Tre militari ricordano una visita alla portaerei francese alla vigilia della strage. Una testimonianza chiama in causa la base campana, ma resta senza riscontri decisivi. Dopo 46 anni, la Procura di Roma chiede di proseguire le indagini: i documenti promessi da Parigi potrebbero chiarire dove si trovassero navi e aerei nella notte in cui morirono 81 persone.
Il 26 giugno 1980, secondo il ricordo di alcuni militari italiani, un gruppo di piloti salì a bordo della portaerei francese Foch, a Napoli. Doveva partecipare a un briefing per un’esercitazione prevista il giorno seguente: una simulazione di attacco alla base aerea di Grazzanise, in provincia di Caserta. Il 27 giugno, poche ore dopo che quell’attività sarebbe stata annullata per il maltempo, il DC-9 Itavia diretto da Bologna a Palermo precipitò nel Tirreno. Morirono tutte le 81 persone a bordo.
Fra i due fatti non è stato dimostrato un nesso. È proprio questa la distinzione da cui partire per leggere i nuovi atti sull’inchiesta di Ustica. Le testimonianze sulla Foch pongono una domanda verificabile sulla posizione della nave francese. Le dichiarazioni relative a Grazzanise ne pongono altre sui voli militari di quei giorni. Nessuna, allo stato, identifica l’aereo che avrebbe provocato il disastro, la sua nazionalità o il meccanismo preciso della caduta del DC-9.
La novità giudiziaria è arrivata il 30 settembre. Davanti al giudice per le indagini preliminari, il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha chiesto di ritirare la richiesta di archiviazione presentata nel marzo 2025. La ragione è una comunicazione della Francia, che si è detta disponibile a trasferire documentazione e a valutare ulteriori richieste italiane. Il gip si è riservato la decisione: al momento dell’udienza non aveva ancora formalmente disposto la restituzione degli atti alla Procura. E le carte annunciate da Parigi devono ancora essere esaminate. ANSA, RaiNews
La Foch: un ricordo preciso, una rotta da verificare
Nella ricostruzione pubblicata da Fanpage, il pilota di F-104 Sebastiano Caucci riferisce ai magistrati di essere salito sulla Foch il 26 giugno 1980. Dice di ricordare il nome della nave e il briefing sull’esercitazione. Un altro militare, Sebastiano Ferrigno, racconta la stessa visita e ricorda persino un portacenere con il nome della portaerei ricevuto dai francesi. Anche Flaviano De Ambrogio riferisce di quell’incontro.
Sono ricordi dettagliati e concordanti su un punto importante. Contrastano, però, con la posizione attribuita alle autorità francesi, secondo cui la Foch si trovava a Tolone. Inoltre, dell’esercitazione ricordata dai testimoni non risulta, nelle carte finora citate, una documentazione capace di ricostruirne programma, unità coinvolte e cancellazione.
La prima verifica necessaria è quindi meno spettacolare di una teoria sull’abbattimento, ma decisiva per l’indagine: dove si trovava la Foch il 26 e il 27 giugno 1980? Registri di navigazione, movimenti portuali, ordini operativi e attività dei velivoli imbarcati potrebbero confermare o smentire il ricordo dei militari. Anche l’eventuale presenza della portaerei a Napoli il giorno 26 non dimostrerebbe, da sola, che fosse in una posizione utile a intervenire nei cieli del disastro la sera successiva. Per questo serve una cronologia continua, non una singola annotazione.
Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, considera la presenza della Foch uno degli elementi emersi dagli atti che impongono di continuare a cercare. Nello stesso comunicato del 29 settembre, riconosce che la collaborazione francese dovrà essere vagliata e che restano da approfondire anche i comportamenti di altri Stati.
Grazzanise e la telefonata che portò a un testimone
Il secondo filone comincia molti anni dopo la strage. All’inizio del 2018, una persona che si presenta al telefono con il nome di “Arnese” contatta gli uffici della Procura di Roma. Gli accertamenti conducono a Roberto Greco, ex funzionario dell’Enac. Sentito dai magistrati, Greco racconta una presunta confidenza ricevuta da Domenico Del Gaudio, già in servizio a Grazzanise: quella sera sarebbero decollati due caccia e uno avrebbe lanciato un missile verso un MiG libico, colpendo invece il DC-9.
È un racconto grave, ma Greco riferisce ciò che sostiene di avere appreso da un’altra persona. Del Gaudio nega di avergli fatto quella confidenza, afferma di non conoscerlo e contesta anche di aver pilotato un caccia: dice di essere stato un motorista. Non risulta una prova indipendente del decollo, da Grazzanise, di un aereo armato coinvolto nel disastro. È un limite che gli stessi inquirenti, secondo la ricostruzione degli atti pubblicata da Fanpage, hanno evidenziato. Fanpage
Le intercettazioni successive mostrano che Del Gaudio parla della vicenda con familiari e conoscenti in termini che la Procura ha giudicato reticenti. Quelle conversazioni giustificano domande e approfondimenti; non trasformano però il racconto di Greco nella prova di un missile sparato da un velivolo italiano. Il punto non è stabilire se una frase pronunciata al telefono suoni sospetta. È capire se possa essere collegata, attraverso registri, tracciati radar, armamenti e testimonianze dirette, a un’operazione militare precisa nella sera del 27 giugno.
Un analogo confine vale per i registri del carburante esaminati dagli investigatori. Alcune annotazioni riguardanti il combustibile utilizzato dagli F-104 e velivoli stranieri mostrano aspetti dell’attività della base che meritano chiarimenti. Indicano la possibilità di movimenti aerei e la presenza di mezzi alleati. Non documentano, da sole, il volo di un caccia verso il DC-9.
La domanda sulla causa: missile o quasi collisione?
L’indagine incontra qui una divergenza che attraversa da decenni il caso Ustica. Secondo la ricostruzione degli atti riportata da Fanpage, la Procura di Roma considera plausibile uno scenario di traffico militare attorno al DC-9 e ritiene che il velivolo civile possa essere precipitato dopo una manovra improvvisa di un MiG libico nelle sue vicinanze. I legali dei familiari contestano questa spiegazione e sostengono che si debba approfondire la pista del missile.
Non si tratta di una differenza secondaria. Stabilire che il DC-9 si trovasse in uno scenario militare non equivale a stabilire come sia stato distrutto. Un missile richiede di ricostruire provenienza, lancio, traiettoria ed effetti sul relitto. La quasi collisione richiede di dimostrare posizione e manovre degli aerei coinvolti, oltre al meccanismo fisico che avrebbe portato alla perdita del DC-9. Entrambe le ipotesi devono misurarsi con dati tecnici e documenti; nessuna può essere assegnata per intuizione alla Foch, a Grazzanise o a un altro Paese.
I familiari hanno chiesto, fra l’altro, nuovi accertamenti su alcune tracce radar rimaste senza identificazione, l’acquisizione dei registri di Grazzanise e di documenti NATO, oltre a verifiche su un’esercitazione britannica indicata negli atti. Sono richieste che mirano a colmare vuoti concreti: chi volava, da dove era partito, quali apparati lo avevano osservato e quali registrazioni furono conservate. Fanpage
Cosa hanno stabilito i giudici e cosa resta ignoto
Nel 1999 il giudice istruttore Rosario Priore collocò la caduta dell’aereo nell’ambito di un’azione militare, ma concluse che non era possibile identificare gli autori della strage. Quel provvedimento ha segnato la storia del caso senza produrre una condanna per l’abbattimento del DC-9. Anche il procedimento penale a carico di alti ufficiali dell’Aeronautica, nato dalle contestazioni sulla gestione delle informazioni, si è concluso senza le condanne inizialmente ipotizzate. Senato della Repubblica, ricostruzione dell’iter giudiziario
Sul piano civile, diverse decisioni hanno riconosciuto la responsabilità dei ministeri italiani per non aver garantito la sicurezza del volo e hanno disposto risarcimenti ai familiari. La sentenza della Cassazione n. 1871 del 2013 riguarda quella responsabilità civile: non identifica chi abbia materialmente provocato la caduta dell’aereo. È essenziale non sovrapporre il giudizio sui risarcimenti all’accertamento penale degli autori.
Resta così il dato più difficile da accettare: lo Stato italiano ha dovuto rispondere in sede civile, mentre dopo 46 anni non esiste una verità giudiziaria completa su chi compì l’azione che portò alla morte di 81 persone.
Le carte francesi: un’apertura, non ancora una risposta
Secondo quanto riferito in udienza da Lo Voi, la disponibilità francese riguarda, fra l’altro, nove file informatici e due documenti del ministero della Difesa, datati 1986 e 1990, con i relativi protocolli. Il materiale richiamato copre un arco che arriva fino al 1994. Parigi si è inoltre detta disponibile a esaminare nuove richieste. La Procura ritiene che questo apra prospettive investigative sufficienti a chiedere il ritiro dell’archiviazione. ANSA
Il valore di quella documentazione non si misura dal numero dei file. Dipenderà da ciò che contengono, dalla loro completezza e dalla possibilità di confrontarli con gli atti italiani. Potrebbero confermare posizioni e rotte finora controverse; potrebbero aggiungere poco a quanto già conosciuto. Dopo l’udienza, Bonfietti ha richiamato esattamente questa esigenza: la disponibilità annunciata deve diventare consegna effettiva, e saranno i magistrati a valutare il peso delle carte. Altri familiari hanno invitato a esaminare ogni elemento senza restringere in anticipo la ricerca a una sola pista. ANSA
La possibile posizione della Foch è una parte di questa verifica. Lo sono anche i movimenti attorno a Grazzanise, i dati radar e le informazioni che potrebbero detenere altri Paesi alleati. Per arrivare alla verità occorre che questi elementi raccontino la stessa sequenza di fatti, minuto per minuto, e che reggano al confronto con le testimonianze e con il relitto.
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel 46° anniversario della strage, ha definito la ricostruzione di quanto accadde nel Tirreno un «dovere irrinunciabile». È una richiesta che le nuove carte rendono ancora più concreta. La domanda, oggi, non è se esista una pista abbastanza suggestiva da chiudere il racconto. È se gli Stati che custodiscono ancora documenti siano finalmente in grado di consegnare prove capaci di rispondere alle famiglie delle 81 vittime. Quirinale
Fonti
- Fanpage, la ricostruzione delle testimonianze sulla Foch e degli accertamenti su Grazzanise, 30 settembre 2026.
- ANSA, l’udienza del 30 settembre e i documenti annunciati dalla Francia.
- RaiNews, la decisione riservata del gip sulla richiesta della Procura.
- Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica, dichiarazione di Daria Bonfietti del 29 settembre 2026.
- Corte di Cassazione, sentenza civile n. 1871/2013; Senato della Repubblica, ricostruzione dei procedimenti giudiziari.
- Presidenza della Repubblica, dichiarazione per il 46° anniversario della strage.
