Il dato sembra piccolo, quasi marginale: 3,1% invece del 3%. Ma quello 0,1% che separa il deficit italiano dalla soglia europea ha un peso politico ed economico molto più grande di quanto possa suggerire il numero. L’Istat ha confermato che nel 2025 il rapporto tra deficit e Pil è rimasto al 3,1%, mentre la crescita reale dell’economia è stata rivista leggermente al rialzo allo 0,6% e la pressione fiscale si è attestata al 42,9%. Il risultato è che l’Italia non potrà uscire in anticipo dalla procedura europea per disavanzo eccessivo e dovrà proseguire ancora lungo il percorso di correzione concordato con Bruxelles.
Per il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è una delusione, perché il governo sperava che la revisione definitiva dei conti portasse il deficit sotto la soglia del 3%. Ma il problema più importante non riguarda tanto il mancato risultato simbolico quanto le conseguenze sulla prossima legge di Bilancio. L’Italia entra infatti nella fase decisiva della manovra con una crescita ancora debole, un debito molto elevato e la necessità di finanziare investimenti, infrastrutture, pensioni, contratti pubblici e misure per sostenere redditi e imprese.
Il 3,1% non è una crisi, ma impedisce l’uscita anticipata dalla procedura
La procedura per disavanzo eccessivo non scatta automaticamente per uno scostamento occasionale di pochi decimali, ma nel caso italiano è già aperta dal 2024, quando il deficit era molto più elevato. Il Consiglio dell’Unione europea ha chiesto all’Italia di riportare il disavanzo entro i limiti previsti e di rispettare un percorso preciso di crescita della spesa pubblica netta.
Il dato del 2025 mostra comunque un miglioramento significativo rispetto al 3,4% dell’anno precedente, ma non sufficiente per anticipare la chiusura della procedura. Il governo continua a indicare il 2027 come orizzonte realistico per l’uscita, mentre per il 2026 il Documento di finanza pubblica prevede un deficit al 2,9% del Pil.
Questo significa che la questione non è tanto se l’Italia sia o meno vicina alla soglia del 3%, quanto se riesca a dimostrare che il rientro sotto quel livello è stabile e duraturo. È questo uno degli elementi fondamentali richiesti dalle regole europee.
La crescita resta il vero punto debole
Il dato forse più importante passa quasi in secondo piano rispetto al deficit. L’Istat ha rivisto la crescita del Pil 2025 allo 0,6%, appena un decimo in più rispetto alla stima precedente. Per il 2026 e il 2027 la stessa Istat prevede una crescita dello 0,7% annuo.
Sono numeri che descrivono un’economia che continua a crescere, ma a un ritmo molto lento. Ed è proprio qui che nasce il principale dilemma della politica di bilancio: ridurre il deficit richiede prudenza nella spesa, ma una crescita così debole avrebbe bisogno di investimenti e stimoli capaci di aumentare produttività, domanda e capacità industriale.
Il rischio è quello di entrare in un circuito difficile da spezzare. Se la crescita resta bassa, il rapporto debito-Pil migliora con maggiore difficoltà. Ma se per contenere il deficit si comprimono troppo gli investimenti, la crescita può indebolirsi ulteriormente. È il punto di equilibrio che Giorgetti dovrà trovare nella prossima manovra.
Le nuove regole europee guardano soprattutto alla spesa
Il ritorno delle regole di bilancio europee non significa semplicemente ripristinare il vecchio Patto di stabilità. Il nuovo quadro comunitario concentra molta più attenzione sulla dinamica della spesa netta, cioè sull’andamento della spesa pubblica al netto di alcune componenti.
Per l’Italia il Consiglio europeo ha fissato un limite alla crescita nominale della spesa netta dell’1,3% nel 2025 e dell’1,6% nel 2026. Il rispetto di questa traiettoria è uno degli elementi che consentono al Paese di dimostrare di stare correggendo il deficit e di mantenere sostenibile il debito.
Il problema è che una parte crescente della spesa pubblica è difficilmente comprimibile: pensioni, sanità, stipendi pubblici, interessi sul debito e investimenti infrastrutturali assorbono quote molto rilevanti del bilancio. Questo riduce lo spazio disponibile per nuove misure senza aumentare le entrate o ricorrere a maggiore deficit.
Salvini chiede uno scostamento, Giorgetti difende la prudenza
È in questo contesto che acquista significato la richiesta di Matteo Salvini di uno scostamento di bilancio. Il leader della Lega sostiene che il governo non possa rinunciare a investimenti e interventi su pensioni e stipendi soltanto per rispettare uno scarto di pochi decimali.
La posizione ha una logica politica ed economica precisa: secondo Salvini, in una fase di crescita debole aumentare temporaneamente il deficit potrebbe consentire di finanziare investimenti capaci di produrre maggiore sviluppo negli anni successivi. Il ministro delle Infrastrutture ha indicato anche la necessità di reperire diversi miliardi per opere già realizzate o in corso.
La linea di Giorgetti è più prudente. Per il ministro dell’Economia, aumentare il deficit significa inevitabilmente aumentare anche il debito, con il rischio di accrescere la spesa per interessi e ridurre ulteriormente i margini di manovra negli anni successivi. È una divergenza che non riguarda soltanto la politica interna alla maggioranza, ma due diverse concezioni della gestione dei conti pubblici.
Il vero problema è la qualità della spesa
Ridurre il confronto alla scelta tra austerità e deficit sarebbe però troppo semplice. La questione decisiva è come vengono utilizzate le risorse. Un aumento del debito destinato a finanziare spesa corrente permanente produce effetti molto diversi rispetto a risorse utilizzate per infrastrutture, innovazione, energia o investimenti capaci di aumentare il Pil potenziale.
È qui che si gioca la credibilità della prossima legge di Bilancio. Se il governo decidesse di chiedere più margini fiscali, dovrebbe dimostrare che quelle risorse sono destinate a interventi capaci di generare crescita e non soltanto a finanziare misure temporanee o trasferimenti senza effetti strutturali.
Lo stesso vale per il percorso di riduzione del deficit. Una correzione ottenuta tagliando investimenti produttivi può migliorare rapidamente il saldo di bilancio, ma lasciare un’economia più debole nel medio periodo. La sostenibilità dei conti pubblici dipende quindi non soltanto da quanto si spende, ma soprattutto da dove si spende.
La pressione fiscale al 42,9% limita un’altra strada
Il dato Istat contiene anche un altro elemento importante: nel 2025 la pressione fiscale è salita al 42,9% del Pil, 0,7 punti in più rispetto all’anno precedente. Questo rende politicamente e economicamente più difficile immaginare una correzione dei conti affidata principalmente a nuove entrate.
Il governo si trova quindi davanti a uno spazio molto stretto. Aumentare le tasse sarebbe difficilmente compatibile con gli impegni politici della maggioranza e potrebbe frenare ulteriormente consumi e investimenti. Ridurre drasticamente la spesa rischierebbe però di colpire servizi e investimenti. Aumentare il deficit, infine, rallenterebbe il percorso di rientro europeo e potrebbe pesare sul debito.
È questa la vera complessità della prossima manovra: non esistono soluzioni senza costi.
Il peso del debito resta decisivo
Dietro ogni scelta italiana continua a esserci il problema strutturale del debito pubblico. Un Paese con un debito molto elevato deve destinare ogni anno una quota significativa delle proprie risorse al pagamento degli interessi, e questo riduce inevitabilmente la libertà della politica economica.
Quando i tassi aumentano, il problema diventa ancora più evidente. Anche un piccolo incremento del costo medio del debito può tradursi, nel tempo, in miliardi di euro aggiuntivi di interessi. Per questo Giorgetti insiste sul mantenimento della credibilità finanziaria e sulla necessità di evitare deviazioni troppo ampie dal percorso concordato.
Al tempo stesso, però, il debito diventa più sostenibile anche attraverso la crescita. Se il Pil aumenta più rapidamente, il rapporto debito-Pil può scendere senza richiedere correzioni particolarmente aggressive. Da qui la necessità di trovare un equilibrio tra consolidamento dei conti e politiche che aumentino il potenziale produttivo del Paese.
La fine del Pnrr rende il 2027 ancora più delicato
C’è poi un altro elemento destinato a diventare centrale: il progressivo esaurimento degli investimenti finanziati dal Pnrr. Negli ultimi anni il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha sostenuto una parte importante della crescita degli investimenti pubblici e privati.
Con la conclusione del programma, l’Italia dovrà capire come sostituire quella spinta senza poter contare sulla stessa quantità di risorse europee straordinarie. È proprio per questo che il dibattito sulla manovra 2027 non può essere limitato alla ricerca del decimale necessario per uscire dalla procedura.
La vera domanda è quale modello di crescita possa sostenere l’economia italiana dopo il Pnrr, soprattutto in una fase caratterizzata da costi energetici elevati, competizione internazionale più dura e crescente necessità di investimenti in difesa, infrastrutture e tecnologia.
Quel decimale è soprattutto un problema politico
Il deficit al 3,1% non cambia radicalmente la situazione finanziaria dell’Italia. La distanza dalla soglia europea è minima e il percorso di riduzione del disavanzo resta evidente. Ma quello 0,1% assume un significato politico perché impedisce al governo di presentare già nel 2026 l’uscita dalla procedura europea come risultato della propria strategia sui conti.
Soprattutto, obbliga l’esecutivo ad affrontare la prossima legge di Bilancio con margini più stretti del previsto. Giorgetti dovrà difendere il percorso di riduzione del deficit, mentre Salvini e altre componenti della maggioranza chiederanno più spazio per investimenti e misure espansive.
La questione che emerge dai numeri Istat è quindi più profonda del rispetto formale del 3%. L’Italia deve riuscire a ridurre il deficit senza soffocare una crescita già debole e, allo stesso tempo, finanziare gli investimenti necessari per rendere sostenibile il debito nel lungo periodo. È questo, molto più dello zero virgola, il vero problema economico che la prossima manovra dovrà affrontare.
Fonti
- Istat, dati su Pil e indebitamento delle Amministrazioni pubbliche 2025
- Istat, prospettive dell’economia italiana 2026-2027
- Consiglio dell’Unione europea, procedura per disavanzo eccessivo relativa all’Italia
- Commissione europea, monitoraggio del percorso di spesa netta dell’Italia
- Documento di finanza pubblica 2026
