Nel libro Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più, lo scrittore Riccardo Maccioni racconta un modo insolito e profondamente umano di attraversare il lutto. In un’intervista a La Stampa spiega perché una cornetta scollegata possa diventare un rifugio per esprimere dolore, nostalgia, gratitudine e parole rimaste in sospeso.
Ci sono parole che arrivano troppo tardi, domande che non hanno più un destinatario e pensieri che continuano a cercare una voce anche dopo una perdita. Il lutto lascia spesso dietro di sé proprio questo: un dialogo interrotto, fatto di ricordi, rimpianti, affetto e silenzi difficili da colmare. È da questa esperienza universale che nasce il racconto delle cabine del vento, luoghi appartati nei quali chi ha perso una persona cara può avvicinarsi a un telefono senza collegamento e parlare idealmente con chi non c’è più.
A raccontarne il significato è Riccardo Maccioni, scrittore torinese e autore del libro Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più, pubblicato da San Paolo. In un’intervista a La Stampa, firmata da Giacomo Galeazzi, Maccioni riflette sul rapporto tra memoria e perdita, spiegando come questi spazi possano offrire un’occasione per dare voce a sentimenti che spesso restano inespressi.
Il telefono del vento: un luogo per dare voce al dolore
Le cabine non sono strumenti per comunicare davvero con l’aldilà, ma spazi simbolici in cui il gesto di parlare assume un valore personale. Una cornetta scollegata, il silenzio intorno, la possibilità di fermarsi senza essere ascoltati o giudicati: elementi semplici che possono aiutare a esprimere ciò che nella quotidianità resta difficile da raccontare. «Quand’è ferito il cuore umano ha bisogno di simboli e di un rifugio dove poter andare in profondità», spiega Maccioni a La Stampa.
Il telefono diventa così una sorta di luogo protetto, nel quale lasciar emergere sofferenza, nostalgia e senso di impotenza. Anche il vento assume un significato particolare. Per sua natura attraversa i confini e, nella lettura proposta dall’autore, richiama simbolicamente il collegamento tra terra e cielo. Maccioni evoca anche la tradizione biblica, ricordando il racconto del profeta Elia, al quale Dio si manifesta nel sussurro di una brezza leggera.
Dal Giappone all’Italia: come sono nate le cabine
L’idea del libro è arrivata durante la preparazione di un viaggio di lavoro in Giappone, poi non realizzato. Studiando le tradizioni del Paese, Maccioni si è imbattuto nella storia del telefono del vento ideato nel 2010 dal designer di giardini Itaru Sasaki. L’uomo aveva immaginato quella cabina per affrontare il dolore provocato dalla morte di un cugino. Un anno dopo, nel 2011, il devastante tsunami che colpì le coste giapponesi trasformò quel luogo in una meta per migliaia di persone. La cabina divenne una sorta di santuario laico, un punto di riferimento per chi aveva perso familiari e amici e sentiva il bisogno di rivolgere loro ancora qualche parola.
«Tutto è iniziato dalla preparazione di un viaggio di lavoro (poi saltato) in Giappone. Studiando le tradizioni vecchie e nuove del Paese mi sono imbattuto nell’invenzione del telefono del vento che il designer di giardini Itaru Sasaki aveva ideato nel 2010 come aiuto per superare il lutto legato alla perdita di un cugino. Soprattutto mi ha colpito che l’anno dopo, di fronte al terribile tsunami che travolse le coste nipponiche, la cabina fosse diventata meta del pellegrinaggio di migliaia di persone. Una specie di santuario laico, dove alleggerire il cuore. Dice quindi Sasaki che ‘parlare a un telefono scollegato consente di dire cose che non oseresti dire a nessun altro essere umano per paura di essere giudicato o di appesantire gli altri’», ha confidato lo scrittore. Oggi, racconta, nel mondo esistono oltre 500 cabine del vento. In Italia se ne contano circa dieci, soprattutto nelle regioni del Centro e del Nord. Una delle più conosciute si trova a Capannoli, in Toscana: è stata realizzata nel 2023 dal fotografo Marco Vanni, con l’intenzione di offrire un sostegno a chi attraversa un lutto.
«Mi manchi» e «grazie»: le parole che restano
Nei quaderni lasciati a disposizione dei visitatori ricorrono soprattutto due espressioni: «mi manchi» e «grazie». Dietro queste parole ci sono storie diverse: persone che ricordano momenti felici, altre che chiedono idealmente perdono, altre ancora che raccontano il vuoto lasciato da una presenza familiare. Maccioni sottolinea un aspetto significativo: in queste testimonianze non prevalgono rabbia o desiderio di vendetta. Emergono piuttosto nostalgia, riconoscenza e il rimpianto per ciò che non si è riusciti a dire o a fare. Le cabine diventano così anche luoghi in cui ripensare ai rapporti interrotti, ridimensionare incomprensioni e provare a perdonare.
Il loro significato, tuttavia, non riguarda soltanto il passato. Il confronto con chi non c’è più può diventare un invito a prestare maggiore attenzione alle persone che sono ancora accanto a noi, evitando che gesti mancati e parole trattenute si trasformino un giorno in rimorsi.

Non una moda spirituale, ma un esercizio di ascolto
Per Maccioni le cabine del vento non appartengono necessariamente alla cultura new age. Sono luoghi laici, ma non per questo estranei alla fede: nelle testimonianze, osserva, compaiono anche riferimenti al messaggio evangelico. Il loro tratto distintivo è piuttosto la possibilità di ritrovare uno spazio di silenzio e ascolto interiore. In una società che tende a tenere la morte ai margini del discorso pubblico, questi telefoni invitano a confrontarsi con la fragilità e con il limite. Non promettono risposte né cancellano il dolore: offrono un’occasione per riconoscerlo e attraversarlo.
Nel racconto di Maccioni c’è anche Torino, città alla quale l’autore associa un’idea di compagnia discreta e di ascolto. Ricorda in particolare un angolo del parco del Valentino, vicino al Po, dove da ragazzo cercava rifugio nei momenti difficili. Un paesaggio autunnale, avvolto dalla nebbia, che continua a rappresentare per lui un luogo del cuore.
Le cabine del vento, in fondo, parlano di morte ma guardano alla vita. La loro lezione più profonda è forse proprio questa: custodire la memoria di chi abbiamo perduto, senza dimenticare di prenderci cura di chi ci è vicino. Perché il tempo delle parole importanti, degli abbracci e dell’affetto è quello presente.
