Vai al contenuto

«Quel giorno eravamo tutti americani»: Trump e la nostalgia dell’unità dopo l’11 settembre

25 anni dopo l’11 settembre, il ricordo degli attentati torna al centro della scena americana. Al Pentagono, Donald Trump ha partecipato insieme alla first lady Melania Trump alla cerimonia dedicata alle vittime degli attacchi del 2001. Un momento solenne che, nel discorso del presidente, si è trasformato però anche in una riflessione sulla forza degli Stati Uniti e sulle minacce che Washington continua a considerare aperte.

«Non lo dimenticheremo mai e poi mai», ha detto Trump, ricordando le vittime e le loro famiglie. Ma il passaggio più significativo del suo intervento è stato quello dedicato allo spirito di unità seguito agli attentati. «Quel giorno eravamo tutti newyorkesi. Tutti quanti. Eravamo tutti newyorkesi, ma eravamo anche tutti americani. Eravamo tutti una famiglia», ha affermato.

È una frase che appartiene alla memoria collettiva americana: dopo l’attacco alle Torri Gemelle, al Pentagono e il disastro del volo United 93, la tragedia aveva prodotto un senso di appartenenza nazionale difficilmente replicabile. Trump ha scelto di riportare proprio quella immagine al centro della commemorazione, contrapponendola implicitamente a un presente nel quale la società americana appare molto più divisa.

Ma il presidente non si è fermato al ricordo. «In giorni come l’11 settembre, capiamo di che pasta è davvero fatto un Paese», ha dichiarato, per poi spostare il discorso sul terreno della sicurezza nazionale e della guerra al terrorismo. Ed è qui che la cerimonia assume un significato politico. Trump ha collegato la memoria degli attentati alla necessità di mantenere una linea dura contro i nemici degli Stati Uniti, citando esplicitamente l’Iran e la questione del suo programma nucleare. Ha inoltre rivendicato l’azione economica e militare della propria amministrazione, assicurando che Teheran non potrà dotarsi di un’arma nucleare.

Nel suo discorso non sono mancati toni particolarmente duri. Il presidente ha evocato i terroristi, promettendo di continuare a combatterli, e ha parlato anche delle petroliere e del controllo dello Stretto. Il messaggio è stato dunque inequivocabile: la commemorazione dell’11 settembre non è soltanto memoria del passato, ma anche una chiave attraverso cui leggere le minacce del presente.

Trump ha ricordato inoltre i militari impegnati nella cosiddetta guerra al terrorismo, insieme ai soccorritori e alle forze dell’ordine che intervennero dopo gli attacchi. Figure diventate, nell’immaginario americano, simboli di sacrificio e resilienza. Alla fine è tornato il tema della forza nazionale. Secondo il presidente, gli Stati Uniti sarebbero oggi «più forti di quanto siano mai stati prima». Una conclusione che guarda inevitabilmente anche al futuro e alla necessità, secondo Trump, di consegnare alle nuove generazioni un Paese «libero e inflessibile di fronte al male».

C’è però una distanza che il discorso presidenziale lascia intravedere. Da una parte c’è l’11 settembre come trauma collettivo, capace di produrre per un momento un sentimento di unità nazionale. Dall’altra c’è l’America del 2026, attraversata da profonde divisioni politiche e sociali, nella quale quel sentimento di appartenenza condivisa appare molto più difficile da ricostruire.

Il richiamo di Trump a «quel giorno» diventa così qualcosa di più di una commemorazione. È il tentativo di recuperare un’immagine di America compatta, forte e pronta a reagire al pericolo. Ma anche la dimostrazione di quanto, negli Stati Uniti di oggi, la memoria dell’11 settembre continui a essere intrecciata con la politica estera, la sicurezza e l’idea stessa di potenza americana.

Venticinque anni dopo, il ricordo resta. E continua a parlare anche del presente.