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Il record di Meloni e l’Italia che non decolla: la stabilità da sola non basta

Meloni Autocelebrazione

Giorgia Meloni ha ragione su una cosa: la stabilità politica è un valore. In un Paese che dal 1946 ha visto succedersi 68 governi, arrivare a 1.413 giorni consecutivi alla guida dello stesso esecutivo non è un risultato trascurabile. Dal 4 settembre il governo Meloni è ufficialmente il più longevo della storia della Repubblica, superando il secondo governo Berlusconi, fermatosi a 1.412 giorni.

È dunque comprensibile che la presidente del Consiglio rivendichi il risultato. Meno convincente è trasformare la durata in una sorta di certificazione complessiva dell’azione di governo. Perché restare a Palazzo Chigi per quattro anni e governare bene per quattro anni non sono necessariamente la stessa cosa. E quando dalle celebrazioni si passa ai numeri dell’economia italiana, il quadro diventa decisamente più complesso.

Meloni rivendica stabilità, occupazione e credibilità

Nel messaggio con il quale ha celebrato il primato, Meloni ha sostenuto che la stabilità non debba essere considerata “un record da esibire”, ma la condizione necessaria per consentire a un Paese di programmare, decidere, rispettare gli impegni e conquistare credibilità internazionale.

La premier ha quindi messo in fila quelli che considera i principali risultati del suo governo: aumento dell’occupazione, riduzione della disoccupazione, sostegno a famiglie e imprese, sicurezza, serietà nella gestione dei conti pubblici e maggiore peso internazionale dell’Italia.

Alcuni di questi risultati esistono e sarebbe sbagliato negarli soltanto perché si vuole esprimere un giudizio critico sul governo.

Il mercato del lavoro, soprattutto, ha continuato a migliorare. A luglio 2026 gli occupati hanno raggiunto quota 24 milioni e 370mila, 307mila in più rispetto a un anno prima, mentre il tasso di disoccupazione è sceso al 5,8%. Rispetto al periodo nel quale Meloni arrivò a Palazzo Chigi, l’aumento degli occupati supera il milione.

Anche sui mercati finanziari il governo può rivendicare risultati importanti. Lo spread tra Btp e Bund si è fortemente ridotto rispetto al 2022 e la Borsa italiana ha registrato una crescita molto significativa. L’immagine di un’Italia prossima alla crisi finanziaria, evocata da qualcuno all’indomani delle elezioni del 2022, semplicemente non si è materializzata.

Sono fatti. Ma non raccontano tutta la storia.

Il grande problema rimane la crescita

Se quattro anni di stabilità avrebbero dovuto finalmente consentire all’Italia di programmare, decidere e realizzare le riforme necessarie, la domanda diventa inevitabile: quanto è cresciuto il Paese durante questi quattro anni?

La risposta è molto meno esaltante.

Tra il 2022 e oggi il Pil italiano è aumentato complessivamente di circa l’1,9%. Nello stesso periodo l’economia dell’Unione europea è cresciuta del 3,3%. La Francia del 5,3%, il Portogallo dell’8% e la Spagna addirittura dell’11,3%.

Non è naturalmente corretto attribuire l’intera dinamica del Pil a Palazzo Chigi. Guerre, prezzi dell’energia, politica monetaria, commercio internazionale e da ultimo le tensioni sui dazi condizionano un’economia aperta come quella italiana indipendentemente da chi governa.

Ma lo stesso principio deve valere quando i numeri sono positivi. Se il governo rivendica come proprio successo l’aumento dell’occupazione o la diminuzione dello spread, non può considerare la stagnazione economica semplicemente un fenomeno esterno alla propria responsabilità politica.

E le prospettive non sono particolarmente incoraggianti. La Commissione europea prevede per l’Italia una crescita reale di appena lo 0,5% nel 2026 e lo 0,6% nel 2027.

Dopo quattro anni di stabilità e soprattutto dopo l’enorme disponibilità di investimenti resa possibile dal PNRR, è difficile presentare questi numeri come il segnale di un Paese che ha finalmente cambiato passo.

Più occupati, ma il problema sono anche gli stipendi

Il dato sull’occupazione merita inoltre di essere letto fino in fondo.

Avere più persone al lavoro è indiscutibilmente positivo. Ma la quantità del lavoro non risolve automaticamente il problema della sua qualità e delle retribuzioni.

L’Italia continua a portarsi dietro un problema salariale che precede ampiamente il governo Meloni e che nessun esecutivo degli ultimi decenni è riuscito davvero a risolvere. L’inflazione degli anni successivi alla pandemia ha aggravato la situazione, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie.

Nel 2025 il reddito disponibile delle famiglie è cresciuto e il potere d’acquisto ha recuperato lo 0,9%, un miglioramento che va registrato. Ma la stessa Commissione europea avverte che nel 2026 la nuova pressione inflazionistica non dovrebbe essere interamente compensata dalla crescita delle retribuzioni.

È qui che la narrazione dei record occupazionali incontra la vita quotidiana delle persone. Avere un lavoro non significa necessariamente sentirsi economicamente più sicuri, soprattutto quando aumentano il costo dell’abitazione, dei servizi e dei beni essenziali.

Non a caso nel 2025 il 10,2% degli occupati adulti risultava a rischio di povertà. È forse uno dei dati che spiegano meglio il paradosso italiano: cresce il numero di persone che lavorano, ma il lavoro non è sempre sufficiente a garantire una condizione economica tranquilla.

La pressione fiscale non è diminuita

C’è poi un dato particolarmente difficile da conciliare con le promesse con cui il centrodestra vinse le elezioni del 2022.

La pressione fiscale non è diminuita.

Nel 2022 era pari al 41,7% del Pil. Dopo essere scesa al 41,2% nel 2023, è risalita al 42,4% nel 2024 e al 43,1% nel 2025. Per il 2026 viene stimata al 42,9%.

Questo non significa che il governo non abbia ridotto alcune imposte. Il taglio del cuneo fiscale è stato reso strutturale e il sistema Irpef è stato modificato. Sono interventi reali, che hanno prodotto benefici per una parte dei contribuenti.

Ma la promessa politica era più ambiziosa: ridurre complessivamente il peso fiscale su famiglie e imprese. Quattro anni dopo, quel peso è maggiore rispetto all’inizio della legislatura.

Ed è difficile trasformare anche questo in un successo.

Conti più ordinati, ma il debito continua a salire

Meloni rivendica inoltre di avere governato i conti pubblici “con serietà”. Su questo terreno il giudizio deve essere più articolato.

Il deficit è effettivamente in riduzione e la Commissione europea prevede che possa scendere dal 3,1% del Pil del 2025 al 2,9% nel 2026. La prudenza fiscale del governo è stata riconosciuta anche dai mercati e ha contribuito alla forte riduzione dello spread.

Ma contemporaneamente il debito pubblico continua a crescere in rapporto al Pil.

Secondo le previsioni della Commissione europea, dal 137,1% del 2025 dovrebbe passare al 138,5% quest’anno e raggiungere il 139,2% nel 2027.

Anche qui non esiste una spiegazione semplice: sul dato pesano gli effetti ritardati dei bonus edilizi approvati negli anni precedenti, gli interessi e la debole crescita nominale. Sarebbe quindi scorretto attribuire l’intero aumento del debito alle decisioni dell’attuale esecutivo.

Ma rimane il problema di fondo: un Paese che cresce dello zero virgola fatica enormemente a ridurre un debito di queste dimensioni.

Ed eccoci nuovamente al punto di partenza: la crescita.

La povertà resta una ferita aperta

Ci sono poi numeri che entrano molto meno facilmente nelle celebrazioni.

Gli ultimi dati consolidati sulla povertà assoluta indicano 5,7 milioni di persone, il 9,8% della popolazione italiana. Sono oltre 2,2 milioni le famiglie che non dispongono delle risorse necessarie per acquistare quel paniere di beni e servizi che l’Istat considera essenziale per una vita dignitosa.

Nel 2025 alcuni indicatori sociali sono migliorati: la quota della popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa dal 23,1 al 22,6%. Sarebbe sbagliato ignorarlo.

Ma parliamo ancora di oltre 13 milioni di persone.

E soprattutto rimangono enormi differenze territoriali: nel Mezzogiorno il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 38,4%, quasi tre volte il 13,1% registrato nel Nord.

Sono problemi antichi, naturalmente. Nessun governo può cancellarli in quattro anni. Ma proprio per questo la longevità di un esecutivo dovrebbe essere considerata uno strumento per affrontare i problemi strutturali, non un risultato sufficiente in sé.

Il merito politico di Meloni

Sarebbe altrettanto sbagliato non riconoscere a Giorgia Meloni il risultato politico che questi 1.413 giorni rappresentano.

Ha tenuto insieme una coalizione che sulla carta aveva numerosi motivi per dividersi. Ha progressivamente ridimensionato le previsioni di chi immaginava un rapido scontro con Bruxelles. Ha mantenuto una posizione sostanzialmente stabile sulla collocazione internazionale dell’Italia e ha conquistato un’interlocuzione con i principali leader mondiali che pochi le riconoscevano quando arrivò a Palazzo Chigi.

Soprattutto, ha garantito una stabilità politica alla quale l’Italia non era abituata.

Questo è probabilmente il risultato più difficilmente contestabile del suo governo.

Ma è proprio tale stabilità a rendere più severo il giudizio sul resto.

Per decenni abbiamo spiegato molti ritardi italiani con governi troppo brevi, maggioranze fragili e programmi interrotti dopo uno o due anni. Questa volta l’alibi non c’è stato.

Il governo ha avuto una maggioranza parlamentare solida, una coalizione rimasta sostanzialmente compatta, quattro anni di tempo e una quantità straordinaria di risorse europee da investire.

Il record che conta arriverà dopo

Meloni ha concluso il suo messaggio ricordando che nel 2027 saranno nuovamente gli italiani a decidere se affidarle il governo del Paese. È esattamente così.

E forse è questo il modo più corretto di leggere il record appena conquistato.

La durata di un governo misura la sua stabilità, non necessariamente la qualità dei suoi risultati.

Aver superato Berlusconi è un primato statistico e un successo politico personale di Giorgia Meloni. Aver aumentato l’occupazione e rassicurato i mercati sono risultati che meritano di essere riconosciuti. Ma un’economia che continua a crescere dello zero virgola, una pressione fiscale superiore a quella del 2022, un debito vicino al 140% del Pil e milioni di persone ancora in povertà raccontano un Paese molto meno trionfale di quello descritto nelle celebrazioni.

Dopo 1.413 giorni, quindi, il punto non dovrebbe essere chiedersi quanto sia durato il governo Meloni.

La domanda più importante è un’altra: quanto è cambiata davvero l’Italia durante quei 1.413 giorni?

Ed è su questa risposta, molto più che sul record appena conquistato, che nel 2027 Giorgia Meloni dovrà chiedere agli italiani di essere giudicata.