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IL RITRATTO

Netanyahu e l’arte di cadere senza uscire di scena: così Bibi sopravvive a ogni crisi

Il premier ha trasformato la crisi più drammatica della storia recente di Israele in una prova di resistenza politica. Nonostante le responsabilità ancora da chiarire, le polemiche e il rifiuto di una commissione d’inchiesta indipendente, Netanyahu conserva una base elettorale che non lo considera sconfitto. Il suo talento più grande resta quello di riscrivere la propria storia.

Ci sono leader che attraversano le crisi e altri che riescono a trasformarle in strumenti di sopravvivenza. Benjamin Netanyahu appartiene alla seconda categoria. La sua carriera è una lunga sequenza di cadute annunciate, alleanze improbabili, ritorni inattesi e battaglie condotte fino all’ultimo centimetro. Per i suoi sostenitori è il politico che non si arrende mai. Per i suoi avversari, l’uomo che ha imparato a fare della permanenza al potere una ragione politica superiore a ogni altra.

Il 7 ottobre 2023 ha rappresentato il momento più difficile della sua leadership. L’attacco di Hamas, la strage di civili, gli ostaggi e il collasso del sistema di sicurezza israeliano hanno aperto una ferita profonda nel Paese. Netanyahu, che per anni aveva costruito la propria immagine pubblica attorno alla promessa di garantire sicurezza, si è trovato davanti al fallimento più grave della sua dottrina.

Eppure, a distanza di tre anni, la sua parabola non si è conclusa. Le elezioni hanno restituito un quadro politico ancora conteso, ma il Likud è rimasto il primo partito. Il risultato non cancella le responsabilità da accertare, né equivale automaticamente a un’approvazione unanime del suo operato. Dimostra, piuttosto, che una parte significativa dell’elettorato continua a riconoscergli un ruolo centrale nel futuro del Paese.

Il 7 ottobre e la battaglia per la memoria

Per comprendere Netanyahu bisogna guardare oltre la cronaca delle operazioni militari e delle trattative diplomatiche. La sua è anche una battaglia sul racconto degli eventi: chi ha sbagliato, chi avrebbe dovuto prevedere l’attacco, chi deve rispondere del disastro e quale versione dei fatti entrerà nella memoria collettiva israeliana.

Come ricostruito da Davide Frattini sul Corriere della Sera, il premier si sarebbe attivato già nelle ore successive al massacro per raccogliere documenti e testimonianze. Una strategia che assume un significato particolare alla luce della sua opposizione a una commissione d’inchiesta sui fatti del 7 ottobre. Netanyahu ha giustificato la propria posizione richiamando lo stato di guerra, mentre cresceva la richiesta di chiarire le falle dell’intelligence e le decisioni assunte ai vertici dello Stato.

La questione non riguarda soltanto l’individuazione delle responsabilità operative. Un’inchiesta indipendente potrebbe stabilire che cosa non abbia funzionato, ricostruire la catena decisionale e verificare le condotte dei responsabili politici e militari. È precisamente questo passaggio che rende il confronto tanto delicato: il giudizio sulla guerra presente non può cancellare la domanda sulle responsabilità del passato.

Netanyahu conosce bene il peso della memoria pubblica. Sa che, in politica, la ricostruzione di una crisi può incidere quanto la crisi stessa. Chi riesce a imporre la propria interpretazione degli avvenimenti guadagna tempo, difende il consenso e può trasformare una posizione difensiva in una nuova offensiva.

Il controllo, le alleanze e l’arte di resistere

Il soprannome di «Mago», attribuitogli dai sostenitori, racconta una caratteristica fondamentale del suo metodo: la capacità di individuare margini di manovra quando gli altri vedono soltanto un vicolo cieco. Netanyahu ha costruito la propria carriera attraverso negoziati complessi, intese tra partiti diversi e una gestione meticolosa degli equilibri parlamentari.

La sua esperienza internazionale, affinata anche durante gli anni trascorsi negli Stati Uniti e all’Onu, ha contribuito a formare un leader attento alla comunicazione e alla gestione dell’immagine. Il controllo dei dettagli, la disciplina del messaggio e la capacità di rivolgersi a pubblici differenti sono diventati elementi riconoscibili della sua identità politica.

Il suo talento tattico, tuttavia, ha un prezzo. Le coalizioni che gli consentono di restare al governo dipendono spesso da equilibri fragili e da interlocutori con richieste difficili da conciliare. La sopravvivenza parlamentare non coincide necessariamente con la capacità di offrire una soluzione duratura ai problemi del Paese. E ogni compromesso necessario a mantenere la maggioranza può alimentare nuove tensioni nella società israeliana.

La destra, gli arabi e il futuro di Israele

La campagna elettorale ha confermato quanto la questione palestinese rimanga centrale nella polarizzazione politica israeliana. Netanyahu ha rilanciato una contrapposizione netta tra il blocco di destra e le forze arabe, presentando l’eventualità di un loro ruolo nel governo come un rischio per la sicurezza nazionale. Una retorica che parla direttamente a un elettorato preoccupato dalla guerra e dalle minacce esterne, ma che contribuisce anche a restringere gli spazi del confronto politico. La rappresentanza dei cittadini arabi israeliani e il rapporto con la popolazione palestinese restano questioni distinte, ma entrambe incidono sul modo in cui il Paese definisce la propria identità democratica e il proprio futuro.

In questo quadro, Netanyahu continua a muoversi su un confine sottile: da una parte la necessità di rassicurare la sua base, dall’altra quella di tenere insieme uno Stato attraversato da profonde divisioni. La sua permanenza al potere dipenderà ancora dalla capacità di comporre interessi divergenti, negoziare con i partner e impedire che le crisi si trasformino in una rottura definitiva della maggioranza.

Il leader che non vuole essere giudicato

La vera incognita riguarda ciò che accadrà quando la guerra e le emergenze non potranno più occupare tutto lo spazio del dibattito pubblico. Prima o poi, la società israeliana dovrà confrontarsi con le domande del 7 ottobre: come sia stato possibile che l’attacco cogliesse impreparato il Paese, quali responsabilità spettino ai vertici politici e militari e quali garanzie possano impedire che una simile tragedia si ripeta.

Netanyahu ha dimostrato una straordinaria capacità di resistenza. Ma sopravvivere politicamente non significa necessariamente risolvere i problemi che hanno provocato una crisi, così come conservare il consenso non equivale a essere assolti dalla storia.

Il suo percorso resta quello di un leader che combatte su due fronti: quello del potere, dove continua a cercare numeri e alleati, e quello della memoria, dove tenta di difendere la propria versione degli eventi. Il primo può regalargli un’altra stagione di governo. Il secondo, invece, dipenderà da un giudizio più difficile da controllare: quello che Israele saprà formulare sulle responsabilità del suo premier nel giorno più buio della sua storia recente.