La Francia cerca una risposta alla pressione americana con il rilascio di scorte di gasolio e petrolio greggio. La proposta è ancora allo studio: Berlino frena, Bruxelles chiede coordinamento e il mercato resta teso. Per l’Italia la questione riguarda prezzi, trasporti e affidabilità degli approvvigionamenti.
La Francia ha messo sul tavolo una proposta da 100 milioni di barili per alleggerire la tensione sul mercato dei carburanti e scongiurare restrizioni statunitensi alle esportazioni di gasolio. Secondo POLITICO, che cita due persone informate sui colloqui del 2 ottobre, il piano discusso da funzionari europei prevede 50 milioni di barili di diesel e 50 milioni di barili di petrolio greggio. Una fonte citata da Reuters descrive una possibile ripartizione dei canali: il gasolio verrebbe dalle scorte europee, mentre il rilascio del greggio coinvolgerebbe i paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia.
È una distinzione ancora da chiarire, come lo sono quantità definitive, tempi e adesioni dei governi. Non è stato deciso un rilascio europeo di 100 milioni di barili. La proposta è in valutazione tecnica e politica. Il ministero dell’Economia francese, interpellato da POLITICO, non l’ha confermata.
La notizia segna comunque un passaggio nella crisi energetica: le riserve strategiche diventano anche materia di negoziato fra alleati. Washington chiede all’Europa di immettere carburante sul mercato e ha prospettato restrizioni alle proprie esportazioni; Parigi prova a offrire una soluzione negoziata; la Germania, secondo le fonti citate da POLITICO, è riluttante a consumare scorte d’emergenza principalmente per rispondere alla pressione americana.
Che cosa chiede Washington
Il segretario all’Energia statunitense Chris Wright ha chiesto ai paesi europei di liberare 120 milioni di barili in tre mesi, secondo la ricostruzione di POLITICO. Le fonti citate dal giornale riferiscono anche di una successiva richiesta americana a Emmanuel Macron: 100 milioni di barili di solo gasolio. La proposta francese di dividere l’intervento fra diesel e greggio sarebbe una risposta a quella sollecitazione.
I numeri non vanno confusi. I 120 milioni costituiscono la richiesta attribuita a Wright; i 100 milioni di solo diesel quella rivolta, secondo le fonti, alla Francia; i 100 milioni suddivisi fra gasolio e greggio sono invece la proposta discussa da Parigi. Nessuna di queste cifre equivale, allo stato, a carburante già immesso sul mercato.
La minaccia di limitare l’export americano pesa perché l’Europa acquista dagli Stati Uniti una quota rilevante del diesel che importa. In un briefing del 24 settembre, la Commissione europea ha indicato per agosto una quota statunitense intorno alla metà delle importazioni europee di gasolio. Un eventuale blocco non significherebbe che i distributori italiani rimarrebbero immediatamente a secco. Costringerebbe però gli operatori a cercare altri fornitori in un mercato già costoso e competitivo, con possibili effetti su quotazioni e tempi di consegna.
È anche per questo che Bruxelles considera la prospettiva politicamente grave: un partner dal quale l’Europa dipende per un prodotto essenziale userebbe le esportazioni come strumento di pressione sugli alleati.
Perché 50 milioni di barili di greggio non valgono 50 milioni di barili di diesel
La composizione del piano francese non è un dettaglio tecnico. Il gasolio già raffinato può rispondere più direttamente alla scarsità del prodotto. Il petrolio greggio deve invece arrivare in una raffineria, essere lavorato e produrre una gamma di carburanti: non si trasforma interamente in diesel, né diventa disponibile con gli stessi tempi.
Il problema europeo, oggi, non è soltanto trovare petrolio. È trovare abbastanza prodotti raffinati ai prezzi e nei luoghi in cui servono. La Commissione europea ha rilevato il 29 settembre che le raffinerie dell’Unione lavorano vicino alla massima capacità, mentre le scorte commerciali nell’area Amsterdam-Rotterdam-Anversa restano sotto la media degli ultimi cinque anni. In una situazione del genere, aumentare la disponibilità di greggio può aiutare il mercato generale, ma non risolve automaticamente la tensione specifica sul diesel.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha segnalato che ad agosto i margini di raffinazione nell’area atlantica hanno raggiunto livelli record, trainati soprattutto dal gasolio. È un’indicazione importante: il prezzo del diesel non segue meccanicamente quello del barile di petrolio. Conta anche quanto costa e quanto è difficile produrre o reperire il carburante finito.
La divergenza fra Francia e Germania
Parigi vuole evitare che la disputa sulle scorte si trasformi in una frattura commerciale con gli Stati Uniti. Macron aveva già indicato il coordinamento del G7, delle capacità produttive e delle riserve come parte della risposta alla crisi. Nel suo intervento del 18 settembre aveva parlato anche della possibilità di nuovi rilasci concordati con l’Agenzia internazionale dell’energia.
Berlino, secondo le fonti di POLITICO, teme invece che attingere alle riserve sotto pressione americana riduca una protezione pensata per affrontare difficoltà effettive di approvvigionamento. Sono due preoccupazioni comprensibili, ma portano a scelte diverse: intervenire ora per raffreddare prezzi e tensioni diplomatiche, oppure conservare più scorte in vista di eventuali peggioramenti nei mesi freddi.
Le riserve hanno precisamente questa funzione di assicurazione. Le norme europee impongono agli Stati membri di mantenere scorte d’emergenza pari almeno a 90 giorni di importazioni nette o 61 giorni di consumo, applicando il criterio più elevato. Possono essere usate per rispondere a una crisi, ma ogni barile rilasciato dovrà poi essere ricostituito, potenzialmente acquistandolo in un mercato ancora caro.
C’è inoltre una questione lasciata aperta dalle ricostruzioni di oggi: il nuovo pacchetto sarebbe aggiuntivo rispetto agli impegni già assunti in primavera, oppure ne accelererebbe o riorganizzerebbe l’attuazione? Senza un accordo formale non si può sommare automaticamente la proposta francese ai volumi precedentemente annunciati.
L’intervento di marzo e il limite delle riserve
La pressione sulle scorte nasce dalla crisi delle forniture attraverso lo stretto di Hormuz. A marzo i paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia concordarono un rilascio coordinato di 400 milioni di barili, il più grande mai approvato dall’organizzazione. Secondo un’analisi dell’AIE del 18 settembre, oltre 300 milioni di barili erano già stati rilasciati nell’ambito di quell’azione.
L’intervento ha contribuito ad attenuare lo shock iniziale, insieme a rotte alternative, maggiore produzione in altre aree e riduzione della domanda. Non ha eliminato la causa della crisi. L’AIE avverte che i flussi attraverso Hormuz rimangono molto inferiori ai livelli precedenti al conflitto e che le scorte globali osservate si sono ridotte sensibilmente.
Le riserve possono guadagnare tempo: aumentano l’offerta disponibile, proteggono da interruzioni improvvise e possono frenare le aspettative di rincari. Non possono sostituire indefinitamente la produzione e il commercio regolare. Se le difficoltà nel Golfo persistono e l’offerta di diesel resta stretta, un nuovo rilascio rischia di dare sollievo temporaneo senza risolvere il problema di fondo.
Cosa cambia per l’Italia
Per ora, la Commissione non segnala una carenza fisica di gasolio nell’Unione. Nel comunicato diffuso il 2 ottobre dopo la riunione dei funzionari energetici, Bruxelles afferma che le forniture europee restano stabili, mentre i prezzi sono elevati a causa della tensione sul mercato mondiale.
È la distinzione da mantenere anche per l’Italia. Prezzi alti e rischio di ulteriori rincari non significano, da soli, una penuria imminente ai distributori. Il gasolio resta però una voce cruciale per autotrasporto, agricoltura e distribuzione delle merci: rincari persistenti possono trasferirsi ai costi delle imprese e, nel tempo, ai prezzi pagati dai consumatori.
Un eventuale rilascio coordinato potrebbe attenuare la pressione all’ingrosso, soprattutto se includesse diesel già pronto all’uso. Non garantirebbe un calo immediato o proporzionale alla pompa. Il prezzo finale dipende anche dai contratti di acquisto, dai tempi di distribuzione, dalle quotazioni dei prodotti raffinati e dalla componente fiscale.
La partita, dunque, non si chiude con l’annuncio di una cifra. Occorre sapere chi metterebbe a disposizione i barili, di quali prodotti si tratta, quando arriverebbero sul mercato e quale impegno assumerebbero gli Stati Uniti sulle esportazioni. Fino ad allora, quella francese resta una proposta per evitare una crisi fra alleati in un mercato energetico che ha già poche riserve di tranquillità.
Fonti
- POLITICO Europe, la proposta francese e i colloqui con Washington, 2 ottobre 2026
- Reuters, tramite Boursorama, sulla possibile ripartizione fra gasolio europeo e greggio dei paesi AIE, 2 ottobre 2026
- Commissione europea, riunione del 2 ottobre su forniture e prezzi del diesel
- Commissione europea, situazione delle raffinerie e delle scorte commerciali, 29 settembre 2026
- Agenzia internazionale dell’energia, rapporto sul mercato petrolifero di settembre 2026
- Agenzia internazionale dell’energia, analisi degli effetti della crisi di Hormuz e del rilascio delle riserve
- Eliseo, intervento di Macron sulle forniture energetiche e sul coordinamento del G7, 18 settembre 2026
