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Turchia, stretta di Erdogan sulla comunità Lgbtqi+: 162 persone sotto indagine. E Bruxelles ora è chiamata a reagire

La retata è stata presentata dal governo come una difesa della famiglia. Per le organizzazioni per i diritti Lgbtqi+ è invece l’ultimo salto di qualità di una repressione che dura da anni. Nella notte tra il 12 e il 13 settembre, la Turchia ha avviato una vasta operazione contro associazioni, attivisti e locali riconducibili alla comunità Lgbtqi+, coinvolgendo 15 province.

Il primo elemento da chiarire riguarda i numeri. Il ministro della Giustizia turco Akın Gürlek ha annunciato procedimenti giudiziari nei confronti di 162 persone, nove associazioni e 13 attività commerciali. Il dato, però, non equivale a 162 arresti. Le autorità hanno riferito di decine di persone fermate e, secondo gli ultimi aggiornamenti, almeno 63 persone sono state detenute nell’ambito delle operazioni. A Smirne, 16 persone sono state successivamente sottoposte a custodia cautelare. Nel mirino sono finite abitazioni private, sedi associative e alcuni locali. Tra le organizzazioni interessate ci sono realtà storiche della società civile turca come Kaos GL, SPoD, Lambda, Hevi, LİSTAG, Pozitif Yaşam, Pozitif-iz, Muamma e 7 Renk. Secondo ILGA-Europe e Trans Europe and Central Asia, l’operazione avrebbe colpito in particolare componenti dei consigli direttivi e degli organi di controllo delle associazioni.

Il governo turco inquadra l’intervento nella campagna “La mia famiglia è al sicuro”, collegata alla più ampia strategia 2026-2035 sulla famiglia e sulla popolazione voluta dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. Le autorità sostengono di voler proteggere bambini, famiglia e ordine sociale e parlano di indagini relative a prostituzione, oscenità, diffusione di contenuti illeciti e altre attività criminali. Sono stati inoltre sequestrati materiali digitali e altre evidenze che, secondo la procura, dovrebbero essere esaminate nell’ambito delle indagini. Ma è proprio qui che si apre il nodo politico.

Per ILGA-Europe la dimensione dell’operazione e la scelta dei bersagli indicano qualcosa di molto diverso da una normale azione di contrasto alla criminalità: un attacco coordinato alla società civile Lgbtqi+. L’organizzazione ha chiesto la liberazione delle persone detenute, il rispetto delle garanzie procedurali e la fine delle misure che limitano libertà di associazione e di riunione. La stretta, inoltre, non si è fermata alle perquisizioni. Nelle ore precedenti ai blitz, un provvedimento giudiziario aveva disposto il blocco dei siti e degli account social di numerose organizzazioni Lgbtqi+. Anche questo passaggio, secondo ILGA-Europe, contribuisce a delineare un’operazione più ampia contro la capacità delle associazioni di comunicare, organizzarsi e raccogliere sostegno.

Il precedente non nasce però in questi giorni. La Turchia è da tempo uno dei Paesi europei con il livello più basso di tutela dei diritti Lgbti+. Nella Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe Ankara occupa il 47° posto su 49 Paesi analizzati, con un livello di protezione legale e politica pari al 5%. Anche la Commissione europea, nel suo rapporto sulla Turchia, ha definito insufficiente la protezione giuridica delle persone Lgbtiq+, segnalando discriminazioni, discorsi d’odio e restrizioni alle libertà fondamentali. Il problema, dunque, non riguarda soltanto la comunità Lgbtqi+. Riguarda il perimetro della società civile turca e il rapporto tra potere politico, magistratura e libertà di associazione. Ed è proprio questo che spiega la reazione europea.

ILGA-Europe ha chiesto a Unione europea, Consiglio d’Europa, Nazioni Unite e governi europei di intervenire direttamente con Ankara, monitorare le detenzioni e i procedimenti giudiziari e attivare strumenti di protezione e assistenza legale per le persone coinvolte. L’organizzazione chiede inoltre che la questione venga sollevata nei rapporti politici con la Turchia e che le istituzioni europee non accettino che la retorica della “protezione della famiglia” venga utilizzata per giustificare restrizioni discriminatorie.

Bruxelles, peraltro, ha già espresso preoccupazione. La Commissione europea ha definito motivo di allarme gli arresti e i procedimenti contro attivisti, associazioni per i diritti umani e attività commerciali, chiedendo alla Turchia di rispettare i diritti e la dignità delle persone indipendentemente dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere. È qui che la vicenda turca diventa anche una questione europea. Ankara resta un interlocutore strategico per l’Unione, sul piano politico, commerciale, migratorio e della sicurezza. Ma proprio questa rilevanza rende più difficile trasformare la condanna delle violazioni dei diritti in conseguenze concrete.

La domanda che emerge dagli ultimi blitz è quindi più ampia del destino delle 162 persone finite nell’indagine. Quanto può spingersi un governo nella limitazione delle libertà fondamentali prima che la tutela dei diritti diventi, per Bruxelles, una condizione effettiva del rapporto con Ankara? La risposta non arriverà soltanto dalle aule dei tribunali turchi. Arriverà anche dalla capacità dell’Europa di decidere se i propri valori debbano restare una dichiarazione diplomatica o diventare una linea politica.