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FEMMINICIDIO

Caso Tramontano, riconosciuta la premeditazione per Impagnatiello nell’appello bis

A distanza di quel maggio 2023 che segnò per sempre la vita della giovane Giulia Tramontano incinta di 7 mesi, la nuova sentenza dell’appello bis riporta al centro dell’attenzione uno dei casi di cronaca più drammatici e sconvolgenti degli ultimi anni. La Corte d’assise d’appello di Milano ha riconosciuto la premeditazione per l’ex compagno della donna, Alessandro Impagnatiello, confermando la condanna all’ergastolo e disponendo tre mesi di isolamento diurno. Una decisione che riporta alla memoria una vicenda che ha profondamente colpito l’opinione pubblica, per la brutalità di due vite spezzate troppo presto: quella di Giulia, futura mamma, e quella del suo piccolo Thiago.

Caso Tramontano, l’appello bis riconosce la premeditazione di Impagnatiello

Si è svolta ieri, davanti alla Corte d’assise d’appello di Milano, l’udienza dell’appello bis per Alessandro Impagnatiello, ex compagno di Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate mentre era incinta di sette mesi. L’ex barman era già stato condannato all’ergastolo. Con il nuovo giudizio, tuttavia, è stata riconosciuta l’aggravante della premeditazione, precedentemente esclusa, con la conferma della pena e la disposizione di tre mesi di isolamento diurno. Il termine per il deposito delle motivazioni è fissato a 45 giorni.

La sostituta procuratrice generale di Milano, Maria Pia Gualtieri, ha chiesto di riconoscere a Impagnatiello l’aggravante della premeditazione, oltre a quella della crudeltà già riconosciuta, per sottolineare la “massima intensità del dolo” con cui ha ucciso la donna. Nel corso della requisitoria, Gualtieri ha inoltre ripercorso le azioni e le menzogne dell’ex barman, soffermandosi sugli elementi ritenuti indicativi della sua volontà omicida. Secondo la ricostruzione dei fatti, la decisione di uccidere Giulia sarebbe maturata già nei mesi precedenti al delitto. La sentenza è stata accolta da un lungo applauso dei familiari della vittima presenti in aula.

Il femminicidio: tra tradimenti, bugie e inganni

Aveva soltanto 29 anni e aspettava di diventare mamma del piccolo Thiago, Giulia Tramontano, uccisa con 37 coltellate nella casa di Senago in cui viveva insieme al compagno Alessandro Impagnatiello, padre del bambino che portava in grembo. L’uomo che diceva di amarla è stato lo stesso che, il 27 maggio 2023, le ha tolto la vita, spezzando per sempre i sogni e le speranze di una giovane donna che si preparava ad accogliere il suo primo figlio. Inizialmente era stato proprio Impagnatiello a denunciare la scomparsa di Giulia, prima di confessare l’omicidio tra il 31 maggio e il 1° giugno.

Con il passare dei giorni, il quadro della vicenda ha assunto contorni sempre più inquietanti e le contraddizioni nel racconto dell’ex barman hanno lasciato emergere una realtà fatta di bugie, tradimenti e segreti. È emersa, infatti, la relazione parallela che l’uomo intratteneva con un’altra donna, rimasta a sua volta incinta e che successivamente ha interrotto la gravidanza.

Le indagini hanno inoltre ricostruito i tentativi di avvelenamento ai danni di Giulia, che sarebbero iniziati mesi prima dell’omicidio e avrebbero avuto come obiettivo quello di provocare la perdita del bambino. Una vicenda drammatica, segnata da una serie di condotte che hanno preceduto il delitto e che sono state al centro del percorso giudiziario, fino al riconoscimento della premeditazione nell’appello bis.

Nel ricordo di Giulia tra amore, dolore e giustizia 

La famiglia di Giulia continua a restare unita, anche di fronte a un dolore immenso. Accanto ai suoi affetti più cari, in prima linea c’è la sorella Chiara Tramontano, che negli anni ha cercato di custodire e raccontare il ricordo di Giulia con amore e dignità.

Ne è testimonianza il suo libro, Non smetterò mai di cercarti. Ogni parola è un passo verso di te, Giulia: un racconto intimo attraverso il quale ripercorre la vita della sorella e il legame profondo che le univa. Successivamente alla sentenza, Chiara è tornata a esprimere sui social il proprio dolore, affidando alle parole il peso di una battaglia giudiziaria che, pur arrivata a un nuovo punto fermo, non può restituirle la persona amata. Al termine di un lungo messaggio, ha scritto: […] «Ora che la sentenza è arrivata, tocca a me trovare un modo per tornare a vivere. Ho lottato perché venisse riconosciuta l’ingiustizia che mia sorella e mio nipote hanno subito. Ma la persona per cui ho combattuto non tornerà più. Il processo finisce. L’ingiustizia e il dolore no».