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Dalle sfuriate di Carlo agli scherzi di Diana: 50 anni di retroscena raccontati dal fotografo dei Windsor in un memoir

Arthur Edwards, storico fotografo del Sun, ha immortalato cinque decenni di vita reale, tra scontri memorabili, confidenze inattese e momenti che raramente arrivano davanti agli obiettivi. Nel suo memoir svela il lato più umano della monarchia britannica: dal rapporto burrascoso con Carlo alla complicità con Lady Diana, fino agli scherzi della regina Elisabetta.

Ci sono fotografi che scattano immagini e fotografi che, senza quasi accorgersene, finiscono per diventare parte della storia che raccontano. Arthur Edwards appartiene alla seconda categoria. Per mezzo secolo ha seguito la famiglia reale britannica in giro per il mondo, osservandola da una posizione privilegiata: abbastanza vicino da coglierne i sorrisi più spontanei, abbastanza esperto da riconoscere le tensioni dietro una posa ufficiale. Ha fotografato Carlo e Camilla, Lady Diana, i principi William e Harry e le loro mogli. Ha assistito a cerimonie solenni, viaggi di Stato, incontri storici e scene di vita quotidiana. Ma soprattutto ha conosciuto i Windsor lontano dalla perfezione studiata delle fotografie ufficiali: quando si irritano, scherzano, perdono la pazienza o si concedono un gesto di inattesa gentilezza.

A 86 anni, il veterano del Sun affida i suoi ricordi a un memoir dal titolo già rivelatore: Cup of tea, Arthur? My extraordinary 50 years photographing the royal family. Tradotto, “Una tazza di tè, Arthur? I miei straordinari cinquant’anni da fotografo della famiglia reale”. Una domanda che, racconta, si è sentito rivolgere innumerevoli volte dopo lunghe giornate di lavoro. Dietro quell’invito apparentemente ordinario si nasconde il privilegio più raro per chi vive di immagini: essere riconosciuto non soltanto come un professionista, ma come una presenza familiare. Un risultato tutt’altro che scontato, soprattutto quando il protagonista dei tuoi scatti è un futuro re che, all’inizio, non ti sopporta affatto.

Carlo ed Edwards, un rapporto nato tra le urla

Oggi tra Arthur Edwards e re Carlo c’è stima reciproca. Ma la strada per arrivare a questa familiarità è stata lunga e tutt’altro che tranquilla. Intervistato dal Daily Telegraph, il fotografo ricorda gli scontri avuti con il sovrano soprattutto nei primi anni della loro conoscenza. Carlo non gradiva il suo stile aggressivo e, in più di un’occasione, non avrebbe nascosto la propria irritazione. «Mi urlava contro», ricorda Edwards.

Del resto, il fotografo non si descrive come un interlocutore particolarmente accomodante. «All’inizio ero molto aggressivo, lo ammetto», riconosce. E in una circostanza, dopo una discussione a Highgrove, la residenza di campagna di Carlo, decise di andarsene sbattendo idealmente la porta con una frase destinata a restare nella memoria: «Almeno io ho un lavoro vero!». Non proprio il genere di risposta che ci si aspetterebbe da chi cerca di conquistare la simpatia della famiglia reale. Eppure, con il passare degli anni, le tensioni si sono trasformate in un rapporto di rispetto.

Edwards attribuisce al sovrano una qualità decisiva: la capacità di perdonare. «E lui mi ha perdonato tutto», racconta. Il loro modo di rivolgersi l’uno all’altro restituisce bene la natura di questa relazione: «Io lo chiamo “signore” e lui mi chiama Arthur e così sarà finché campo». Una familiarità costruita nel tempo, senza cancellare le distanze istituzionali. Carlo resta il re; Edwards, il fotografo che ha imparato a conoscerlo anche nei momenti meno accomodanti. E forse è proprio questo il segreto del loro legame: nessuna illusione di amicizia convenzionale, ma una fiducia conquistata dopo anni di incomprensioni.

Lady Diana, la principessa che non risparmiava le battute

Se con Carlo il rapporto è passato attraverso gli scontri, con Lady Diana il registro era decisamente diverso. Edwards ricorda la principessa come una donna capace di attirare l’attenzione di chiunque senza perdere la spontaneità. «Non era soltanto una superstar, ma una megastar. Però era una megastar alla mano. Era divertente», racconta al Telegraph.

La sua popolarità era immensa, ma Diana sapeva anche prendersi gioco delle situazioni e delle persone che frequentava. Con il fotografo aveva instaurato una complicità fatta di osservazioni ironiche e scherzi improvvisi, un’intesa che emerge con particolare chiarezza da un episodio del 1991. Edwards si trovava sotto la pioggia, con indosso un berretto piatto di tweed che evidentemente non passava inosservato. Diana lo guardò e gli domandò: «Arthur, hai messo quel cappello per una scommessa?». Una battuta fulminante, pronunciata con quella capacità di alleggerire la scena che contribuì a rendere la principessa tanto amata. In un mondo dove ogni gesto può essere interpretato e ogni parola riportata dai giornali, l’ironia diventava anche un modo per stabilire un rapporto meno formale con chi le stava intorno.

Edwards ha potuto conoscerne il lato più giocoso, oltre a quello pubblico e iconico. Un ricordo prezioso di una donna la cui immagine è rimasta impressa nella memoria collettiva, ma che, per chi l’ha frequentata davvero, era anche una persona capace di scherzare senza troppi riguardi.

Il regalo di Sarah Ferguson: calzini con un messaggio inequivocabile

Nella galleria dei piccoli gesti che raccontano la personalità dei Windsor e delle persone che orbitano intorno alla famiglia, c’è spazio anche per Sarah Ferguson, l’ex duchessa di York.

In occasione del Natale, Ferguson regalò a Edwards un paio di calzini con la scritta «No comment» ricamata sopra. Un dono ironico, perfettamente calibrato sul mestiere del fotografo: trascorrere la vita a cercare immagini e dichiarazioni significa anche imparare a convivere con reticenze, silenzi e risposte evasive. Il regalo sembra condensare in poche parole un intero universo di relazioni tra la stampa e la monarchia. Da una parte, la curiosità dei giornalisti; dall’altra, la necessità dei reali di proteggere la propria riservatezza. In mezzo, persone che si conoscono da decenni e che possono permettersi di scherzare proprio sulle dinamiche che le tengono in contatto.

Elisabetta II e quella battuta impossibile da dimenticare

Anche la regina Elisabetta II, simbolo per eccellenza della disciplina e del controllo, aveva un lato ironico che emergeva nei momenti meno prevedibili. Edwards le inviava ogni anno una selezione delle sue fotografie migliori. La sovrana, secondo il suo racconto, le conservava nel diario personale, trasformando così il lavoro del fotografo in una piccola cronaca visiva della vita della monarchia.

Nel 2003 arrivò un riconoscimento particolarmente importante: a Buckingham Palace, Elisabetta gli conferì l’onorificenza di Membro dell’Ordine dell’Impero britannico, nota come MBE. La cerimonia avrebbe potuto svolgersi nella consueta atmosfera solenne. Ma la regina non rinunciò alla sua ironia. Rivolgendosi a Edwards, gli disse: «Non riesco a credere che la stia dando proprio a lei». Una frase che, pronunciata dalla sovrana, valeva più di un lungo discorso.

Era un modo per riconoscere il personaggio, oltre al professionista, e per stemperare la formalità di un momento istituzionale. In quella battuta si ritrova una delle caratteristiche più affascinanti della regina: la capacità di usare poche parole per disinnescare la solennità, senza perdere autorevolezza. Edwards, che per cinquant’anni ha cercato di cogliere espressioni e gesti capaci di raccontare i Windsor, si è trovato così a essere lui stesso il destinatario di una scena memorabile.

Camilla, la lettera che lo ha commosso

Nel memoir non mancano gli episodi che mostrano il lato più personale dei rapporti costruiti nel corso degli anni. Tra questi c’è il legame con Camilla, oggi regina consorte, che Edwards ha descritto come una presenza capace di rendere Carlo «incredibilmente felice». Una frase pronunciata dal fotografo durante un programma radiofonico della BBC. Parole che arrivarono a Camilla e che la spinsero a scrivergli una lettera.

«Sono scoppiata in lacrime ascoltando tutte le cose meravigliose che ha detto di mio marito», gli confidò. È un episodio significativo perché ribalta, almeno per un momento, la prospettiva abituale. Il fotografo, spesso impegnato a documentare le emozioni degli altri, si ritrova a essere parte di una confidenza privata. E scopre che, dietro il protocollo e la gestione dell’immagine pubblica, esistono sentimenti che possono essere raccontati con semplicità. Nel corso delle visite di Stato in Vaticano, Carlo ha inoltre fatto in modo che Edwards potesse incontrare diversi pontefici. Per il fotografo, si è trattato di un gesto personale e inatteso, vissuto come un regalo da parte del sovrano. Anche in questo caso, la relazione non si esaurisce nel rapporto tra un re e un professionista della stampa. È il risultato di una frequentazione durata decenni, nella quale la fiducia si è costruita attraverso episodi piccoli e grandi.

William e Harry, il ricordo di un castello di sabbia

Edwards ha fotografato William e Harry quando erano ancora neonati e li ha seguiti mentre crescevano sotto lo sguardo costante dei media. Conosce bene, dunque, il peso di un’infanzia vissuta dentro un’istituzione che non concede facilmente la possibilità di essere soltanto bambini.

Del principe William dice che non ha mai amato particolarmente la stampa, pur essendosi sempre comportato con gentilezza nei suoi confronti. Quanto a Harry, il fotografo esprime soddisfazione per il suo ritorno nel Regno Unito. Tra i ricordi più sorprendenti c’è una scena del 1986, su una spiaggia del Norfolk. Harry aveva appena due anni e, secondo il racconto di Edwards, la tata riservava gran parte delle proprie attenzioni al fratello maggiore William. A intervenire fu una guardia del corpo, che cercò di coinvolgere il piccolo Harry nella costruzione di un castello di sabbia.

Le parole che gli rivolse erano tutt’altro che diplomatiche: «Vieni qui, ti costruisco io un castello di sabbia. Tanto è l’unico dannato castello che probabilmente avrai mai in vita tua». Una frase ruvida, pronunciata in un contesto informale, che oggi assume un significato particolare alla luce delle vicende successive dei due fratelli e del loro diverso rapporto con la monarchia.

Il castello di sabbia diventa così, involontariamente, una metafora della loro storia: due bambini cresciuti nello stesso ambiente, ma destinati a percorrere strade differenti. È anche il genere di episodio che difficilmente trova spazio nelle cronache ufficiali, dove ogni immagine è attentamente selezionata e ogni parola misurata. Eppure, proprio questi frammenti contribuiscono a restituire una dimensione umana a una famiglia spesso raccontata attraverso titoli, cerimonie e conflitti istituzionali.

Cinquant’anni accanto ai Windsor: il privilegio di vedere oltre il protocollo

Il memoir di Arthur Edwards promette di essere molto più di una raccolta di aneddoti divertenti. Il suo valore sta nella prospettiva di chi ha osservato la monarchia britannica attraversare trasformazioni profonde, passando da una generazione all’altra e da un’epoca mediatica a quella successiva.

In cinquant’anni, il fotografo ha visto cambiare i protagonisti, le regole della comunicazione e il rapporto tra la famiglia reale e il pubblico. Ha assistito alla costruzione dell’immagine globale di Diana, all’ascesa di William e Harry, alla lunga attesa di Carlo prima di diventare re. E ha imparato che, dietro le immagini ufficiali, la monarchia è fatta anche di caratteri difficili, battute fulminanti, riconciliazioni e gesti di gratitudine.

Il titolo Cup of tea, Arthur? racchiude bene questa dimensione. Una tazza di tè è un dettaglio quotidiano, quasi banale, ma nel mondo dei Windsor può diventare il segno di un rapporto consolidato: l’invito rivolto a qualcuno che non è più soltanto un osservatore esterno. Edwards è arrivato a quel punto dopo aver litigato con Carlo, riso con Diana, ricevuto una battuta da Elisabetta e condiviso momenti di inattesa vicinanza con Camilla. Non ha smesso di essere un fotografo, né ha perso il suo sguardo professionale. Ma, dopo mezzo secolo trascorso accanto alla famiglia reale, può raccontare qualcosa che nessuna fotografia, da sola, riesce a restituire: la storia delle persone dietro la corona.