Dal «debito buono» del Meeting di Rimini alle «aspettative bloccate» delle piazze europee: l’ex presidente del consiglio torna a parlare ai giovani. E lo fa con parole che suonano come un atto d’accusa alla classe dirigente. Quirinale sullo sfondo? Fantapolitica, per ora. Ma quando Draghi interviene, il Palazzo lo ascolta.
Certe frasi hanno una curiosa particolarità: quando a pronunciarle è Mario Draghi, smettono immediatamente di essere soltanto parole. Diventano indizi, messaggi cifrati, talvolta persino anticipazioni di qualcosa che ancora non è accaduto, ma che potrebbe. È il destino di chi parla poco, pesa quanto dice e ha abituato il Paese ad interpretare anche i silenzi. Così, quando l’ex numero uno della Bce si mette a ragionare sui giovani che scendono in piazza in Italia, Francia e Spagna, la domanda arriva quasi prima della risposta: perché farlo proprio adesso?
L’ultima volta che Mario Draghi aveva rivolto un appello così netto alle nuove generazioni era il Meeting di Rimini del 2020. L’Italia era alle prese con la pandemia, l’economia cercava di rialzarsi e lui pronunciava parole destinate a diventare un manifesto politico: «Ai giovani bisogna dare di più». Era il discorso del “debito buono” e quello “cattivo”, che reggeva sull’idea che indebitarsi per costruire il futuro fosse una responsabilità, non una colpa. E arrivò soprattutto come un campanello d’allarme: il Paese, allora guidato da Giuseppe Conte, rischiava di scaricare sulle generazioni successive il conto delle proprie omissioni.
Qualche mese dopo, Draghi sarebbe arrivato davvero a Palazzo Chigi. Nessuno può sostenere che quell’intervento fosse una prova generale del governo, ma col senno di poi è difficile non riconoscervi una delle coordinate della sua visione: la crescita non è un lusso, gli investimenti non sono uno spreco e il futuro dei giovani non può diventare la variabile sacrificabile di ogni emergenza.

Sei anni dopo, il copione sembra ripetersi. In una recente intervista a Bloomberg, Draghi individua nelle proteste europee una possibile radice comune: le «aspettative bloccate». I giovani, spiega, hanno la sensazione che nessuno li ascolti. Vivono in società ricche ma incapaci di crescere, in economie che promettono opportunità e poi le restringono, in un mondo del lavoro trasformato dalla tecnologia al quale non sempre riescono ad accedere. E soprattutto si sentono esclusi dalle decisioni che riguardano il loro domani. La frase più politica del suo ragionamento è anche la più semplice: «Quando non hai crescita, chi decide sono le persone più vecchie». Non è una dichiarazione di guerra agli anziani, né una giustificazione della violenza di piazza, che Draghi ha condannato senza ambiguità. È la constatazione che, quando le risorse scarseggiano e la società invecchia, il potere tende a concentrarsi nelle mani di chi già lo detiene. E chi deve ancora costruirsi una vita si ritrova a pagare il prezzo di scelte fatte da altri.
È qui che viene in mente una frase dello scrittore giapponese Yasunari Kawabata, tratta dal racconto La casa delle belle addormentate: «I vecchi sono vicini di casa con la morte, non lo sa?». Spietata sì. La vecchiaia per il Premio Nobel è una presenza inquietante, sospesa tra desiderio, memoria e fine. Per Draghi, invece, essa diventa anche una questione di potere: chi ha meno futuro davanti a sé continua a decidere quello di chi ne avrebbe ancora tanto da costruire. Il punto non è condannare chi è anziano, ma domandarsi che cosa accade quando una società finisce per proteggere soprattutto chi è già arrivato, lasciando agli altri l’arduo compito di arrangiarsi. È questo, forse, il peccato originale dei vecchi: non l’età, ma la tentazione di scambiare la conservazione dei propri vantaggi per la difesa dell’interesse collettivo. Una colpa che non appartiene ovviamente a ogni individuo, ma che può diventare il vizio di un intero sistema. Gli effetti di questo malessere appaiono ancora più lampanti quando la crescita rallenta, le opportunità diminuiscono e il futuro appare alle nuove generazioni come una promessa da rinviare.
Del resto, il racconto biblico è attraversato dal problema dell’eredità, della colpa e del prezzo che una generazione lascia a quella successiva. Ma qui non c’è bisogno di cercare un paradiso perduto: basta guardare alle case che i giovani non riescono ad acquistare, ai salari troppo bassi, alle prospettive professionali sempre più rade, mentre la trasformazione tecnologica accelera.
Draghi allarga il ragionamento all’Europa, una società che definisce «ricca, anziana e che non cresce». Il problema, dunque, non riguarda soltanto le piazze italiane o gli scontri di Milano. È una questione strutturale, che attraversa Paesi diversi, come Italia, Francia e Spagna, e si manifesta attraverso proteste dalle motivazioni non sovrapponibili. E c’è anche un elemento politico che Draghi richiama: «L’unica cosa che unisce le tre proteste è che in tutti e tre i Paesi, l’anno prossimo, si terranno delle elezioni estremamente importanti», osserva. Ma subito precisa che si tratta di «una circostanza», non di una «spiegazione».
Il calendario elettorale può fare da sfondo, insomma, ma non basta a chiarire perché tanti giovani sentano di non avere più voce. La radice, nella lettura dell’ex premier, resta la mancanza di crescita e di giustizia sociale. Perché per i giovani quest’ultima ha una dimensione inevitabilmente intergenerazionale. Se l’economia cresce, distribuire opportunità e proteggere le fasce più fragili è meno difficile. Quando invece la ricchezza ristagna, ogni scelta diventa una contesa: chi conserva le proprie garanzie e chi resta fuori, chi può contare su un patrimonio e chi deve partire da zero. La scarsità trasforma le differenze in fratture e alimenta la sensazione che le regole del gioco siano state scritte da altri, per favorire altri ancora.

La violenza va condannata, le ragioni del malessere, però, secondo Draghi, non possono essere archiviate insieme alle immagini dei disordini. È qui che il ragionamento dell’economista incrocia quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha invitato a non guardare ai giovani con indifferenza, e tantomeno con meschinità. Entrambi hanno manifestato la medesima preoccupazione: un Paese non può liquidare le nuove generazioni come un problema di ordine pubblico quando dovrebbe interrogarsi sulle opportunità che è in grado di offrire loro. Nel caso di Draghi, tuttavia, c’è un elemento in più da evidenziare.
Lui non è un commentatore qualunque. È l’uomo che è stato chiamato a guidare l’Italia nel pieno della crisi pandemica, il presidente del Consiglio del Pnrr, l’ex numero uno della Bce che ancora oggi viene evocato ogni volta che la politica appare incapace di trovare una sintesi. Non ha bisogno di proclami, di alzare la voce, gli basta concedere un’intervista e ricordare che l’Europa è una società ricca, anziana e senza crescita, perché si comincino a fare le più disparate interpretazioni.
Sì, la tentazione di leggere nelle sue parole un messaggio al Quirinale è inevitabile. Draghi si sta preparando a un nuovo ruolo istituzionale? Sta tornando a occupare uno spazio politico? Oppure sta semplicemente facendo ciò che un ex premier con la sua esperienza può e deve fare: mettere il dito nella piaga, senza avere la responsabilità quotidiana di governare? Sarebbe affrettato giungere a conclusioni, trasformando ogni sua uscita pubblica in una candidatura in codice. Parimenti sarebbe però ingenuo fingere che il suo peso simbolico sia quello di un qualsiasi pensionato. C’è poi un dettaglio che rende tutto più interessante.
Nel denunciare una società in cui decidono i vecchi, Draghi finisce inevitabilmente per entrare anche lui nella fotografia. Eh sì, non soltanto perché appartiene anagraficamente a quella generazione, ma perché è stato per decenni uno dei protagonisti delle istituzioni che oggi vengono chiamate a rispondere del futuro dei giovani. Per questo sui social tanti si sono scatenati, dopo la diffusione dell’intervista: «Alza il dito contro i vecchi, dunque contro sé stesso». Una battuta arrivata come un dessert alla fine di un pasto pantagruelico.
La questione non si esaurisce nell’ironia, lo sappiamo: non basta essere giovani per avere ragione, così come non è sufficiente essere anziani per avere torto. I luoghi comuni lasciamoli a chi non ha argomenti. Il punto è se una classe dirigente sappia costruire le condizioni perché chi viene dopo possa vivere meglio di chi c’era prima. E su questo terreno Draghi non parla da estraneo, bensì da uomo delle istituzioni, da protagonista di una stagione politica che aveva promesso di investire sul futuro. Il vero déjà-vu, allora, non è tanto quello di un possibile ritorno a Palazzo Chigi o di una prova generale per il Quirinale. È quello di un Paese che, ogni volta che si trova davanti a una crisi generazionale, riscopre le stesse parole: giovani, crescita, opportunità, futuro. Salvo poi tornare a occuparsi d’altro quando l’emergenza passa.
Nel 2020 Draghi disse che ai giovani bisognava dare di più. Oggi spiega perché quei giovani possono giustamente sentirsi privati del futuro. Tra le due frasi c’è un intero pezzo di storia italiana ed europea, e soprattutto una domanda alla quale nessun discorso, per quanto autorevole, può rispondere al posto della politica: quanto siamo davvero disposti a cedere, in termini di risorse, potere e priorità, perché le nuove generazioni smettano di sentirsi ospiti in casa propria?
Quanto al Quirinale, vedremo. Per ora Draghi ha fatto una cosa molto più semplice e, forse, più destabilizzante: ha ricordato ai vecchi che il futuro non è una loro proprietà. Anche quando, a decidere, sono ancora loro. Come recita quell’antico detto diventato celebre? «Voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo».
