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È morto Domenico “Micu” Papalia: 49 anni dietro le sbarre, era stato scarcerato appena 39 giorni fa

È morto Domenico “Micu” Papalia, figura storica della ’ndrangheta calabrese e lombarda e protagonista di una delle detenzioni più lunghe della storia repubblicana. Aveva 81 anni e si è spento nella notte tra il 25 e il 26 agosto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato dal 17 agosto in seguito al peggioramento delle sue condizioni. Papalia era affetto da un carcinoma prostatico in fase avanzata e da altre gravi patologie. Soltanto 39 giorni prima della morte aveva lasciato il carcere di Parma, dopo 49 anni di detenzione ininterrotta, grazie al differimento della pena concesso dal Tribunale di Sorveglianza per motivi di salute.

Il 17 luglio era stato trasferito in ambulanza dal penitenziario di Parma alla sua abitazione di Corsico, nel Milanese, dove avrebbe dovuto proseguire le cure in regime di detenzione domiciliare. L’aggravamento della malattia aveva poi reso necessario il ricovero al San Paolo. La morte chiude così una vicenda personale, criminale e giudiziaria durata mezzo secolo: dall’ascesa della ’ndrangheta calabrese in Lombardia alle condanne all’ergastolo, passando per un’assoluzione arrivata decenni dopo per uno degli omicidi che gli erano stati attribuiti e per il percorso compiuto durante la lunghissima permanenza dietro le sbarre.

Da Platì alla Lombardia, l’ascesa dei Papalia

Nato a Platì il 18 aprile 1945, Domenico Papalia apparteneva a una famiglia legata da rapporti di parentela e alleanze ai Barbaro, una delle storiche famiglie della ’ndrangheta della Locride. Negli anni Sessanta, insieme ai fratelli Antonio e Rocco, seguì il grande movimento migratorio dalla Calabria verso il Nord. I Papalia si radicarono nell’area sud-occidentale di Milano, in particolare tra Buccinasco e Corsico, un territorio che nei decenni successivi sarebbe diventato uno dei principali centri della presenza della criminalità organizzata calabrese fuori dalla regione d’origine.

Secondo numerose sentenze e ricostruzioni investigative, Domenico Papalia assunse un ruolo di primo piano nella struttura della ’ndrangheta al Nord. Le dichiarazioni rese negli anni dai collaboratori di giustizia hanno descritto una rete capace di mettere in relazione le diverse componenti calabresi presenti in Lombardia e di mantenere un forte collegamento con le cosche d’origine. Proprio l’area di Buccinasco sarebbe diventata nel tempo uno dei territori simbolo dell’espansione settentrionale della ’ndrangheta, con interessi che le indagini hanno ricostruito in settori che andavano dal traffico di droga all’edilizia, dai sequestri di persona al riciclaggio.

L’arresto nel 1977 e una detenzione durata 49 anni

Papalia entrò in carcere nel 1977 e non ne uscì più fino allo scorso 17 luglio. Una permanenza ininterrotta durata 49 anni, che lo aveva trasformato in uno dei detenuti di più lungo corso del sistema penitenziario italiano. Nel corso dei decenni accumulò condanne molto pesanti, ma una delle vicende giudiziarie che avevano segnato la sua storia si concluse molti anni dopo in maniera completamente diversa.

La prima condanna all’ergastolo riguardava infatti l’omicidio del boss di Canolo Antonio D’Agostino, avvenuto nel 1976. Nel 2017, quarant’anni dopo l’inizio della sua detenzione, la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo assolse definitivamente da quell’accusa «per non aver commesso il fatto». L’assoluzione non determinò tuttavia la scarcerazione perché nel frattempo erano diventate definitive altre due condanne all’ergastolo.

Le condanne per gli omicidi Labate e Mormile

Una delle condanne riguardava l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983. La responsabilità di Papalia venne affermata nell’ambito del procedimento Nord-Sud, una delle prime grandi operazioni giudiziarie che negli anni Novanta portarono alla luce la profondità dell’insediamento della ’ndrangheta in Lombardia.

L’altra condanna riguardava il ruolo di mandante nell’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera assassinato nel 1990. Il delitto venne successivamente rivendicato dalla sigla Falange Armata e nel corso degli anni fu al centro di indagini e testimonianze che chiamarono in causa anche presunti rapporti tra esponenti della criminalità organizzata e uomini degli apparati dello Stato. Su diversi aspetti di quella vicenda sono rimaste zone d’ombra.

Papalia ha sempre respinto le responsabilità attribuitegli per entrambi gli omicidi. Le condanne si fondarono anche sulle dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia. Fino agli ultimi anni continuò a proclamarsi innocente rispetto ai fatti per i quali stava scontando l’ergastolo.

In carcere entrò analfabeta e riprese a studiare

La storia degli ultimi decenni di Papalia non coincide però soltanto con quella del boss e delle sue condanne. Durante la lunghissima detenzione iniziò un percorso personale che divenne anche uno degli argomenti utilizzati da esponenti radicali e associazioni impegnate sui diritti dei detenuti per chiedere che la sua situazione venisse rivalutata.

Entrato in carcere analfabeta, conseguì il diploma e successivamente frequentò corsi universitari. Partecipò inoltre alle attività promosse da Nessuno tocchi Caino, compresi i laboratori “Spes contra Spem”, dedicati al confronto con detenuti condannati a pene molto lunghe e alla riflessione sulla funzione rieducativa della pena.

La sua vicenda venne progressivamente inserita anche nel dibattito sull’ergastolo ostativo e sul significato costituzionale della pena dopo decenni trascorsi in carcere. Chi lo aveva incontrato durante quel percorso sosteneva che l’uomo ottantenne e gravemente malato fosse profondamente diverso dal giovane entrato in carcere alla fine degli anni Settanta. Questo giudizio non cancellava naturalmente né le condanne definitive né la gravità dei reati per i quali era stato giudicato responsabile.

Le lettere agli studenti di Platì

Negli ultimi anni Papalia aveva iniziato a rivolgersi anche ai ragazzi del suo paese d’origine. In alcune lettere indirizzate agli studenti di Platì parlava della propria esperienza e li invitava a studiare e a tenersi lontani dagli ambienti criminali.

In una delle lettere pubblicate nel giugno scorso riconosceva di non avere condotto in gioventù «una vita regolare e corretta», pur continuando a sostenere di essere stato condannato ingiustamente all’ergastolo. Ai ragazzi rivolgeva soprattutto un avvertimento maturato attraverso la propria esperienza: stare lontani dagli «ambienti devianti», perché è spesso da giovanissimi che si compiono scelte capaci di compromettere un’intera esistenza.

Quelle lettere, insieme agli studi e alla partecipazione alle attività trattamentali, erano diventate parte del dibattito sulla sua permanenza in carcere. Negli ultimi mesi Nessuno tocchi Caino e diversi esponenti dell’area radicale avevano chiesto pubblicamente che le condizioni di Papalia venissero nuovamente valutate, soprattutto alla luce della malattia ormai avanzata.

Il carcinoma e le richieste di scarcerazione

Negli ultimi anni le condizioni di salute erano infatti peggiorate progressivamente. Papalia soffriva di un carcinoma prostatico in fase avanzata, oltre ad altre patologie, e i suoi legali avevano presentato più istanze affinché potesse continuare le cure fuori dal carcere.

Le richieste erano state respinte più volte. Soltanto a luglio il Tribunale di Sorveglianza aveva infine disposto il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare, riconoscendo la gravità delle condizioni cliniche. Il 17 luglio un’ambulanza lo aveva atteso davanti al carcere di Parma per trasferirlo nella sua abitazione di Corsico.

Non si trattava dunque di una liberazione per fine pena né di una revisione delle condanne che stava scontando. Papalia restava sottoposto alla pena, ma gli era stato consentito di trascorrerne l’ultima fase fuori dall’istituto penitenziario per ragioni sanitarie.

La libertà durata appena 39 giorni

La detenzione domiciliare è durata poco più di un mese. Il 17 agosto, esattamente un mese dopo l’uscita dal carcere, il peggioramento delle condizioni aveva reso necessario il ricovero all’ospedale San Paolo di Milano. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto la malattia lo ha infine stroncato.

Dalla scarcerazione alla morte sono trascorsi 39 giorni pieni. Un intervallo brevissimo dopo 49 anni trascorsi ininterrottamente dietro le sbarre.

La morte di Domenico Papalia chiude così una storia che attraversa mezzo secolo di criminalità organizzata e giustizia italiana: la nascita e il consolidamento della ’ndrangheta al Nord, gli omicidi e le grandi inchieste degli anni Ottanta e Novanta, le condanne all’ergastolo, l’assoluzione arrivata quarant’anni dopo per uno dei delitti inizialmente attribuitigli e infine il dibattito sulla funzione della pena e sulla possibilità di un cambiamento dopo decenni di carcere.

Il Tribunale di Sorveglianza gli aveva concesso di lasciare la cella soltanto quando la malattia era ormai in fase avanzata. Dopo quasi mezzo secolo di detenzione, Domenico “Micu” Papalia ha trascorso fuori dal carcere appena gli ultimi 39 giorni della sua vita.

Il commento delle legali di Papalia: “50 anni di carcere sono fallimento dello Stato”

“Dopo 50 anni di carcere, Domenico Papalia, a causa di una grave malattia, ha potuto chiudere la vita accanto ai propri familiari. Una lunga battaglia in cui, con l’avvocata Annarita Franchi, si è cercato di dare significato ad un ergastolo altrimenti senza speranza. Pochi giorni nei quali ritrovare il senso di una vicinanza ai propri cari che non fosse nel parlatorio di un carcere”. Lo rende noto, con un comunicato, l’avvocata Ambra Giovene, storica legale di Domenico Papalia, boss della ‘ndrangheta al nord morto a 81 anni all’ospedale San Paolo di Milano.

“Lo Stato fallisce quando perde l’obiettivo della rieducazione della pena, senza consentire prospettive. E cinquanta anni effettivamente vissuti in carcere danno purtroppo la misura di quel fallimento”, conclude la legale Giovene.

Nessuno tocchi Caino su morte Papalia: “Fine pena mai era diventato anche pena corporale”

“Stanotte è venuto a mancare Domenico Papalia, condannato al fine pena mai e a una pena che, dopo mezzo secolo di carcere, era diventata anche pena corporale”. Lo affermano in una nota i dirigenti di Nessuno tocchi Caino, Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti, aggiungendo che “ci conforta il fatto che non sia morto nella tomba del ‘cimitero dei vivi’, qual è il carcere, ma in un luogo diverso, dove ha potuto essere circondato dall’affetto dei suoi cari”.

“Abbiamo invocato e sostenuto la sua scarcerazione non solo per i gravissimi motivi di salute, ma, cosa ancora più importante, per la sua ‘innocenza’: la più preziosa, quella di una persona ormai da decenni diversa dal delitto e tale da non nuocere a nessuno. Questo, letteralmente, significa essere innocente. La sua bontà, non solo quella dimostrata dalla buona condotta carceraria, – continua la nota di Nessuno tocchi Caino – ma anche quella delle opere di bene che, persino dal carcere, ha compiuto per il prossimo, a partire dai più deboli, ne fa un uomo esemplare. Lo stesso modo in cui se n’è andato, in silenzio, senza dare disturbo a nessuno, esprime il suo essere autentico del quale troppo tardi lo Stato si è accorto”.

“Nessuno tocchi Caino, nell’esprimere le proprie condoglianze ai familiari di Domenico, lo ricorderà, intanto, il prossimo 1° settembre nel laboratorio ‘Spes contra spem’, nel carcere di Parma, insieme ai suoi compagni di pena: persone che, come lui, hanno scelto di essere animate non dall’odio, ma dall’amore, quello stesso amore che Domenico ha saputo nutrire anche nei confronti di chi non lo ha amato, né compreso”, conclude la nota.