È morto Domenico “Micu” Papalia, figura storica della ’ndrangheta calabrese e lombarda e protagonista di una delle detenzioni più lunghe della storia repubblicana. Aveva 81 anni e si è spento nella notte tra il 25 e il 26 agosto all’ospedale San Paolo di Milano, dove era ricoverato dal 17 agosto in seguito al peggioramento delle sue condizioni. Papalia era affetto da un carcinoma prostatico in fase avanzata e da altre gravi patologie. Soltanto 39 giorni prima della morte aveva lasciato il carcere di Parma, dopo 49 anni di detenzione ininterrotta, grazie al differimento della pena concesso dal Tribunale di Sorveglianza per motivi di salute.
Il 17 luglio era stato trasferito in ambulanza dal penitenziario di Parma alla sua abitazione di Corsico, nel Milanese, dove avrebbe dovuto proseguire le cure in regime di detenzione domiciliare. L’aggravamento della malattia aveva poi reso necessario il ricovero al San Paolo. La morte chiude così una vicenda personale, criminale e giudiziaria durata mezzo secolo: dall’ascesa della ’ndrangheta calabrese in Lombardia alle condanne all’ergastolo, passando per un’assoluzione arrivata decenni dopo per uno degli omicidi che gli erano stati attribuiti e per il percorso compiuto durante la lunghissima permanenza dietro le sbarre.
Da Platì alla Lombardia, l’ascesa dei Papalia
Nato a Platì il 18 aprile 1945, Domenico Papalia apparteneva a una famiglia legata da rapporti di parentela e alleanze ai Barbaro, una delle storiche famiglie della ’ndrangheta della Locride. Negli anni Sessanta, insieme ai fratelli Antonio e Rocco, seguì il grande movimento migratorio dalla Calabria verso il Nord. I Papalia si radicarono nell’area sud-occidentale di Milano, in particolare tra Buccinasco e Corsico, un territorio che nei decenni successivi sarebbe diventato uno dei principali centri della presenza della criminalità organizzata calabrese fuori dalla regione d’origine.
Secondo numerose sentenze e ricostruzioni investigative, Domenico Papalia assunse un ruolo di primo piano nella struttura della ’ndrangheta al Nord. Le dichiarazioni rese negli anni dai collaboratori di giustizia hanno descritto una rete capace di mettere in relazione le diverse componenti calabresi presenti in Lombardia e di mantenere un forte collegamento con le cosche d’origine. Proprio l’area di Buccinasco sarebbe diventata nel tempo uno dei territori simbolo dell’espansione settentrionale della ’ndrangheta, con interessi che le indagini hanno ricostruito in settori che andavano dal traffico di droga all’edilizia, dai sequestri di persona al riciclaggio.
L’arresto nel 1977 e una detenzione durata 49 anni
Papalia entrò in carcere nel 1977 e non ne uscì più fino allo scorso 17 luglio. Una permanenza ininterrotta durata 49 anni, che lo aveva trasformato in uno dei detenuti di più lungo corso del sistema penitenziario italiano. Nel corso dei decenni accumulò condanne molto pesanti, ma una delle vicende giudiziarie che avevano segnato la sua storia si concluse molti anni dopo in maniera completamente diversa.
La prima condanna all’ergastolo riguardava infatti l’omicidio del boss di Canolo Antonio D’Agostino, avvenuto nel 1976. Nel 2017, quarant’anni dopo l’inizio della sua detenzione, la Corte d’Assise d’Appello di Perugia lo assolse definitivamente da quell’accusa «per non aver commesso il fatto». L’assoluzione non determinò tuttavia la scarcerazione perché nel frattempo erano diventate definitive altre due condanne all’ergastolo.
Le condanne per gli omicidi Labate e Mormile
Una delle condanne riguardava l’omicidio dell’avvocato Pietro Labate, ucciso a Milano nel 1983. La responsabilità di Papalia venne affermata nell’ambito del procedimento Nord-Sud, una delle prime grandi operazioni giudiziarie che negli anni Novanta portarono alla luce la profondità dell’insediamento della ’ndrangheta in Lombardia.
L’altra condanna riguardava il ruolo di mandante nell’omicidio di Umberto Mormile, educatore del carcere di Opera assassinato nel 1990. Il delitto venne successivamente rivendicato dalla sigla Falange Armata e nel corso degli anni fu al centro di indagini e testimonianze che chiamarono in causa anche presunti rapporti tra esponenti della criminalità organizzata e uomini degli apparati dello Stato. Su diversi aspetti di quella vicenda sono rimaste zone d’ombra.
Papalia ha sempre respinto le responsabilità attribuitegli per entrambi gli omicidi. Le condanne si fondarono anche sulle dichiarazioni convergenti di più collaboratori di giustizia. Fino agli ultimi anni continuò a proclamarsi innocente rispetto ai fatti per i quali stava scontando l’ergastolo.
In carcere entrò analfabeta e riprese a studiare
La storia degli ultimi decenni di Papalia non coincide però soltanto con quella del boss e delle sue condanne. Durante la lunghissima detenzione iniziò un percorso personale che divenne anche uno degli argomenti utilizzati da esponenti radicali e associazioni impegnate sui diritti dei detenuti per chiedere che la sua situazione venisse rivalutata.
Entrato in carcere analfabeta, conseguì il diploma e successivamente frequentò corsi universitari. Partecipò inoltre alle attività promosse da Nessuno tocchi Caino, compresi i laboratori “Spes contra Spem”, dedicati al confronto con detenuti condannati a pene molto lunghe e alla riflessione sulla funzione rieducativa della pena.
La sua vicenda venne progressivamente inserita anche nel dibattito sull’ergastolo ostativo e sul significato costituzionale della pena dopo decenni trascorsi in carcere. Chi lo aveva incontrato durante quel percorso sosteneva che l’uomo ottantenne e gravemente malato fosse profondamente diverso dal giovane entrato in carcere alla fine degli anni Settanta. Questo giudizio non cancellava naturalmente né le condanne definitive né la gravità dei reati per i quali era stato giudicato responsabile.
Le lettere agli studenti di Platì
Negli ultimi anni Papalia aveva iniziato a rivolgersi anche ai ragazzi del suo paese d’origine. In alcune lettere indirizzate agli studenti di Platì parlava della propria esperienza e li invitava a studiare e a tenersi lontani dagli ambienti criminali.
In una delle lettere pubblicate nel giugno scorso riconosceva di non avere condotto in gioventù «una vita regolare e corretta», pur continuando a sostenere di essere stato condannato ingiustamente all’ergastolo. Ai ragazzi rivolgeva soprattutto un avvertimento maturato attraverso la propria esperienza: stare lontani dagli «ambienti devianti», perché è spesso da giovanissimi che si compiono scelte capaci di compromettere un’intera esistenza.
Quelle lettere, insieme agli studi e alla partecipazione alle attività trattamentali, erano diventate parte del dibattito sulla sua permanenza in carcere. Negli ultimi mesi Nessuno tocchi Caino e diversi esponenti dell’area radicale avevano chiesto pubblicamente che le condizioni di Papalia venissero nuovamente valutate, soprattutto alla luce della malattia ormai avanzata.
Il carcinoma e le richieste di scarcerazione
Negli ultimi anni le condizioni di salute erano infatti peggiorate progressivamente. Papalia soffriva di un carcinoma prostatico in fase avanzata, oltre ad altre patologie, e i suoi legali avevano presentato più istanze affinché potesse continuare le cure fuori dal carcere.
Le richieste erano state respinte più volte. Soltanto a luglio il Tribunale di Sorveglianza aveva infine disposto il differimento della pena nella forma della detenzione domiciliare, riconoscendo la gravità delle condizioni cliniche. Il 17 luglio un’ambulanza lo aveva atteso davanti al carcere di Parma per trasferirlo nella sua abitazione di Corsico.
Non si trattava dunque di una liberazione per fine pena né di una revisione delle condanne che stava scontando. Papalia restava sottoposto alla pena, ma gli era stato consentito di trascorrerne l’ultima fase fuori dall’istituto penitenziario per ragioni sanitarie.
La libertà durata appena 39 giorni
La detenzione domiciliare è durata poco più di un mese. Il 17 agosto, esattamente un mese dopo l’uscita dal carcere, il peggioramento delle condizioni aveva reso necessario il ricovero all’ospedale San Paolo di Milano. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto la malattia lo ha infine stroncato.
Dalla scarcerazione alla morte sono trascorsi 39 giorni pieni. Un intervallo brevissimo dopo 49 anni trascorsi ininterrottamente dietro le sbarre.
La morte di Domenico Papalia chiude così una storia che attraversa mezzo secolo di criminalità organizzata e giustizia italiana: la nascita e il consolidamento della ’ndrangheta al Nord, gli omicidi e le grandi inchieste degli anni Ottanta e Novanta, le condanne all’ergastolo, l’assoluzione arrivata quarant’anni dopo per uno dei delitti inizialmente attribuitigli e infine il dibattito sulla funzione della pena e sulla possibilità di un cambiamento dopo decenni di carcere.
Il Tribunale di Sorveglianza gli aveva concesso di lasciare la cella soltanto quando la malattia era ormai in fase avanzata. Dopo quasi mezzo secolo di detenzione, Domenico “Micu” Papalia ha trascorso fuori dal carcere appena gli ultimi 39 giorni della sua vita.

