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La guerra ibrida arriva nel Mediterraneo: l’allarme sui droni russi e perché l’Italia può diventare un bersaglio

Per anni l’Europa ha guardato soprattutto a est. Polonia, Lituania, Estonia, Lettonia, Finlandia: era lungo il confine orientale della NATO che ci si aspettava di vedere le provocazioni russe più pericolose. Adesso uno scenario molto diverso comincia a entrare nelle valutazioni dell’intelligence occidentale. Il prossimo drone potrebbe non arrivare dalla Russia attraversando Polonia o Baltico. Potrebbe decollare da una nave apparentemente commerciale nel Mediterraneo e dirigersi verso l’Italia.

È questo lo scenario contenuto in un allarme attribuito ai servizi di intelligence statunitensi e rivelato dal quotidiano spagnolo El Mundo. Secondo le fonti citate dal giornale, Washington avrebbe condiviso con diversi governi europei informazioni su una possibile operazione russa contro uno tra Italia, Francia e Spagna, utilizzando droni nascosti in container e lanciati direttamente dal mare.

La notizia è sufficientemente seria da meritare attenzione, ma richiede una precisazione altrettanto importante: la CIA non ha confermato pubblicamente l’esistenza del rapporto né il governo italiano ha finora confermato ufficialmente di avere ricevuto uno specifico avvertimento di questo tipo. Il presidente del Copasir Lorenzo Guerini ha invitato questa mattina alla prudenza, ricordando che al momento si tratta di una ricostruzione giornalistica sulla quale sono necessari approfondimenti.

Non sappiamo quindi se un attacco sia imminente, né se esista un obiettivo italiano già individuato. Ma lo scenario descritto è tecnicamente plausibile e si inserisce in un quadro di allarmi molto più ampio sulla possibilità che Mosca intensifichi le operazioni ibride contro i Paesi europei che sostengono l’Ucraina.

Ed è proprio questo a rendere la notizia importante anche prima di qualsiasi conferma definitiva.

L’allarme attribuito alla CIA

Secondo El Mundo, i servizi statunitensi avrebbero raccolto informazioni secondo cui Mosca starebbe valutando una nuova fase dell’escalation contro l’Europa. Questa volta il teatro non sarebbe necessariamente il fianco orientale della NATO, ma il Mediterraneo occidentale e centrale, con Spagna, Francia e Italia tra i possibili obiettivi.

La ricostruzione è stata ripresa da ANSA, Euronews, Sky TG24 e altre testate europee. Una fonte vicina al ministero della Difesa lituano ha descritto anche il possibile metodo: droni trasportati all’interno di container su navi e lanciati quando l’imbarcazione si trova abbastanza vicina alla costa europea.

L’arma indicata sarebbe il Gerbera, un drone relativamente piccolo, lungo circa due metri, con un’apertura alare di circa due metri e mezzo, un peso nell’ordine dei 18 chilogrammi e un’autonomia dichiarata che può arrivare a circa 600 chilometri. La velocità sarebbe intorno ai 160 chilometri orari.

Non è quindi necessario immaginare una nave militare russa che si avvicina alle coste italiane.

Ed è precisamente questo il punto.

Una nave commerciale può diventare una piattaforma di lancio

Il Mediterraneo è attraversato ogni giorno da migliaia di navi mercantili. Portacontainer, petroliere, cargo e altre imbarcazioni collegano continuamente porti europei, nordafricani e mediorientali. In questo enorme volume di traffico, un container non appare immediatamente come una piattaforma militare.

Secondo la fonte lituana citata da El Mundo, una nave potrebbe trasportare diversi Gerbera nascosti nel proprio carico e lanciarli quando si trova nella posizione prevista. Un drone con 600 chilometri di autonomia non avrebbe bisogno di avvicinarsi alle acque territoriali italiane: potrebbe partire da una distanza considerevole e raggiungere comunque una parte molto ampia del territorio.

Il concetto non è fantascientifico. La guerra in Ucraina ha dimostrato quanto sistemi relativamente semplici possano essere nascosti, trasportati e lanciati da piattaforme civili o apparentemente civili. È uno dei motivi per cui il confine tra infrastruttura commerciale e potenziale strumento militare è diventato molto più difficile da sorvegliare.

Per un Paese come l’Italia, con oltre 7.000 chilometri di coste e una posizione al centro del Mediterraneo, il problema assumerebbe dimensioni completamente diverse rispetto alla tradizionale difesa di una frontiera terrestre.

Perché proprio l’Italia?

La prima risposta è geopolitica. L’Italia è uno dei principali Paesi della NATO, ospita basi e infrastrutture militari strategiche, partecipa alle missioni dell’Alleanza sul fianco orientale e sostiene militarmente l’Ucraina. Dal territorio italiano operano inoltre strutture essenziali per la proiezione americana e NATO nel Mediterraneo.

Questo non significa che esista oggi la prova di un piano russo per colpire una specifica base italiana. Significa che, nell’eventualità di una strategia destinata a dimostrare che nessun Paese europeo può considerarsi lontano dal confronto con Mosca, l’Italia avrebbe un valore politico e simbolico evidente.

Esiste poi una seconda ragione: la geografia.

Per decenni il Mediterraneo è stato percepito dagli europei soprattutto come frontiera meridionale rispetto a instabilità nordafricana, terrorismo, migrazioni e crisi mediorientali. La minaccia militare russa veniva invece associata quasi automaticamente al Baltico e all’Europa orientale.

Un drone lanciato da una nave cambia completamente questa geometria.

La distanza da Mosca smette di essere determinante.

Se il drone parte dal mare, quasi nessuna costa è davvero lontana

Un Gerbera con un’autonomia nell’ordine dei 600 chilometri lanciato da una nave nel Mediterraneo potrebbe teoricamente raggiungere numerose aree italiane senza che la piattaforma di lancio debba avvicinarsi eccessivamente alla costa.

Questo non significa che “quasi tutta l’Italia” sia automaticamente sotto tiro da un singolo punto del Mediterraneo. Dipenderebbe dalla posizione della nave, dalla configurazione effettiva del drone, dal carico trasportato, dalle condizioni operative e dalle capacità di navigazione.

Ma significa qualcosa di strategicamente più importante: la linea dalla quale può partire una minaccia diventa mobile.

Una batteria missilistica terrestre può essere individuata e monitorata. Una nave può spostarsi per centinaia di chilometri, confondersi con il traffico commerciale e cambiare posizione continuamente.

È una difficoltà completamente differente per intelligence e difesa aerea.

Il Gerbera non serve necessariamente a distruggere una città

Un altro elemento aiuta a capire la natura dello scenario. Il Gerbera non è un missile balistico e non trasporta necessariamente una grande quantità di esplosivo. Le ricostruzioni disponibili indicano un carico relativamente limitato, nell’ordine di pochi chilogrammi.

Ma per un’operazione ibrida potrebbe essere sufficiente.

L’obiettivo non dovrebbe necessariamente essere provocare una devastazione su larga scala. Potrebbe essere chiudere temporaneamente un aeroporto, provocare un incendio in un’infrastruttura, interrompere un’attività portuale oppure semplicemente dimostrare che una piattaforma russa è riuscita a raggiungere il territorio di un Paese NATO.

Il valore dell’attacco diventerebbe allora soprattutto politico.

Immaginiamo per un momento un singolo drone russo che raggiunge un’infrastruttura italiana senza provocare vittime. Sarebbe un attacco militare? Un sabotaggio? Un’operazione clandestina? Un incidente? Quale risposta sarebbe proporzionata? E soprattutto: sarebbe possibile dimostrare rapidamente da quale nave è partito e chi ne ha ordinato il lancio?

È esattamente in questo spazio di ambiguità che prospera la guerra ibrida.

Non serve una Pearl Harbor per mettere sotto pressione la NATO

Negli ultimi giorni abbiamo analizzato su La Voce Nuova proprio il problema della zona grigia tra pace e guerra. Kaliningrad rappresenta uno dei laboratori più evidenti: interferenze GPS, guerra elettronica, cyberattacchi e pressioni sulle infrastrutture permettono di provocare costi senza oltrepassare necessariamente la soglia di un’aggressione militare inequivocabile.

Il Mediterraneo potrebbe rappresentare l’evoluzione successiva.

Non più soltanto disturbare un segnale.

Ma dimostrare che un oggetto armato può partire dal mare, penetrare nello spazio europeo e colpire un obiettivo senza offrire immediatamente alla NATO un bersaglio contro il quale reagire.

È una differenza enorme rispetto a un missile lanciato da una base russa conosciuta.

Il precedente della visita del capo della CIA a Mosca

L’allarme assume maggiore interesse se collegato a un episodio avvenuto alla fine di agosto. Il direttore della CIA John Ratcliffe compì una visita eccezionale a Mosca per colloqui con esponenti dell’intelligence russa.

Reuters confermò all’epoca il viaggio, il primo noto di un direttore della CIA in Russia dai tempi della visita di William Burns nel 2021. Successivamente emerse che nei colloqui era stata affrontata anche la preoccupazione americana per possibili operazioni russe contro Paesi NATO.

Donald Trump ridimensionò pubblicamente la vicenda, sostenendo di non ritenere che Vladimir Putin avrebbe attaccato un territorio dell’Alleanza. Ma fonti americane citate da Reuters riferirono che Ratcliffe aveva effettivamente discusso con gli interlocutori russi delle preoccupazioni riguardanti possibili azioni contro la NATO.

Secondo la ricostruzione oggi pubblicata da El Mundo, l’allarme sul Mediterraneo sarebbe collegato proprio alle informazioni emerse intorno a quella missione.

Anche questo collegamento, tuttavia, non è stato confermato pubblicamente dalla CIA.

La guerra ibrida sta scendendo verso sud

Finora gli episodi più preoccupanti si sono concentrati soprattutto nel Nord e nell’Est Europa. Interferenze GPS nel Baltico, droni, sabotaggi, cyberattacchi e incidenti alle infrastrutture hanno progressivamente convinto molti governi che il confronto con Mosca non possa più essere misurato soltanto attraverso ciò che accade sul fronte ucraino.

La Francia ha recentemente alzato il livello di attenzione sulle minacce ibride russe. Emmanuel Macron ha convocato il Consiglio di Difesa e chiesto nuove misure per proteggere le infrastrutture critiche francesi dopo una serie di episodi attribuiti o collegati dalle autorità europee ad attività russe.

Le intelligence baltiche e dell’Europa centrale hanno contemporaneamente avvertito che Mosca potrebbe cercare una provocazione sufficientemente seria da testare la NATO ma sufficientemente ambigua da dividerla sulla risposta.

Se l’allarme sul Mediterraneo venisse confermato, significherebbe che questa logica non è più confinata al fianco orientale.

L’Italia non parte da zero

C’è però un elemento importante che impedisce di descrivere il nostro Paese come completamente impreparato. Proprio quest’estate l’Italia ha guidato insieme alla NATO la Task Force X – Central Mediterranean, una grande sperimentazione multidominio condotta in Puglia e nell’Adriatico meridionale.

L’esercitazione ha coinvolto Italia, Stati Uniti, Croazia, Lettonia e Slovenia e ha utilizzato oltre cento sistemi senza pilota aerei, terrestri, di superficie e subacquei. Tra le capacità sperimentate c’erano espressamente sistemi counter-UAS, cioè strumenti destinati a individuare e neutralizzare droni ostili.

L’iniziativa, guidata dallo Stato Maggiore della Difesa italiano con NATO Allied Command Transformation, ha integrato informazioni provenienti dal fondale marino fino allo spazio, mettendo insieme radar, sensori, intelligenza artificiale e piattaforme autonome.

È difficile non osservare quanto quello scenario appaia oggi attuale.

Ma difendere il Mediterraneo è enormemente più difficile che difendere una base

Un sistema counter-drone può proteggere efficacemente un aeroporto, una base militare o un’infrastruttura particolarmente importante. Il problema cambia quando bisogna sorvegliare migliaia di chilometri di costa, decine di porti, aeroporti, raffinerie, terminal energetici, basi militari e grandi centri urbani.

Non si può installare un Patriot ogni dieci chilometri.

E non avrebbe neppure senso farlo contro droni relativamente economici.

La sfida è costruire una rete stratificata capace di individuare rapidamente oggetti piccoli e a bassa quota, distinguere un drone ostile dal traffico civile e neutralizzarlo utilizzando sistemi economicamente proporzionati alla minaccia.

Radar dedicati, sensori elettro-ottici, guerra elettronica, cannoni, droni intercettori e sistemi a energia diretta stanno diventando parti sempre più importanti di questa nuova difesa.

La NATO ha già deciso di investire oltre 40 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni nelle capacità counter-drone, proprio perché considera i sistemi senza pilota una delle trasformazioni fondamentali della guerra contemporanea.

Il vero problema italiano sono le infrastrutture critiche

Se dovessimo ragionare sull’Italia, l’errore sarebbe immaginare immediatamente un attacco contro Roma o Milano. In uno scenario di guerra ibrida, obiettivi molto meno spettacolari potrebbero avere un valore strategico maggiore.

Il nostro Paese dipende da porti, aeroporti, terminal energetici, raffinerie, reti elettriche, infrastrutture digitali e collegamenti logistici che hanno spesso una doppia funzione civile e strategica.

Un piccolo drone non deve necessariamente distruggere completamente un’infrastruttura per produrre un effetto importante. Può essere sufficiente costringerla a interrompere temporaneamente le operazioni.

Un aeroporto che chiude per alcune ore, un porto nel quale vengono sospese le attività o un impianto energetico costretto ad attivare procedure di emergenza producono immediatamente costi economici e soprattutto attenzione mediatica.

In una guerra ibrida, la paura può essere parte dell’effetto desiderato tanto quanto il danno materiale.

Perché colpire l’Italia senza voler fare guerra all’Italia

È il paradosso centrale dello scenario. Se Mosca volesse realmente iniziare una guerra convenzionale contro la NATO, un piccolo drone lanciato da una nave commerciale sarebbe uno strumento marginale rispetto agli arsenali disponibili. Ma se l’obiettivo fosse testare la risposta occidentale, creare insicurezza, dividere l’opinione pubblica e aumentare il costo politico del sostegno all’Ucraina, un’operazione limitata potrebbe avere una logica molto diversa.

La Russia ha ripetutamente sostenuto che i Paesi che forniscono armi, intelligence e sostegno militare a Kiev siano diventati partecipanti effettivi al conflitto. I governi NATO respingono questa interpretazione e sottolineano che sostenere la difesa dell’Ucraina non equivale a entrare direttamente in guerra con Mosca.

È proprio tra queste due letture che si apre lo spazio della pressione ibrida. Colpire senza dichiarare guerra, intimidire senza invadere, provocare senza offrire all’avversario una risposta semplice.

La scelta dell’obiettivo sarebbe soprattutto politica

Italia, Francia e Spagna condividono una caratteristica: sono grandi Paesi europei e membri della NATO, ma geograficamente lontani dal fronte orientale. Portare la minaccia fino al Mediterraneo avrebbe quindi un forte valore simbolico.

Il messaggio sarebbe semplice: la distanza dall’Ucraina non protegge più nessuno.

Un’operazione di questo tipo potrebbe inoltre cercare di incidere sull’opinione pubblica. Se un drone collegato alla Russia colpisse un’infrastruttura italiana senza provocare vittime, la discussione politica potrebbe concentrarsi immediatamente non soltanto sulla responsabilità dell’attacco, ma sulla risposta da dare: reagire, rafforzare il sostegno all’Ucraina, aumentare la presenza militare oppure evitare qualsiasi iniziativa che possa produrre un’escalation.

È precisamente in questa zona di incertezza che la guerra ibrida trova il proprio spazio. L’obiettivo non deve necessariamente essere distruggere un’infrastruttura: può essere costringere il Paese colpito a dividersi su come interpretare e affrontare ciò che è accaduto. Una democrazia polarizzata, nella quale ogni incidente produce immediatamente versioni contrapposte e accuse reciproche, può diventare più vulnerabile senza che sia necessario infliggerle un danno militare paragonabile a quello di un attacco convenzionale.

Il precedente del fianco orientale

Finora la maggior parte degli episodi che hanno alimentato questo allarme si è concentrata sul fianco orientale della NATO. Polonia, Romania, Lituania e altri Paesi della regione hanno dovuto affrontare negli ultimi anni violazioni dello spazio aereo, cadute di droni o frammenti, interferenze elettroniche e altri incidenti collegati direttamente o indirettamente alla guerra in Ucraina.

È anche per questo che il possibile spostamento dell’attenzione verso il Mediterraneo rappresenterebbe un salto qualitativo. Italia, Francia e Spagna non sono Paesi confinanti con il teatro di guerra ucraino. Un eventuale episodio deliberato nel Mediterraneo difficilmente potrebbe essere spiegato soltanto come conseguenza geografica dei combattimenti in corso sul fronte orientale.

Proprio questa distanza renderebbe politicamente molto più significativo qualsiasi attacco attribuibile con sufficiente certezza a un attore russo. Significherebbe che la pressione non riguarda più soltanto gli Stati che si trovano lungo la frontiera orientale dell’Alleanza, ma può essere estesa intenzionalmente al suo fianco meridionale.

Perché proprio Italia, Francia e Spagna

I tre Paesi indicati nelle ricostruzioni condividono alcune caratteristiche. Sono grandi Stati dell’Unione europea e della NATO, sostengono l’Ucraina e dispongono di infrastrutture strategiche importanti per la sicurezza europea. Allo stesso tempo si trovano lontani dalla Russia e dalla linea del fronte, caratteristica che potrebbe rendere un eventuale episodio ancora più destabilizzante dal punto di vista psicologico e politico.

Per l’Italia esiste inoltre una particolare rilevanza strategica legata alla sua posizione geografica. Il nostro Paese è una piattaforma naturale tra Europa, Mediterraneo, Nord Africa e Medio Oriente e ospita infrastrutture militari italiane e alleate, porti, aeroporti, reti energetiche e nodi logistici che assumono valore crescente in un contesto di crisi internazionale.

Questo non significa che esista oggi una lista pubblicamente verificata di bersagli italiani selezionati dalla Russia. Le informazioni disponibili non consentono di affermarlo. Significa invece che, nello scenario descritto dalle fonti di intelligence riportate dalla stampa, l’Italia avrebbe caratteristiche che la rendono rilevante in una strategia volta a dimostrare che nessuna parte dell’Europa è completamente al riparo.

L’Italia non è soltanto un bersaglio geografico

C’è anche una dimensione politica. Roma ha mantenuto negli ultimi anni una posizione nettamente inserita nell’Alleanza Atlantica e nel sostegno occidentale all’Ucraina. Le forze italiane partecipano direttamente alle missioni NATO sul fianco orientale e proprio nelle ultime settimane velivoli italiani sono stati coinvolti nelle operazioni di sorveglianza e intercettazione nello spazio baltico.

Un’eventuale pressione sul territorio italiano potrebbe quindi avere un valore simbolico: portare nel Mediterraneo una minaccia che gli italiani hanno finora percepito soprattutto come lontana.

Ma sarebbe sbagliato trasformare questa considerazione in una previsione. Non sappiamo se un attacco avverrà, quando potrebbe avvenire né quale sarebbe il bersaglio. L’allerta dell’intelligence serve precisamente a evitare che una possibilità venga scambiata per una certezza e, contemporaneamente, a prepararsi nel caso in cui quella possibilità si concretizzi.

Il problema dell’attribuzione

Anche in questo scenario torna il nodo che abbiamo incontrato analizzando Kaliningrad: chi ha lanciato il drone?

Un velivolo senza pilota può essere costruito con componenti commerciali acquistabili in numerosi Paesi, lanciato da una nave, da un’imbarcazione civile o da un punto relativamente vicino all’obiettivo. La sua provenienza materiale non coincide necessariamente con l’identità di chi ha ordinato l’operazione.

Attribuire un attacco richiede quindi intelligence, analisi dei resti, tracciamento delle comunicazioni, studio della rotta e altre informazioni che difficilmente possono essere rese pubbliche immediatamente.

Questa incertezza può essere parte stessa dell’efficacia dell’operazione. Se tutti comprendono che è avvenuto un attacco ma nessuno può dimostrare rapidamente chi lo abbia ordinato, la risposta politica diventa molto più difficile.

E se il drone partisse da vicino?

La distanza dalla Russia non rende il Mediterraneo automaticamente sicuro. I droni moderni possono avere autonomie considerevoli, ma un’operazione clandestina non avrebbe necessariamente bisogno di far partire un velivolo dal territorio russo.

In linea teorica un sistema relativamente compatto potrebbe essere trasportato più vicino all’obiettivo e lanciato da un’altra piattaforma. È uno degli scenari che rende la protezione delle infrastrutture europee molto diversa dalla tradizionale difesa contro missili e aerei provenienti da una direzione conosciuta.

Questo non significa che esistano prove pubbliche di preparativi russi di questo tipo contro l’Italia. È uno scenario operativo generale, utile però a comprendere perché le autorità di sicurezza non possano limitarsi a sorvegliare soltanto lo spazio aereo orientale.

Difendere l’Italia da un drone costa più che lanciarlo

Esiste poi lo stesso problema economico che la guerra in Ucraina ha reso evidente. Un drone relativamente economico può costringere il Paese che deve difendersi a mobilitare radar, caccia, personale e sistemi antiaerei dal costo enormemente superiore.

È il paradosso che rende queste armi così interessanti nella guerra contemporanea.

L’obiettivo di una campagna ibrida non deve necessariamente essere provocare grandi distruzioni. Può essere costringere l’avversario a spendere continuamente risorse per proteggere migliaia di potenziali bersagli.

Porti, centrali, raffinerie, terminali energetici, aeroporti e installazioni militari non possono essere tutti protetti permanentemente con i sistemi antiaerei più sofisticati disponibili.

La risposta richiede quindi una difesa stratificata e soprattutto capacità di individuazione molto più diffuse.

La lezione dell’Ucraina arriva nel Mediterraneo

È qui che il pezzo sui nuovi droni russi pubblicato nelle scorse ore assume un significato ancora maggiore. L’Ucraina sta mostrando quanto rapidamente la tecnologia possa modificare l’equilibrio tra attacco e difesa. I nuovi Geran a reazione volano più in alto e più velocemente dei precedenti Shahed e, secondo l’Aeronautica ucraina, hanno ridotto sensibilmente l’efficacia delle intercettazioni.

L’Italia non si trova naturalmente nella situazione dell’Ucraina e non esiste oggi una campagna russa di migliaia di droni contro il nostro territorio. Il paragone sarebbe improprio.

La lezione riguarda piuttosto il tipo di minaccia. Sistemi relativamente economici, prodotti in grandi quantità e continuamente modificati possono creare problemi anche a difese tecnologicamente molto avanzate. Per questo l’Europa sta accelerando sullo sviluppo di radar, guerra elettronica, droni intercettori e altri strumenti capaci di affrontare bersagli a basso costo senza utilizzare ogni volta missili molto più costosi.

La difesa del Mediterraneo cambia natura

Per decenni la sicurezza del Mediterraneo è stata pensata soprattutto in termini navali, aerei e di controllo delle rotte. La proliferazione dei droni aggiunge una dimensione differente. Un velivolo relativamente piccolo può avvicinarsi a una costa, seguire rotte difficili da prevedere e colpire infrastrutture che fino a pochi anni fa non erano progettate pensando a questa minaccia.

Questo obbliga anche l’Italia a interrogarsi sulla protezione delle proprie infrastrutture critiche. Non soltanto basi militari, ma porti, terminali energetici, raffinerie, reti elettriche, sistemi di comunicazione e nodi logistici.

La sicurezza nazionale diventa così sempre meno separabile dalla resilienza civile. Proteggere un porto commerciale o un’infrastruttura energetica può avere la stessa importanza strategica di proteggere un’installazione militare.

Il rischio più grande sarebbe reagire nel modo sbagliato

Un allarme di intelligence di questo tipo presenta però anche un rischio informativo: alimentare la convinzione che l’attacco sia imminente o inevitabile.

Non lo sappiamo.

Le informazioni disponibili descrivono una valutazione di rischio, non un conto alla rovescia. La distinzione è essenziale perché proprio la paura e la percezione di insicurezza possono diventare strumenti della guerra ibrida.

Una società convinta di essere costantemente sul punto di essere attaccata può modificare comportamenti, dibattito politico e priorità pubbliche anche senza che l’attacco avvenga.

La risposta più efficace non è quindi il panico. È preparare sistemi capaci di ridurre gli effetti di un eventuale episodio e contemporaneamente mantenere elevata la qualità dell’informazione pubblica.

L’Articolo 5 non è un interruttore automatico

Se un drone attribuito alla Russia colpisse un obiettivo italiano, una delle prime domande sarebbe inevitabilmente questa: scatterebbe l’Articolo 5 della NATO?

La risposta non può essere automatica.

L’Articolo 5 stabilisce il principio della difesa collettiva in caso di attacco armato contro un alleato, ma la valutazione dipenderebbe dalla natura dell’episodio, dalla sua gravità, dall’attribuzione e dalle decisioni politiche degli Stati membri.

Un singolo drone che provocasse danni limitati e senza vittime porrebbe un problema molto diverso da un attacco coordinato contro più infrastrutture o da un’operazione con numerose vittime.

È proprio questa gradualità a rendere interessante la strategia sottosoglia: provocare abbastanza da produrre paura e costi, ma non abbastanza da rendere inevitabile una risposta militare collettiva.

La guerra ibrida arriva nel Mediterraneo

È questa, in definitiva, la vera portata dell’allarme emerso oggi.

Non significa che domani vedremo droni russi sopra Roma, Genova o Taranto. Non significa che esista già un ordine del Cremlino per colpire l’Italia. E non significa che ogni oggetto sospetto osservato nel Mediterraneo debba essere attribuito automaticamente a Mosca.

Significa qualcosa di più sottile: lo spazio nel quale Russia e Occidente si confrontano potrebbe allargarsi geograficamente e diventare sempre meno distinguibile dalla normalità quotidiana.

Abbiamo visto il Baltico trasformarsi nel laboratorio delle interferenze GPS, dei sabotaggi sospetti e della pressione sulle infrastrutture. Abbiamo visto droni attraversare o avvicinarsi agli spazi aerei della NATO sul fronte orientale. Ora le valutazioni di intelligence riportate dalla stampa indicano che anche il Mediterraneo deve essere considerato dentro questa mappa del rischio.

E per l’Italia sarebbe un cambiamento importante.

Prepararsi senza trasformare una minaccia in una certezza

La risposta migliore sta probabilmente proprio in questo equilibrio. Prendere sul serio l’allarme senza trasformarlo in allarmismo.

Significa rafforzare sorveglianza e intelligence, proteggere le infrastrutture più sensibili, sviluppare sistemi anti-drone economicamente sostenibili, migliorare la cooperazione tra forze armate, autorità civili e gestori delle infrastrutture e preparare procedure rapide per l’attribuzione degli incidenti.

Ma significa anche evitare di offrire gratuitamente alla guerra ibrida uno dei risultati che cerca: una società impaurita e permanentemente convinta di trovarsi sull’orlo di un conflitto aperto.

Perché la caratteristica più insidiosa di questa nuova fase non è necessariamente la potenza distruttiva delle armi.

È l’incertezza.

Non sapere se un incidente sia davvero un incidente. Non sapere immediatamente chi lo abbia provocato. Non sapere quale risposta sia sufficiente senza diventare eccessiva.

Ed è proprio in questo spazio che la guerra ibrida prospera.

Se l’allarme dell’intelligence americana troverà riscontro in preparativi concreti, l’Italia dovrà affrontare una realtà che fino a poco tempo fa sembrava confinata soprattutto ai Paesi dell’Est: il fronte della pressione russa potrebbe non fermarsi più al Baltico e al confine orientale della NATO.

Potrebbe arrivare nel Mediterraneo.

Non necessariamente con una flotta o con un missile.

Potrebbe bastare un drone.

Fonti

  • Europa Today – Ricostruzione del 24 settembre 2026 sull’allerta relativa a possibili operazioni con droni contro obiettivi nel Mediterraneo, con particolare riferimento a Italia, Francia e Spagna.
  • Fonti statunitensi e di intelligence citate dalla stampa internazionale – Valutazioni sul possibile ampliamento geografico delle operazioni russe sottosoglia. Le informazioni non equivalgono alla conferma di un attacco imminente e devono essere considerate valutazioni di rischio.
  • NATO – Documentazione sulla difesa collettiva, sulla protezione delle infrastrutture critiche e sulle minacce ibride.
  • Unione europea – Documentazione sulle attività ibride attribuite alla Russia e sulle iniziative europee per la protezione delle infrastrutture critiche.
  • Reuters – Analisi sull’evoluzione dei droni russi, sulle violazioni e sugli incidenti registrati lungo il fianco orientale della NATO e sulle nuove esigenze di difesa anti-drone.
  • Autorità italiane e Ministero della Difesa – Informazioni sulla partecipazione italiana alle missioni NATO e sulle attività di sorveglianza e difesa dello spazio aereo alleato.