Vai al contenuto

Meloni diserta l’Onu: la campagna elettorale italiana prende il posto della politica estera

Giorgia Meloni non è a New York per l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite. A rappresentare l’Italia è il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che nelle ultime ore ha incontrato diversi interlocutori internazionali e ha ribadito che l’assenza della presidente del Consiglio non significa affatto un disimpegno italiano dall’ONU.

Formalmente è vero. Un Paese non viene rappresentato alle Nazioni Unite esclusivamente dal proprio capo del governo e Tajani è precisamente il ministro al quale spetta guidare la diplomazia italiana. L’Italia continua inoltre a partecipare alle iniziative della settimana di alto livello, che riunisce a New York capi di Stato, capi di governo, ministri e rappresentanti dei 193 Paesi membri.

Ma la questione politica rimane. Perché Giorgia Meloni ha scelto di non esserci proprio quest’anno?

La domanda acquista peso soprattutto osservando ciò che la premier sta facendo contemporaneamente in Italia. Nel giro di pochi giorni ha aperto il confronto sulla scuola e sull’immigrazione, è intervenuta sulla nuova legge elettorale lasciando intravedere persino la possibilità di una crisi di governo se la maggioranza dovesse bocciarla, ha partecipato alle trasmissioni di Bruno Vespa e si è immersa sempre più apertamente in una fase politica che assomiglia all’inizio della campagna elettorale.

È quindi legittimo domandarsi se la politica interna stia cominciando a sottrarre spazio a quella internazionale proprio nel momento in cui quest’ultima avrebbe bisogno della massima attenzione.

L’Italia all’ONU c’è, anche senza Meloni

Partiamo però dai fatti, evitando di trasformare l’assenza della premier in qualcosa che non è. L’Italia non ha disertato l’Assemblea generale. Antonio Tajani è a New York e rappresenta il governo durante la settimana di alto livello.

Il ministro degli Esteri ha respinto esplicitamente l’idea che l’assenza di Meloni segnali una minore considerazione delle Nazioni Unite. «Riteniamo le Nazioni Unite lo strumento fondamentale per raggiungere la pace ovunque», ha dichiarato, ricordando il coinvolgimento italiano in numerose iniziative multilaterali e sostenendo la necessità di rafforzare il ruolo dell’organizzazione.

Tajani ha inoltre svolto attività diplomatica concreta. Tra gli appuntamenti più significativi c’è l’incontro con il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante il quale Italia e Stati Uniti hanno firmato un memorandum sulla sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici, con la costituzione di un gruppo tecnico bilaterale.

L’Italia, dunque, non è diplomaticamente assente. È assente Giorgia Meloni. Ed è una differenza che vale la pena analizzare.

Non è vero che sia l’unica grande leader assente

Va corretta anche una rappresentazione che sta circolando in queste ore. Meloni non è l’unica leader di un grande Paese a non partecipare personalmente all’Assemblea insieme al presidente cinese Xi Jinping.

Secondo le informazioni disponibili, più di cinquanta capi di Stato e di governo non partecipano personalmente alla settimana di alto livello e le ragioni sono differenti. Tra gli assenti figurano leader di Paesi importanti e non tutti gli Stati vengono rappresentati al massimo livello politico.

Non sarebbe quindi corretto costruire il caso sulla presunta eccezionalità protocollare dell’assenza italiana.

La questione interessante è un’altra. Per Meloni la politica estera ha rappresentato fin dall’inizio qualcosa di più di un normale capitolo dell’attività di governo. È stata uno degli strumenti principali attraverso i quali la leader di Fratelli d’Italia ha costruito la propria legittimazione internazionale e ha modificato l’immagine con cui era arrivata a Palazzo Chigi.

Per questo la sua assenza pesa politicamente più di quanto direbbe il semplice protocollo.

La politica estera è stata uno dei punti di forza di Meloni

Quando Giorgia Meloni vinse le elezioni del 2022, una parte significativa delle cancellerie europee guardava con diffidenza al nuovo governo italiano. Pesavano la storia politica di Fratelli d’Italia, le posizioni espresse negli anni precedenti sull’Unione europea e i rapporti della destra italiana con alcune forze sovraniste europee.

Quattro anni dopo il quadro è molto diverso. Meloni ha collocato stabilmente l’Italia dentro il fronte atlantico sull’Ucraina, ha costruito un rapporto politico diretto con Washington, ha mantenuto un dialogo costante con Bruxelles e ha cercato di aumentare la presenza italiana nel Mediterraneo e in Africa. Anche chi contesta molte scelte del governo difficilmente può negare che la dimensione internazionale sia stata centrale nella strategia della premier.

È anche attraverso questa politica estera che Meloni ha cercato di superare l’immagine della leader di una destra esclusivamente nazionale e identitaria, presentandosi come capo di governo capace di muoversi nei principali tavoli internazionali.

Proprio per questo la scelta di non essere a New York merita una spiegazione politica più profonda del semplice «c’è Tajani».

E quest’anno a New York si parla esattamente delle crisi che riguardano l’Italia

L’81ª Assemblea generale arriva in un momento particolarmente delicato. Il dibattito generale si svolge dal 22 al 28 settembre e la settimana di alto livello comprende incontri su sicurezza, clima, sviluppo, salute globale e altre grandi questioni multilaterali.

Ma soprattutto arriva mentre il sistema internazionale è attraversato contemporaneamente dalla guerra in Ucraina, dalla crisi con l’Iran, dalle tensioni nel Mediterraneo e nel Mar Rosso, dal confronto tra Stati Uniti e Cina e dalla crescente discussione sul futuro della NATO.

Sono dossier nei quali l’Italia è direttamente coinvolta. Proprio nelle ultime ore abbiamo raccontato su La Voce Nuova l’allarme, attribuito dalla stampa a fonti dell’intelligence americana, sulla possibilità che la pressione ibrida russa possa estendersi anche al Mediterraneo e interessare Paesi come Italia, Francia e Spagna.

In altre parole, mentre a New York si discute del mondo nel quale l’Italia dovrà muoversi nei prossimi anni, la presidente del Consiglio ha scelto di rimanere a Roma. È una scelta legittima. Ma non irrilevante.

Il problema non è il discorso dal podio

Si potrebbe obiettare che i discorsi all’Assemblea generale abbiano spesso soprattutto un valore simbolico. In parte è vero.

La vera importanza della settimana di New York non consiste soltanto nei minuti trascorsi davanti al podio dell’ONU. Sta soprattutto nella concentrazione eccezionale di leader mondiali nello stesso luogo e quindi nella possibilità di organizzare bilaterali, incontri informali e contatti diplomatici che normalmente richiederebbero settimane di viaggi e preparazione.

È questa la ragione per cui la settimana di alto livello continua ad avere un valore politico anche in una fase nella quale l’ONU mostra tutti i propri limiti.

Essere a New York significa poter incontrare in pochi giorni alleati, interlocutori difficili, leader di Paesi emergenti e rappresentanti di governi con i quali esistono dossier aperti.

Tajani può naturalmente svolgere una parte importante di questo lavoro. Ma un ministro degli Esteri e un presidente del Consiglio non hanno sempre lo stesso peso politico nei bilaterali di massimo livello.

L’ONU è più debole, ma questo non rende New York irrilevante

Sarebbe altrettanto sbagliato ignorare la crisi delle Nazioni Unite. Il Consiglio di sicurezza è spesso paralizzato dai veti delle grandi potenze, le guerre continuano nonostante risoluzioni e appelli e il sistema multilaterale attraversa una fase di evidente difficoltà.

Anche l’amministrazione americana ha assunto posizioni sempre più critiche verso alcune istituzioni multilaterali.

Ma proprio questa crisi rende paradossalmente ancora più importante la diplomazia. Quando le istituzioni funzionano meno, i rapporti politici diretti tra governi diventano più importanti, non meno.

La settimana dell’Assemblea generale resta uno dei pochi momenti dell’anno nei quali quasi l’intero sistema diplomatico mondiale si concentra nella stessa città.

Nel frattempo Meloni è già in modalità elettorale

È qui che la coincidenza temporale diventa politicamente significativa.

Mentre Tajani rappresenta l’Italia a New York, Meloni sta conducendo in patria una delle settimane politicamente più aggressive degli ultimi mesi.

Prima l’annuncio delle nuove misure sulla scuola e sull’immigrazione. Poi il confronto sulle parole pronunciate da Sergio Mattarella ad Amatrice. Quindi l’intervento televisivo da Bruno Vespa e soprattutto il messaggio agli alleati sulla legge elettorale: se lo Stabilicum dovesse essere nuovamente bocciato, il governo potrebbe considerare venuto meno il rapporto di fiducia.

Non significa che esista una decisione già presa di andare alle elezioni anticipate.

Ma la legislatura è entrata chiaramente in una fase differente. Il linguaggio si fa più elettorale, le differenze dentro la maggioranza diventano più visibili e la competizione a destra con Roberto Vannacci sta costringendo Fratelli d’Italia a presidiare temi identitari sui quali non vuole lasciare spazio agli avversari.

La concorrenza a destra cambia le priorità

Il nuovo scenario politico pesa molto più di quanto sarebbe accaduto un anno fa.

Futuro Nazionale sta cercando di costruire uno spazio alla destra di Fratelli d’Italia e della Lega, mentre Matteo Salvini affronta contemporaneamente tensioni interne al proprio partito. Reuters ha rilevato come la nuova formazione legata a Vannacci stia modificando gli equilibri della destra italiana e come la Lega sia entrata in una fase di forte pressione interna.

Meloni deve quindi affrontare un problema che fino a poco tempo fa sembrava molto meno urgente: difendere il proprio fianco destro senza perdere l’immagine di leader istituzionale costruita in quattro anni di governo.

È la contraddizione che abbiamo analizzato anche nell’editoriale sul rapporto tra Meloni, Mattarella e Vannacci. E l’assenza da New York cade precisamente dentro questa trasformazione.

Ma non possiamo sapere che Meloni sia rimasta per fare campagna elettorale

Qui è necessaria una cautela. Non risultano elementi pubblici sufficienti per affermare come fatto che Meloni abbia deciso di non partecipare all’Assemblea generale per dedicarsi alla campagna elettorale.

È un’interpretazione politica sostenuta da alcuni avversari e commentatori, non una motivazione ufficialmente dichiarata dalla premier.

Matteo Renzi e altri esponenti dell’opposizione hanno attaccato Meloni proprio su questo terreno, criticandola anche per la partecipazione a eventi in Italia mentre era in corso la settimana dell’ONU. Ma le loro dichiarazioni devono essere considerate per ciò che sono: critiche politiche dell’opposizione, non la prova delle ragioni della scelta di Palazzo Chigi.

Il dato verificabile rimane più semplice: Meloni non è a New York, Tajani rappresenta l’Italia e la premier è contemporaneamente impegnata in una fase molto intensa della politica interna. Da qui nasce la domanda.

Il rischio è perdere proprio ciò che Meloni ha costruito

C’è un paradosso che il centrodestra dovrebbe considerare. Se uno dei risultati politici più importanti della premiership Meloni è stato trasformare la leader di Fratelli d’Italia in un’interlocutrice stabile delle grandi cancellerie occidentali, sarebbe singolare sacrificare progressivamente quel capitale internazionale per inseguire la competizione interna alla destra.

Non significa che la premier debba partecipare personalmente a ogni vertice.

Significa evitare che si produca una percezione: quella di un governo che, avvicinandosi alle elezioni, comincia a guardare più ai sondaggi nazionali che ai tavoli internazionali.

Perché la politica estera ha una caratteristica ingrata: raramente produce molti voti nell’immediato, ma può produrre conseguenze enormi nel lungo periodo.

Tajani può coprire l’assenza, ma non sostituire sempre la premier

La presenza di Antonio Tajani offre al governo una garanzia importante. Il ministro degli Esteri possiede esperienza europea e internazionale, conosce bene le istituzioni comunitarie e può rappresentare pienamente l’Italia nei lavori delle Nazioni Unite.

Lo sta facendo. Il problema non riguarda quindi la qualità della rappresentanza italiana. Riguarda il livello politico degli incontri che una presidente del Consiglio può svolgere rispetto a un ministro, soprattutto quando dall’altra parte del tavolo siedono presidenti e primi ministri.

È normale che in una struttura di governo esista una divisione dei compiti. Ma se l’assenza del capo del governo dai grandi appuntamenti internazionali diventasse una conseguenza sistematica delle esigenze della politica interna, allora il problema cambierebbe natura.

L’Italia non può permettersi di tornare provinciale

È forse questo il punto sul quale il Riformista coglie una questione reale, al di là di alcune forzature.

L’Italia ha storicamente oscillato tra fasi nelle quali ha cercato di giocare un ruolo internazionale superiore al proprio peso economico e altre nelle quali si è ripiegata quasi interamente sulla politica domestica.

La posizione geografica del Paese rende però difficile permettersi il secondo atteggiamento.

Siamo nel Mediterraneo, dipendiamo fortemente dal commercio internazionale e dalle importazioni energetiche, facciamo parte dell’Unione europea, della NATO e del G7 e siamo direttamente esposti alle conseguenze delle crisi in Nord Africa, Medio Oriente e Balcani.

Per l’Italia la politica estera non è un lusso da coltivare quando la politica interna concede tempo.

È politica interna proiettata oltre i confini.

La domanda quindi resta

L’assenza di Giorgia Meloni dall’Assemblea generale non è uno scandalo istituzionale. Non viola alcuna regola, non lascia l’Italia senza rappresentanza e non dimostra un disinteresse del governo per le Nazioni Unite.

Sarebbe eccessivo sostenerlo. Ma sarebbe altrettanto superficiale liquidarla come una decisione priva di significato.

Perché arriva nel momento in cui la politica italiana entra in modalità elettorale, la maggioranza si prepara alla prova decisiva sulla nuova legge elettorale e Meloni deve fronteggiare una concorrenza crescente sul proprio fianco destro.

Proprio mentre il mondo attraversa una delle fasi più instabili degli ultimi decenni.

La campagna elettorale non dovrebbe mangiarsi Palazzo Chigi

Una presidente del Consiglio deve inevitabilmente essere anche leader politica. È impossibile separare completamente le due funzioni.

Ma governare significa anche saper decidere quando gli interessi immediati del partito devono lasciare spazio agli interessi istituzionali del Paese.

Non possiamo sapere se l’assenza da New York derivi davvero dalla crescente pressione politica interna. Possiamo però osservare che le due cose stanno avvenendo contemporaneamente.

Ed è sufficiente per porre una domanda che nei prossimi mesi diventerà sempre più importante.

Se davvero l’Italia si avvia verso una lunga campagna elettorale, magari accompagnata persino dall’ipotesi di un voto anticipato, quanto spazio resterà per la politica estera che ha rappresentato uno dei principali strumenti di legittimazione del governo Meloni?

Perché rincorrere Vannacci, tenere insieme la maggioranza e preparare le elezioni può essere indispensabile per conservare Palazzo Chigi.

Ma l’Italia non vive soltanto dentro Palazzo Chigi. E mentre Roma comincia a pensare alle urne, il resto del mondo non aspetta.

Fonti

  • Nazioni Unite – Programma ufficiale dell’81ª Assemblea generale e della High-Level Week 2026.
  • Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Attività della delegazione italiana e incontri del ministro Antonio Tajani a New York.
  • ANSA – Dichiarazioni di Antonio Tajani sull’assenza di Giorgia Meloni e sul ruolo attribuito dall’Italia alle Nazioni Unite.
  • Reuters