C’è un filo rosso che attraversa tutta la lunga conversazione di Corrado Augias: Machiavelli non è l’uomo cinico e spregiudicato che abbiamo imparato a conoscere attraverso l’uso comune dell’aggettivo “machiavellico”. È, piuttosto, un pensatore costretto a fare i conti con una realtà difficile, capace di guardare alla politica senza illusioni e, proprio per questo, di ragionare sul potere, sulla guerra, sulla sicurezza e sull’interesse collettivo con una lucidità ancora sorprendentemente attuale.
È questa la chiave del libro scritto da Augias insieme alla figlia Natalia, L’uomo che inventò la politica. Inchiesta su Machiavelli. Ma è anche il punto di partenza per una riflessione molto più ampia sull’Italia di oggi. Augias definisce Machiavelli un uomo “lucido, appassionato, disperato”. Disperato perché vive in un’Italia attraversata da invasioni, conflitti e instabilità. Non è dunque un teorico della crudeltà, ma qualcuno che cerca di capire come un Paese possa sopravvivere e diventare più forte in un’epoca in cui la debolezza può trasformarsi rapidamente in una condanna.
Anche per questo, secondo Augias, l’uso moderno della parola “machiavellico” è profondamente fuorviante. Machiavelli non esaltava semplicemente l’astuzia o l’assenza di scrupoli. Aveva una concezione politica nella quale la forza poteva essere necessaria, persino quando l’obiettivo ultimo rimaneva la pace. Ed è qui che il discorso arriva all’attualità. In un’Europa che ha conosciuto decenni di pace, parlare di eserciti, difesa e sicurezza è diventato difficile. Ma Augias invita a non confondere il rifiuto della guerra con la rimozione del problema della sicurezza. La sua è una posizione che nasce anche dalla memoria personale: quella di un bambino che vide i nazisti a Roma e che ricorda le incursioni delle guardie fasciste nella casa di famiglia alla ricerca del padre. Una memoria che, inevitabilmente, porta a guardare con severità anche a certe parole utilizzate nel dibattito politico contemporaneo. La diserzione, osserva Augias, non può essere confusa con l’obiezione di coscienza: sono concetti diversi, perché la prima implica il tradimento della propria parte.

Ma è soprattutto quando passa in rassegna i protagonisti della politica italiana che l’intervista diventa particolarmente gustosa. Andreotti? Non esattamente Machiavelli. Per Augias era soprattutto “enigmatico” e, con una provocazione che lui stesso invita a prendere con cautela, “attratto dal male”, quasi affascinato dal mondo dei mascalzoni. Cossiga? La risposta è ancora più netta e ironica: “Era matto”.
Poi arriva Matteo Renzi. E qui il giudizio cambia radicalmente. Augias lo considera uno dei politici italiani più vicini al modello machiavellico: intelligente, calcolatore, capace di muoversi con spregiudicatezza quando ritiene che sia necessario per raggiungere un obiettivo politico. Ma c’è un problema, ed è enorme: l’ego. Secondo Augias, sarebbe stato proprio “un ego gigantesco” a rovinare Renzi. E arriva persino una considerazione volutamente provocatoria: se riuscisse a liberarsi di quella componente di “sbruffoneria da toscanaccio”, potrebbe diventare “il miglior politico in circolazione”.
È un giudizio severo ma, allo stesso tempo, quasi un riconoscimento.
Anche Mario Draghi, nella lettura di Augias, possiede qualcosa di machiavellico. Non tanto per la spregiudicatezza, quanto per la capacità di avere una visione. Ed è proprio questa, secondo il giornalista, una delle grandi carenze della politica contemporanea: troppi leader guardano ai sondaggi e alle prossime scadenze elettorali, mentre mancano prospettive di lungo periodo. Poi c’è Gianni Letta. E qui Augias non sembra avere dubbi: il vero “Machiavelli” della politica italiana recente sarebbe lui. Non necessariamente il politico più visibile, ma il consigliere capace di vedere più lontano degli altri, soprattutto nei momenti decisivi.
A sinistra, invece, il nome che emerge è quello di Walter Veltroni, apprezzato non soltanto per la capacità di elaborare un progetto politico, ma anche per una qualità che Augias ritiene sempre più rara: “scaldare il cuore”. Ed è proprio questo uno dei passaggi più interessanti dell’intervista. Perché dietro il ragionamento su Machiavelli emerge una critica più generale alla politica contemporanea: la perdita della visione, del senso della storia e persino di una certa idea di postura morale. Augias mette a confronto figure come Sandro Pertini e Gian Carlo Pajetta, che pagarono con anni di carcere, confino ed esilio le proprie convinzioni politiche, con la classe dirigente attuale. Il confronto, sostiene, sarebbe “imbarazzante”, a destra come a sinistra. Ma forse la riflessione più attuale riguarda la sicurezza. Per Augias, uno degli errori più macroscopici della sinistra italiana è stato quello di consegnare alla destra un tema che dovrebbe appartenere a tutti: la sicurezza delle persone e della comunità.
Non una questione di destra o di sinistra, dunque, ma una necessità politica elementare. La sinistra, secondo Augias, avrebbe lasciato cadere questo argomento per una combinazione di motivi ideologici e, soprattutto, di “pigrizia”. Ed è probabilmente questa la provocazione più interessante dell’intera intervista: non basta avere buone intenzioni per governare la realtà. La politica, nella lezione di Machiavelli riletta da Augias, deve avere il coraggio di affrontare anche ciò che è scomodo, senza rifugiarsi nelle semplificazioni.
Alla fine resta una frase che potrebbe essere considerata il vero manifesto della conversazione: Machiavelli ci insegna “il coraggio di trovare una via lucida, chiara e coerente in mezzo alla disperazione”. Una lezione che vale per la politica, ma forse anche per il nostro tempo.
