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NON SONO UNA SIGNORA

Michela Ponzani non chiede scusa a La Russa: «Non siamo sudditi». E ha ragione anche sul linguaggio

La storica torna a Otto e mezzo e difende il diritto di ricostruire il passato senza ossequio al potere. Ma c’è un’altra questione che merita attenzione: perché alle donne si continua ad appiccicare l’etichetta di “signora”, come se il loro ruolo dovesse essere certificato da una formula di cortesia?

Scusarsi con Ignazio La Russa? Ma anche no. Michela Ponzani, ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7, non arretra di un passo e rilancia: «Non siamo più sudditi, siamo cittadini». Una frase che va oltre la polemica tra una storica e il presidente del Senato. Perché chiama in causa il rapporto tra potere e libertà di parola, tra memoria storica e narrazioni politiche, tra il diritto di fare domande e la pretesa, più o meno esplicita, di stabilire chi possa farle e a quali condizioni.

Pochi giorni prima, negli stessi studi televisivi, Ponzani aveva ricordato la morte dell’agente di polizia Antonio Marino, ucciso durante un corteo dell’estrema destra il 12 aprile 1973, collegando la vicenda alla presenza in piazza dello stesso La Russa. Il presidente del Senato aveva reagito minacciando una querela. La storica, però, ha precisato il senso delle proprie parole: «Non ho detto che La Russa ha responsabilità dell’omicidio, ho detto che era presente a quella manifestazione». La distinzione è essenziale. Ricordare la presenza di una persona a un evento storico non equivale ad attribuirle la responsabilità di un delitto. Sono due affermazioni diverse, che richiedono valutazioni diverse. E proprio per questo, in una democrazia, il confronto dovrebbe partire dalle parole effettivamente pronunciate, non dalla loro interpretazione più polemica.

Ponzani lo dice con chiarezza: «Gli storici nelle democrazie non hanno il compito di celebrare il potere, ma di smontare le narrazioni di comodo». E aggiunge: «È il mio mestiere e continuerò a farlo con tutti i miei mezzi». È difficile contestare il principio. La storia non è un album di fotografie ufficiali, né una cerimonia permanente in cui il passato viene accomodato per non disturbare il presente. È ricerca, confronto con le fonti, ricostruzione dei fatti, verifica delle responsabilità. E, quando necessario, è anche la capacità di mettere in discussione i racconti che il potere preferirebbe lasciare intatti. Naturalmente, questo non significa che uno storico sia infallibile o che ogni ricostruzione sia sottratta alle critiche. Significa, piuttosto, che le contestazioni devono misurarsi con le affermazioni, le fonti e gli argomenti. La minaccia di una querela non può diventare, di per sé, una risposta sufficiente a una questione storica.

Il potere non è un titolo che mette al riparo dalle domande

La frase «Non siamo più sudditi, siamo cittadini» centra il punto. Il presidente del Senato ricopre una delle più alte cariche della Repubblica, ma proprio la natura democratica delle istituzioni esclude che quella carica possa trasformarsi in uno scudo contro le domande. Anzi, più alta è la funzione pubblica, più forte dovrebbe essere la disponibilità a confrontarsi con la storia, con le critiche e con le interpretazioni del proprio passato.

Non si tratta di condannare qualcuno per una presenza a una manifestazione, né di attribuire colpe per associazione. Si tratta di riconoscere che la storia politica di un Paese, soprattutto quando attraversa stagioni di violenza e conflitto, non può essere riscritta soltanto attraverso le versioni più rassicuranti per chi è arrivato ai vertici delle istituzioni. La memoria non è una proprietà privata. E non appartiene nemmeno a una sola parte politica. È uno spazio pubblico nel quale i fatti devono poter essere ricostruiti, discussi e contestualizzati, anche quando il risultato è scomodo. Se ogni domanda sul passato diventa un affronto personale, il rischio è che la discussione si sposti dai fatti alla suscettibilità di chi viene chiamato in causa.

Ponzani rivendica il proprio mestiere. Non pretende di essere al di sopra delle obiezioni: rivendica il diritto di continuare a fare ricerca e a raccontare ciò che ritiene documentabile. È una differenza decisiva. Una democrazia matura non ha bisogno di storici che celebrino il potere, ma di studiosi liberi di interrogare il passato senza dover chiedere il permesso a chi oggi occupa una posizione di prestigio.

E poi c’è quella parola: «signora»

C’è, però, un altro dettaglio che merita attenzione e che riguarda il modo in cui ci rivolgiamo alle donne nello spazio pubblico. L’appellativo «signora», usato come formula apparentemente innocua di cortesia, può diventare fastidioso quando viene impiegato con una frequenza o un tono che sembrano sottolineare il genere della persona più che il suo ruolo, le sue competenze o le sue parole.

Non è una questione di galateo, né una guerra alle buone maniere. Dare del «signore» o della «signora» a qualcuno non è automaticamente offensivo. Il problema nasce quando la formula diventa una specie di etichetta appiccicata alle donne, mentre agli uomini viene riconosciuta più facilmente la qualifica professionale, istituzionale o intellettuale che li definisce. Un uomo che interviene in televisione è spesso presentato come professore, storico, giornalista, magistrato, presidente. Una donna, invece, può ritrovarsi più facilmente ridotta a una generica «signora», anche quando possiede lo stesso titolo professionale e sta intervenendo esattamente sul terreno delle proprie competenze. La differenza può sembrare minima, ma il linguaggio non è mai del tutto neutro: contribuisce a stabilire chi viene percepito come autorevole e chi, invece, sembra dover prima essere identificata attraverso il proprio genere.

Perché Michela Ponzani dovrebbe essere anzitutto una «signora», anziché una storica? Perché il suo intervento dovrebbe essere incorniciato da una formula di cortesia che rischia di spostare l’attenzione dalla sostanza delle sue parole alla sua identità di donna? Il rispetto non si misura dalla quantità di titoli onorifici distribuiti, ma dalla disponibilità a riconoscere la competenza di chi abbiamo davanti. E c’è una sottile ambiguità anche nell’uso paternalistico della cortesia. Una formula educata può diventare uno strumento per rimettere qualcuno al proprio posto: non un interlocutore alla pari, ma una persona da richiamare all’ordine con modi formalmente impeccabili. Non è detto che accada in ogni circostanza, né che ogni uso di «signora» nasconda un’intenzione del genere. Ma quando il linguaggio sembra servire più a ridimensionare che a riconoscere, vale la pena chiedersi che cosa stia davvero comunicando.

La cortesia non deve diventare una gerarchia

Il punto non è abolire le formule di rispetto. È evitare che la cortesia si trasformi in una gerarchia implicita, soprattutto quando a essere chiamate in causa sono donne che parlano con competenza, autonomia e fermezza. Una donna non deve essere meno autorevole perché non addolcisce il tono, non arretra davanti a una figura istituzionale o non si presta al rituale delle scuse. E non dovrebbe nemmeno essere riportata a una generica identità femminile quando il suo ruolo professionale è chiaro. Ponzani è una storica che interviene su una vicenda del passato e difende il metodo del proprio lavoro: è su questo che andrebbe giudicata. Lo stesso vale per il confronto con La Russa. Il presidente del Senato ha pieno diritto di contestare una ricostruzione che ritenga inesatta e di tutelarsi nelle sedi previste dalla legge. Ma una cosa è discutere il merito delle affermazioni, un’altra è pretendere che chi le pronuncia debba scusarsi per aver sollevato una questione sgradita. La differenza sta tutta nella libertà del confronto.

La democrazia, del resto, non è fatta soltanto di elezioni e istituzioni. È fatta anche di linguaggio, di abitudini, di rapporti quotidiani tra chi detiene il potere e chi lo osserva, lo studia o lo critica. Essere cittadini significa poter rivolgere domande anche a chi siede nelle stanze più importanti, senza essere trattati come sudditi impertinenti. E significa anche poter parlare senza che il proprio genere diventi una parentesi obbligatoria, un’etichetta o un modo per ridurre la propria autorevolezza.

Per questo Ponzani fa bene a non arretrare sul principio che rivendica. La storia non è un esercizio di deferenza e la cortesia non dovrebbe essere un modo elegante per ristabilire le distanze. Non siamo sudditi, siamo cittadini. E una donna che prende la parola non ha bisogno di essere prima trasformata in una «signora»: ha diritto di essere ascoltata per ciò che dice e per il lavoro che fa.