluto da Draghi

A giugno, con Competere o sparire, Draghi ha raccolto in volume gli interventi nei quali questa diagnosi si è fatta ancora più urgente. Due mesi dopo, però, l’ex premier italiano ha fatto qualcosa di diverso. Non ha pronunciato un altro discorso. Non ha scritto un altro rapporto. Ha creato uno strumento. Sì, proprio così. Si chiama Rhine Group e l’economista lo ha fondato insieme a Patrick Collison, cofondatore e amministratore delegato di Stripe, la società di pagamenti digitali nata nel 2010 insieme al fratello John. Collison non è una presenza laterale: è co-chair del gruppo insieme all’ex presidente della BCE. Una scelta significativa, perché accanto al civil servant per eccellenza c’è uno dei protagonisti dell’imprenditoria tecnologica globale, con un patrimonio personale miliardario.

Attorno a loro economisti, imprenditori, ex ministri, banchieri ed esponenti del mondo dell’informazione. Tra gli italiani figurano Andrea Pignataro, Luca Ferrari, Vittorio Colao, Lucrezia Reichlin e Francesco Giavazzi, legato a Draghi da un lungo rapporto professionale e suo consigliere economico durante il governo. L’obiettivo dichiarato è trasformare le evidenze in azione e contribuire a tradurre in proposte realizzabili l’agenda per la competitività europea. Ma dietro la nascita del Rhine Group c’è una domanda più interessante dell’elenco, pur impressionante, dei suoi componenti: perché Draghi ha sentito il bisogno di farlo?

Mario Draghi Rhene Group

Il rischio di restare il Grillo parlante dell’Europa

La risposta più immediata sta nella distanza tra le diagnosi formulate negli ultimi due anni e la velocità con cui l’Unione le sta trasformando in decisioni. Molte delle questioni indicate dal Rapporto Draghi sono ormai entrate nel lessico politico di Bruxelles. Competitività, produttività, autonomia strategica, energia, innovazione, mercato dei capitali sono diventate parole ricorrenti nelle iniziative della Commissione. Ma riconoscere un problema non significa risolverlo. Luis Garicano, direttore esecutivo del Rhine Group e già coinvolto nella preparazione del rapporto sulla competitività, ha descritto senza troppi eufemismi un’agenda delle riforme sostanzialmente paralizzata.

È difficile non leggere la nuova iniziativa anche alla luce di questa impazienza. Draghi rischiava di diventare il Grillo parlante di un’Europa che lo ascolta, lo cita, spesso gli dà ragione e poi procede con la propria esasperante lentezza. Poteva continuare a ricordare ciò che aveva già scritto. L’ex premier ha scelto invece di provare a incidere sul passaggio più difficile: quello che separa le intenzioni dalla loro realizzazione.

Una scelta molto draghiana. E poco draghiana

C’è qualcosa di profondamente coerente con Draghi in questa decisione. E contemporaneamente qualcosa che sembra rompere con il suo percorso. La prima lettura rimanda anche alla sua formazione gesuitica: individuato ciò che è necessario, occorre fare quanto è nelle proprie possibilità per realizzarlo. Responsabilità, pragmatismo, discernimento: parole chiave che attraversano anche la biografia che chi scrive gli ha dedicato. Non basta formulare la soluzione corretta se poi quella soluzione rimane sulla carta. La speranza non è una strategia.

Da questo punto di vista il Rhine Group appare quasi come la conseguenza naturale del Rapporto Draghi. Se il problema non è più convincere l’Europa della necessità di cambiare, ma aiutarla a farlo, occorre cercare strumenti nuovi. Ma esiste una seconda lettura, meno lineare. Draghi è stato per tutta la propria carriera uncivil servant. Ha esercitato poteri enormi, talvolta spingendosi fino ai confini delle possibilità offerte dal proprio ruolo, ma sempre all’interno delle istituzioni. Il caso più famoso rimane il whatever it takes del luglio 2012. Di quella frase si ricordano soprattutto le tre parole diventate leggendarie. Eppure Draghi ne pronunciò altre altrettanto importanti:“within our mandate”. Ossia «entro il nostro mandato». Era lì il confine. Dal Tesoro alla Banca d’Italia, dalla BCE a Palazzo Chigi, anche le sue decisioni più coraggiose sono state legittimate da una funzione istituzionale. Oggi quel mandato non c’è.

Draghi Tracker

Qual è la logica del Rhine Group promosso da Draghi

Il Rhine Group è indipendente dalle istituzioni europee. Non è stato creato dalla Commissione, non risponde al Consiglio né al Parlamento e non possiede alcun potere decisionale. Definirlo alternativo all’Unione sarebbe sbagliato: la finalità dichiarata del think tank è contribuire a rendere concretamente realizzabili le riforme di cui l’Europa ha bisogno. Ma parallelo, sì. Ed è questo a rendere la scelta di Draghi un azzardo rispetto alla sua storia. C’è poi la natura stessa del gruppo. L’ex numero uno dell’Eurotower non ha creato soltanto un centro di economisti incaricato di proseguire il lavoro teorico del rapporto. Ha scelto come cofondatore Collison e riunito attorno allo stesso tavolo competenze accademiche, esperienza politica e una quota considerevole di potere economico privato. La logica è evidente. Uno dei problemi denunciati dal Rapporto Draghi è proprio l’incapacità europea di far crescere grandi imprese innovative, attrarre capitali e trasformare tecnologia e ricerca in crescita. Da questo punto di vista avere al tavolo chi quelle imprese le ha costruite è perfettamente coerente con l’obiettivo. Ma è anche qui che la scelta diventa più esposta.

L’excivil servantchiamato dalla presidente Ursula von der Leyen a indicare una strada all’Europa diventa cofondatore, insieme a un grande imprenditore privato, di un think tank indipendente che vuole contribuire a trasformare quelle indicazioni in politiche realizzabili. Non c’è nulla di illegittimo in questo. C’è però una domanda politica che sarebbe ingenuo non porsi: quale deve essere il confine tra l’autorevolezza privata, il potere economico e l’autorità delle istituzioni pubbliche?

Draghi Von Der Leyen

Draghi come Atlante

Mario Draghi avrebbe potuto considerare concluso il proprio compito con la consegna del rapporto. Aveva ricevuto un incarico, formulato una diagnosi e indicato una terapia. Se l’Europa avesse deciso di procedere lentamente, avrebbe potuto limitarsi a constatarlo. Non lo ha fatto. Il Rhine Group dimostra che l’economista romano non intende limitarsi ad aspettare: sceglie di mettere in gioco la propria autorevolezza e di oltrepassare quella prudenza istituzionale che ha caratterizzato gran parte della sua vita pubblica.

È un gesto di responsabilità o un ambizioso azzardo? Probabilmente entrambe le cose. Per non rassegnarsi al ruolo del Grillo parlante, Mario Draghi ha scelto di diventare un po’ Atlante.