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Emmanuel Carrère in libreria con «Kolchoz»: «Quando scrivi non dovresti ferire le persone, ma io l’ho fatto»

In un’intervista a «Vogue Italia», lo scrittore francese riflette sulla famiglia, sull’amore e sul confine fragile tra letteratura e vita privata. Al centro, «Kolchoz», il suo ultimo libro, dove la memoria personale incontra la Storia.

Che cosa accade quando la letteratura entra nella vita degli altri? E fino a che punto è legittimo trasformare ricordi, legami familiari e ferite private in materia narrativa? Sono alcune delle questioni affrontate da Emmanuel Carrère nell’intervista pubblicata da Vogue Italia, in occasione di Kolchoz, il suo ultimo libro. Nel dialogo con Nicolò Michielin, lo scrittore torna sulle proprie origini, sul rapporto con i genitori e sulle contraddizioni che attraversano la sua esistenza. Ne emerge una riflessione sulla scrittura lontana da ogni idealizzazione: raccontare può essere un atto di conoscenza, ma anche un gesto capace di ferire.

La famiglia occupa un posto centrale in Kolchoz, a partire dal titolo, che richiama la proprietà collettiva sovietica e, insieme, un’espressione utilizzata dalla madre di Carrère, Hélène Carrère d’Encausse, per descrivere i figli che dormivano stretti intorno a lei. Un’immagine domestica che diventa metafora di una comunità affettiva, nella quale le identità individuali si formano attraverso gli altri. Eppure, il modello familiare nel quale lo scrittore è cresciuto non è stato privo di contraddizioni: i suoi genitori sono rimasti sposati per settant’anni, racconta, pur essendo molto infelici.

«Ho fatto ciò che spesso fanno le persone e ho scelto l’opposto della famiglia nella quale ero cresciuto», spiega a Vogue Italia. Carrère ha divorziato tre volte, ma non rinnega i propri matrimoni: «Ogni volta che mi sono sposato, però, l’ho fatto sognando qualcosa che sarebbe durato fino al momento in cui uno dei due avrebbe chiuso gli occhi dell’altro». E aggiunge: «Non rimpiango i miei matrimoni. Sono sempre nati dall’amore». La sua definizione di sé, «Sono anche io un monogamo seriale», restituisce con ironia una contraddizione profondamente umana: il desiderio di un amore definitivo e l’impossibilità, talvolta, di mantenerne la promessa.

È tuttavia nel rapporto tra verità e responsabilità che l’intervista tocca uno dei suoi passaggi più intensi. Carrère riconosce che la scrittura autobiografica comporta un rischio morale: raccontare la propria esperienza significa inevitabilmente coinvolgere quella delle persone che ci sono state vicine. «Quando scrivi non dovresti ferire le persone. Io, però, ho scritto dei libri nei quali ho ferito delle persone», ammette.

Ricorda in particolare La mia vita come un romanzo russo, nel quale ha reso pubblica una vicenda familiare che la madre non voleva fosse raccontata. Sapeva che quelle pagine l’avrebbero ferita, e decise comunque di scriverle. «Credo che si possa agire male anche sapendo perfettamente che cosa significherebbe agire bene». Non c’è, nelle sue parole, una facile assoluzione dello scrittore in nome della letteratura. C’è piuttosto la consapevolezza che la ricerca della verità non cancelli le conseguenze delle proprie scelte. La scrittura può illuminare ciò che è rimasto nascosto, ma non è per questo innocente: la libertà di raccontare convive con il dovere di interrogarsi sul dolore che il racconto può provocare.

Questa prudenza si ritrova anche nel modo in cui Carrère affronta la politica. Nell’intervista a Vogue Italia spiega di avere preso una posizione pubblica soprattutto sulla guerra in Ucraina, un Paese che conosce anche attraverso il lavoro giornalistico sul campo. Si riconosce nella tradizione del reportage, più che in quella di chi commenta ogni avvenimento. La sua cautela, precisa, non è codardia, ma umiltà: «Non ripongo una fiducia così grande in ciò che penso». Una dichiarazione che restituisce un’idea esigente dell’intellettuale: non qualcuno che possiede risposte per ogni questione, ma qualcuno disposto a misurare i limiti del proprio sapere.

Il rapporto con le origini ritorna anche nella riflessione sulla classe sociale. Carrère ammira chi riesce ad attraversare mondi lontanissimi da quello in cui è nato, come Eduard Limonov, protagonista del suo celebre libro, capace di conoscere tanto una prigione russa quanto un albergo di lusso a New York. Ma non pretende di riconoscersi in quella traiettoria: «Sono nato in una famiglia borghese e intellettuale francese e sono rimasto un intellettuale borghese». Ammettere la continuità con il proprio ambiente significa riconoscere che non tutte le distanze possono essere colmate e che la consapevolezza di sé comincia anche dalla rinuncia a costruirsi un’immagine più avventurosa di quella reale.

Tra i libri che Carrère consiglierebbe a chi non ha mai letto nulla c’è Il libro del guanciale di Sei Shōnagon, una raccolta di osservazioni ed elenchi di cose amate o detestate. Lo considera un’opera accessibile e fuori dal tempo, capace di raccontare gli aspetti più semplici ed eterni dell’esperienza umana. Forse è proprio qui che si ritrova una delle ragioni della sua letteratura: nell’attenzione ai dettagli, alle contraddizioni e alle coincidenze che trasformano una vicenda individuale in qualcosa che riguarda tutti.

A chiudere il dialogo è l’epitaffio di Marcel Duchamp, ricordato da Carrère come possibile messaggio universale: «D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono». Una frase ironica e vertiginosa, che racchiude la distanza tra la consapevolezza della mortalità e la difficoltà di riconoscersi davvero nella propria fine. Come la famiglia, come l’amore, anche la letteratura resta per Carrère un territorio di contraddizioni: il luogo in cui cerchiamo di comprendere gli altri e, nello stesso tempo, siamo costretti a fare i conti con noi stessi.