“Abbiamo abolito il bollo auto”. È uno slogan formidabile. Poche parole, comprensibili a chiunque, su una delle tasse più detestate dagli italiani. Giorgia Meloni lo ha accompagnato anche con una contrapposizione politica altrettanto efficace: “Mentre altri parlano di patrimoniali, noi togliamo una tassa sulla proprietà”.
Se ci fermassimo all’annuncio, sembrerebbe una piccola rivoluzione fiscale. Dal 2027 milioni di italiani non pagherebbero più una tassa che da decenni accompagna il semplice possesso dell’automobile. Ma appena si passa dallo slogan alle condizioni previste dal decreto approvato dal Consiglio dei ministri, la parola “abolizione” comincia ad assumere un significato molto più elastico.
Il bollo, infatti, non scompare. L’esenzione riguarda il 2027, vale per un solo veicolo per cittadino e, per le automobili, si ferma a 80 kW di potenza. Il governo dichiara di voler rendere successivamente strutturale la misura, ma per ora questa permanenza deve ancora essere finanziata e trasformata in norma.
Non è poco. Ma non è neppure esattamente ciò che la parola “abolizione” suggerisce.
Un’esenzione per il 2027 diventa “abolizione”
Partiamo dai fatti. Il Consiglio dei ministri del 16 settembre ha approvato un’esenzione dal bollo per le automobili di piccola e media potenza, fino a 80 kW, e per i motocicli. La misura decorrerà nel 2027 e ciascun cittadino potrà beneficiarne per un solo veicolo.
Secondo le stime diffuse da Palazzo Chigi, la platea è ampia: oltre il 70% delle automobili oggi in circolazione rientrerebbe nel limite stabilito. Considerando anche i motocicli, si arriva a circa 14,5 milioni di veicoli.
È quindi sbagliato liquidare la misura come irrilevante. Per milioni di famiglie il risparmio sarà reale.
Ma altrettanto sbagliato sarebbe confondere una esenzione delimitata nel tempo e nella platea con la cancellazione definitiva di un’imposta.
Se domani un governo annunciasse di avere “abolito l’Irpef” perché per un anno ne esenta una parte dei contribuenti, probabilmente ci sembrerebbe una formulazione quantomeno generosa. Sul bollo stiamo assistendo a qualcosa di simile: una misura fiscale concreta viene trasformata comunicativamente in qualcosa di molto più grande.
Il confine degli 80 kW
C’è poi la soglia scelta dal governo.
Ottanta kilowatt equivalgono a circa 109 cavalli. Non significa affatto, come qualcuno potrebbe essere tentato di sostenere, che tutte le automobili familiari restino escluse. Nel parco circolante italiano ci sono moltissime utilitarie, compatte e vetture anche non recenti che rientrano nel limite.
Ma significa comunque tracciare un confine che non coincide necessariamente con il reddito di chi possiede l’automobile.
Una famiglia può avere acquistato anni fa una vettura da 85 o 90 kW e continuare a utilizzarla perché non dispone delle risorse necessarie per cambiarla. Un’altra persona può possedere una citycar nuova molto costosa da meno di 80 kW e beneficiare dell’esenzione.
La potenza del motore non è un indicatore della ricchezza del proprietario.
Questo è il primo problema politico della misura. Se l’obiettivo è sostenere le famiglie economicamente più esposte, sarebbe logico domandarsi perché utilizzare come discriminante i kilowatt anziché il reddito, l’Isee, il valore del veicolo o una combinazione di criteri.
La scelta degli 80 kW ha il pregio della semplicità. Ma semplicità amministrativa e giustizia distributiva non sono necessariamente la stessa cosa.
E le auto vecchie non sono necessariamente poco potenti
C’è un altro aspetto che merita attenzione in un Paese con un parco automobilistico particolarmente anziano.
Secondo i dati ACI, l’età media delle automobili italiane ha raggiunto circa 13 anni. Quasi un’auto su quattro appartiene ancora alle classi Euro 0, Euro 1, Euro 2 o Euro 3.
Questo significa che non possiamo nemmeno sovrapporre automaticamente le categorie “auto potente” e “auto di lusso”.
Esistono vetture familiari immatricolate dieci, quindici o vent’anni fa che superano gli 80 kW e che oggi hanno un valore commerciale modesto. Chi continua a utilizzarle spesso non lo fa per ostentazione, ma perché comprare un’automobile nuova costa troppo.
È il paradosso possibile di una soglia costruita esclusivamente sulla potenza: si può esentare una vettura recente e relativamente costosa e continuare a tassare un’auto molto più vecchia che sul mercato dell’usato vale poche migliaia di euro.
Naturalmente una soglia deve essere fissata da qualche parte. Ma allora sarebbe più corretto presentarla per ciò che è: un criterio semplice per delimitare la spesa pubblica, non una distinzione tra automobilisti ricchi e famiglie da aiutare.
Quanto costa l’“abolizione”
Perché anche il bollo che non viene più pagato da qualcuno deve essere pagato, indirettamente, da qualcun altro.
La tassa automobilistica rappresenta un’entrata delle Regioni. Per evitare che l’esenzione produca un buco nei loro bilanci, lo Stato dovrà compensare il mancato gettito.
Per il 2027 si parla di circa 2,3 miliardi di euro.
Questo non rende la misura sbagliata. Le tasse possono essere ridotte e, quando esistono margini di bilancio, è perfettamente legittimo scegliere di restituire risorse ai cittadini.
Ma significa che il bollo non evapora.
Quei 2,3 miliardi dovranno arrivare dal bilancio dello Stato.
E quindi dalle imposte generali, da minori spese in altri settori, da maggior deficit oppure da una combinazione di queste possibilità.
È precisamente qui che dovrebbe cominciare il dibattito politico serio: non “siete favorevoli o contrari all’abolizione di una tassa odiata?”, domanda alla quale è piuttosto semplice rispondere, ma “è questo il modo migliore di utilizzare 2,3 miliardi di euro?”
Il tempismo non è irrilevante
Poi c’è il calendario.
La misura entrerà in vigore nel 2027, l’anno nel quale gli italiani saranno chiamati a votare per il rinnovo del Parlamento, salvo sviluppi anticipati che la stessa Meloni oggi esclude.
Non è possibile trasformare questa coincidenza in una prova delle intenzioni della presidente del Consiglio. Un governo ha il diritto di ridurre le tasse anche nell’ultimo anno della legislatura e sarebbe assurdo sostenere il contrario.
Ma è altrettanto ingenuo fingere che il contesto politico non esista.
Meloni ha presentato personalmente la misura sui social e lo ha fatto contrapponendo immediatamente il proprio governo a chi, nelle sue parole, “parla di patrimoniali”. Non è stata comunicata soltanto una disposizione fiscale: è stato costruito un messaggio elettorale.
Da una parte chi vorrebbe mettere nuove tasse sulla proprietà. Dall’altra il governo che le cancella.
È una contrapposizione semplice, potentissima e perfettamente adatta a una campagna elettorale.
Peccato che la realtà sia più complicata dello slogan.
Una misura reale dentro una narrazione molto più grande
Questo è probabilmente il punto sul quale vale la pena essere più precisi.
Non siamo davanti a una promessa inesistente. Il provvedimento esiste, riguarda milioni di veicoli e produrrà un risparmio concreto per chi rientrerà nei requisiti.
Definirlo soltanto “fumo negli occhi” rischierebbe quindi di essere ingeneroso e soprattutto poco accurato.
Il fumo sta nella distanza tra la misura e il modo in cui viene raccontata.
“Esentiamo per il 2027 dal bollo un’automobile fino a 80 kW per ciascun cittadino” è una descrizione corretta.
“Abbiamo abolito il bollo auto” è uno slogan.
E in politica le due cose non sono equivalenti.
La seconda formulazione suggerisce infatti una cancellazione generale e permanente di quella tassa. La prima descrive una agevolazione ampia, ma circoscritta e per ora temporanea.
La differenza non è un dettaglio burocratico. È il cuore della comunicazione politica.
Il governo dei bonus contro il governo delle riforme
C’è infine una questione più generale.
L’Italia continua ad avere salari reali deboli, crescita strutturale insufficiente, produttività stagnante, un debito pubblico enorme e un parco automobilistico tra i più vecchi d’Europa. Sono problemi che non si risolvono con un’esenzione annuale dal bollo.
Per una famiglia risparmiare cento, centocinquanta o duecento euro è certamente utile. Nessuno dovrebbe permettersi di considerare irrilevante quella cifra per chi arriva con difficoltà alla fine del mese.
Ma proprio perché quelle famiglie hanno problemi reali, sarebbe opportuno chiedersi se la politica economica possa continuare a essere costruita attraverso bonus, esenzioni temporanee e interventi una tantum, anziché affrontare le ragioni per cui il reddito disponibile degli italiani rimane così fragile.
Se gli stipendi crescessero stabilmente, se la produttività aumentasse e se il costo dell’energia e dell’abitazione pesasse meno sui bilanci familiari, probabilmente avremmo meno bisogno di inventare ogni anno una nuova misura per restituire qualche centinaio di euro a questa o quella categoria.
Il precedente delle promesse fiscali
Il centrodestra ha costruito una parte importante della propria identità politica sulla riduzione delle tasse. È una posizione perfettamente legittima e riconoscibile.
Ma dopo quattro anni di governo il bilancio complessivo è più complesso.
Come abbiamo già ricordato su queste pagine analizzando il record di durata dell’esecutivo Meloni, la pressione fiscale complessiva non è diminuita rispetto al 2022. Il governo ha ridotto alcuni prelievi, modificato l’Irpef e reso strutturale il taglio del cuneo, ma contemporaneamente il rapporto complessivo tra entrate fiscali e Pil è aumentato.
Ed è proprio questo che rende particolarmente efficace, ma anche particolarmente discutibile, la comunicazione sul bollo.
Si prende una tassa estremamente riconoscibile e impopolare, si interviene su una larga parte dei contribuenti e si trasforma quella decisione nel simbolo di un governo che “toglie le tasse”.
La fotografia è vera.
È il film completo a essere più complicato.
Il confronto con la “patrimoniale”
Anche il riferimento di Meloni alla patrimoniale merita una riflessione.
Il bollo automobilistico è effettivamente una tassa collegata al possesso di un bene, indipendentemente dall’utilizzo effettivo dell’automobile. Definirlo politicamente una tassa sulla proprietà non è quindi privo di fondamento.
Ma utilizzare questa caratteristica per costruire la contrapposizione “loro tassano la proprietà, noi la liberiamo dalle tasse” significa mettere nello stesso contenitore strumenti fiscali profondamente diversi.
Una patrimoniale sui grandi patrimoni e il bollo pagato dal proprietario di una Panda non sono la stessa cosa né per struttura né per platea né per finalità.
La comunicazione politica, però, non ha bisogno di queste distinzioni.
Ha bisogno di un messaggio.
E quello scelto da Meloni è chiarissimo: gli altri mettono le tasse, noi le togliamo.
La domanda è cosa accadrà nel 2028
Alla fine, per capire se siamo davanti a una riforma fiscale o a una misura prevalentemente congiunturale, servirà una verifica molto semplice.
Arriverà il 2028.
Se il bollo per quelle automobili sarà ancora abolito, se la copertura sarà diventata strutturale e se il sistema sarà stato ridisegnato in modo permanente, il governo potrà rivendicare di avere davvero eliminato una parte importante della tassa automobilistica.
Se invece l’esenzione terminerà con il 2027, avremo avuto un anno senza bollo per una larga parte degli automobilisti.
Un beneficio reale, certamente.
Ma anche qualcosa di molto diverso da ciò che oggi suggerisce la parola “abolizione”.
È per questo che, davanti all’annuncio di Giorgia Meloni, non serve negare la misura per criticarla. Basta leggerla fino in fondo.
Il governo ha deciso di spendere oltre due miliardi per esentare per un anno dal bollo milioni di automobili e motocicli. Ha scelto una soglia di 80 kW che include gran parte del parco circolante ma lascia fuori anche vetture familiari vecchie e di scarso valore. Ha fissato il beneficio nell’anno elettorale e promette di renderlo permanente in futuro.
Sono fatti.
Poi c’è lo slogan: “Abbiamo abolito il bollo auto”.
Tra le due cose c’è esattamente lo spazio nel quale, da sempre, prospera la propaganda politica.
Fonti
- Presidenza del Consiglio dei ministri – Provvedimenti approvati dal Consiglio dei ministri del 16 settembre 2026.
- ANSA – Decreto sul bollo auto, platea interessata e dichiarazioni della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, 16 settembre 2026.
- ACI – Automobile Club d’Italia – Dati sul parco automobilistico italiano, anzianità dei veicoli e criteri di calcolo della tassa automobilistica.
- Reuters – Analisi della misura fiscale nel contesto politico ed economico italiano, 16 settembre 2026.
- Corriere della Sera – Stima della compensazione alle Regioni per il mancato gettito del bollo nel 2027.
