La posizione di Giorgia Meloni sull’Ucraina offriva all’opposizione l’occasione per mettere in difficoltà la maggioranza e isolarne le ambiguità. Ma il Pd sembra avere altre urgenze: blindare la leadership della segretaria e costruire un’intesa con un Movimento Cinque Stelle che sulla politica estera resta distante dalle posizioni occidentali.
In politica, non basta individuare le contraddizioni degli avversari: bisogna anche saperle utilizzare. È proprio qui che il centrosinistra sembra aver perso un’occasione. Le divisioni nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina, emerse anche dalle diverse posizioni assunte sul tema, avrebbero potuto diventare un terreno di iniziativa per il Partito democratico. La presa di posizione di Giorgia Meloni, in contrasto con le resistenze della Lega, offriva infatti uno spazio per mettere in evidenza le crepe del governo.
Invece di sfruttare questa frattura, il Pd ha preferito mantenere una contrapposizione pressoché automatica all’esecutivo. Una scelta che può soddisfare la comunicazione di partito, ma che rischia di trasformarsi in un errore strategico: quando l’avversario assume una posizione condivisibile, riconoscerlo non significa fargli un favore, bensì dimostrare di avere un’autonomia di giudizio. E soprattutto permette di concentrare il confronto sulle incoerenze di chi, nella stessa maggioranza, sostiene tesi differenti.
Il problema è che, nel cosiddetto campo largo, le divergenze non riguardano soltanto le tattiche parlamentari. La guerra in Ucraina rappresenta una questione politica e morale sulla quale non è sufficiente trovare una formula diplomatica capace di accontentare tutti. Invocare la pace è necessario, ma non risolve da solo il dilemma del sostegno a un Paese aggredito, né chiarisce quale ruolo debba avere l’Italia nel garantire la resistenza ucraina.
È su questo terreno che Giuseppe Conte sembra avere un vantaggio negoziale. Per il Movimento Cinque Stelle, la politica estera è anche un elemento identitario, sul quale il leader non appare disposto a rinunciare alle proprie posizioni. Per Schlein, invece, la costruzione di un’alleanza competitiva contro il centrodestra impone di tenere insieme sensibilità differenti, anche quando le differenze toccano questioni fondamentali. Il rischio è che la ricerca dell’unità finisca per tradursi in una serie di compromessi sempre più difficili da spiegare agli elettori.
La questione ucraina diventa così il simbolo di un problema più ampio: il campo largo vuole presentarsi come un’alternativa di governo, ma non ha ancora sciolto i nodi che dovrebbero definirne l’identità. Restano da chiarire i confini della coalizione, i contenuti essenziali del programma e le regole con cui sarà individuata la leadership. Senza risposte convincenti, l’unità rischia di rimanere uno slogan, utile nelle dichiarazioni pubbliche ma fragile quando si passa alle decisioni concrete.
Nel frattempo, il Partito democratico sembra concentrato soprattutto sul proprio equilibrio interno. La modifica delle regole statutarie per evitare un congresso nell’anno delle elezioni politiche, con la conseguente proroga della segreteria, può essere presentata come una scelta di stabilità organizzativa. Politicamente, però, apre una domanda inevitabile: il Pd vuole prepararsi alla sfida elettorale attraverso un confronto interno e una legittimazione condivisa, oppure punta a trasformare la candidatura di Schlein in un passaggio sostanzialmente già deciso?

La differenza non è secondaria. Un partito che aspira a guidare una coalizione deve dimostrare di saper gestire il pluralismo al proprio interno prima ancora di chiedere agli alleati di riconoscerne la leadership. Cercare di ridurre preventivamente lo spazio per candidature alternative può offrire un vantaggio immediato alla segretaria, ma non elimina le tensioni: rischia semplicemente di rinviarle, rendendole meno trasparenti.
E qui si apre un ulteriore paradosso. Mentre Schlein deve occuparsi della propria investitura, degli equilibri tra le correnti e della costruzione di una piattaforma comune, Conte può mantenere aperte tutte le opzioni. Può negoziare sui contenuti, difendere le proprie posizioni sulla politica internazionale e discutere la guida della coalizione senza essere necessariamente costretto a risolvere subito le stesse questioni interne che assorbono il Pd. È una differenza di strategia prima ancora che di personalità.
La segretaria democratica ha bisogno di dimostrare che il suo partito è compatto e che il progetto di alleanza può funzionare. Il leader pentastellato, invece, può trarre vantaggio proprio dall’incertezza, utilizzandola per aumentare il proprio peso negoziale.
Il risultato è che Giorgia Meloni rischia di beneficiare delle difficoltà dei suoi avversari senza dover fare molto per provocarle. Le divisioni della maggioranza avrebbero potuto diventare un problema per il governo; le divisioni del centrosinistra, al contrario, finiscono per occupare il centro della scena. E mentre il Pd si interroga sulle regole delle primarie e sulla candidatura della propria segretaria, le questioni che dovrebbero distinguere un’alternativa di governo restano in secondo piano.
La vera sfida per Schlein, dunque, non è soltanto consolidare la propria posizione. È dimostrare che il campo largo può essere qualcosa di più di un accordo costruito per battere il centrodestra. Per riuscirci, occorre stabilire fin dove ci si può spingere nel compromesso senza sacrificare la coerenza politica, soprattutto quando sono in gioco la sicurezza europea e il sostegno all’Ucraina.
Perché un’alleanza non si misura soltanto dalla capacità di restare insieme, ma anche da quella di decidere quando le posizioni divergono. Se per conservare l’intesa con Conte il Pd dovesse rinunciare a definire con chiarezza le proprie scelte, Schlein potrebbe anche arrivare alle primarie con una leadership più salda. Ma rischierebbe di presentarsi alla sfida elettorale con un progetto politico assai meno solido.
E per Meloni, in quel caso, la notizia migliore non sarebbe l’unità della propria maggioranza. Sarebbe l’incapacità dell’opposizione di trasformare le divisioni del governo in una vera occasione politica.
