La proposta di Roberto Vannacci sulle classi separate per gli studenti con disabilità riporta al centro una domanda che va oltre la polemica politica: che cosa significa, oggi, inclusione scolastica? A rispondere è Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, che in un’intervista a Today mette un primo punto fermo: «La proposta è, diciamo, al di fuori della legge e quindi non si può neanche prendere in considerazione». Il sistema italiano, spiega, ha una forte componente inclusiva, considerata anche un elemento di valore rispetto a quello di altri Paesi.
È quella di Giannelli una posizione netta, che non ignora, tuttavia, le difficoltà concrete che esistono nelle scuole. Il presidente dell’Anp riconosce, infatti, che possono esserci situazioni particolarmente gravi, soprattutto quando alcuni disturbi del comportamento rendono problematica la permanenza dello studente in una classe insieme agli altri. In questi casi, osserva, si potrebbe eventualmente ragionare su una modifica «chirurgica» della normativa. Ma è un’altra cosa rispetto all’idea di introdurre classi differenziate. La distinzione è fondamentale: una cosa è chiedersi come gestire le situazioni estreme, altra cosa è trasformare la separazione in un modello educativo. Giannelli difende inoltre il valore dell’integrazione anche per gli altri studenti. La presenza in classe di ragazzi con difficoltà, spiega, può diventare un’occasione di crescita per tutti: la vicinanza con i coetanei favorisce l’empatia e lo sviluppo di relazioni più consapevoli. «È molto educativo capire che ci possa essere qualcuno che purtroppo ha uno svantaggio di tipo psicofisico», afferma, sottolineando come la solidarietà sia parte della formazione stessa della persona.

Per essere inclusiva, però, la scuola deve essere messa nelle condizioni di esserlo. Il rapporto con il servizio sanitario, secondo il presidente dei presidi, è ancora troppo disomogeneo. Esistono realtà nelle quali la collaborazione funziona e altre in cui prevalgono difficoltà e conflitti. A pesare sono anche la diversa organizzazione dei due sistemi e l’assenza di protocolli sufficientemente uniformi. Il risultato è che una parte importante della gestione ricade sui dirigenti scolastici. A tutto questo si aggiunge il tema degli studenti stranieri, che Giannelli considera distinto, ma non irrilevante. La presenza di ragazzi provenienti da Paesi diversi può rappresentare una ricchezza, soprattutto in una società ormai globalizzata come la nostra. Ma quando in alcune realtà gli studenti stranieri diventano la maggioranza, l’integrazione e soprattutto l’apprendimento della lingua italiana possono diventare più complessi. Il problema, sottolinea, esiste, ma non può essere risolto semplicemente spostando gli studenti da una scuola all’altra.
L’inclusione non significa sostenere che tutto funzioni, tantomeno ignorare la fatica quotidiana di insegnanti, dirigenti, famiglie e studenti. Vuol dire chiedersi come rafforzare un sistema che ha scelto di non separare le persone sulla base delle loro difficoltà. La proposta di Vannacci pone dunque una questione che merita di essere affrontata, ma senza slogan. E il punto di partenza dovrebbe rimanere quello indicato da Giannelli: il valore dell’integrazione. Perché includere non significa far finta che le differenze non esistano, ma comprendere che proprio quelle differenze possono diventare parte dell’educazione.

Come si può pensare a una scuola nella quale disabili e stranieri vengano separati dagli altri studenti? La scuola non dovrebbe insegnare, prima ancora delle materie, anche a vivere bene insieme? Per il capo dei presidi, dubbi non ce ne sono: «Il sistema italiano è inclusivo». La vera sfida è fare in modo che continui ad esserlo, non soltanto sulla carta.
