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Maranza cosa significa? L’origine di una parola diventata fenomeno sociale: dalle canzoni di Jovanotti a TikTok

Nato nel linguaggio giovanile degli anni Ottanta, il termine è tornato al centro del dibattito pubblico tra moda, musica trap e cronaca. Ma la sua origine resta incerta e il significato è cambiato nel tempo, fino a diventare un’etichetta che racconta anche stereotipi e contraddizioni della società contemporanea.

Ci sono parole che attraversano le generazioni, scompaiono per anni e poi tornano improvvisamente di moda, assumendo significati diversi da quelli originari. «Maranza» è una di queste. Oggi il termine viene utilizzato per descrivere gruppi di ragazzi riconoscibili per l’abbigliamento appariscente, i modi di fare provocatori e un’estetica legata alla musica trap e alla cultura di strada. Ma dietro questa definizione, diventata familiare soprattutto grazie ai social network, si nasconde una storia più lunga, che affonda le radici nel linguaggio giovanile italiano degli anni Ottanta.

La parola, infatti, non è una creazione recente di TikTok. Una delle sue prime attestazioni risale al 1988, quando Jovanotti la inserì nel brano Il capo della banda, contenuto nell’album La mia moto. All’epoca, il cantante si muoveva in un universo musicale popolato da personaggi sopra le righe, ragazzi ossessionati dalle moto e dalla moda americana. Il termine compariva proprio in questo contesto, accanto a espressioni che descrivevano un ambiente giovanile irriverente e fuori dagli schemi.

Un anno dopo, nel 1989, la parola era già entrata nel vocabolario della cultura popolare milanese. Il locale Magia Music Meeting organizzò un’iniziativa alternativa al Festival di Sanremo, con premi ironici destinati ai personaggi meno apprezzati per stile e comportamento. Tra i riconoscimenti figurava anche un «premio maranza», assegnato al divo considerato più cafone. Un indizio di come il vocabolo fosse già comprensibile, almeno in determinati ambienti, e venisse associato a un’immagine di maleducazione, esibizionismo e scarsa eleganza.

Un’etimologia ancora incerta

Ma da dove arriva davvero la parola «maranza»? La risposta non è definitiva. Anche l’origine del termine rimane oggetto di interpretazioni differenti, senza una ricostruzione unanimemente accettata. Tra le ipotesi richiamate dall’Accademia della Crusca c’è il collegamento con una voce meridionale come «maranza», utilizzata per indicare la melanzana. A questa possibile derivazione si sarebbero sovrapposti richiami linguistici a parole come «Marocco» o «Marrakech», entrate nel gergo giovanile attraverso associazioni e trasformazioni non sempre facili da ricostruire.

L’ipotesi della melanzana apre anche una questione delicata: il colore scuro dell’ortaggio potrebbe aver contribuito alla formazione di una connotazione razzista, soprattutto nell’uso del termine riferito a giovani di origine nordafricana. Si tratta, tuttavia, di una possibile interpretazione etimologica, non di una certezza sull’origine della parola. Il quadro è reso ancora più complesso dalle differenze regionali: in alcune varietà linguistiche meridionali, infatti, «maranza» può avere anche altri significati. Questa incertezza distingue il vocabolo da altre etichette storiche del linguaggio giovanile, come «paninaro», «tamarro», «coatto» e «truzzo», che rimandano a identità estetiche e comportamentali generalmente più riconoscibili. Il maranza, invece, è una figura mobile, il cui significato dipende dal periodo, dal contesto e da chi utilizza la parola.

Dai quartieri alla ribalta dei social

Dopo una lunga permanenza nel gergo urbano, il termine ha conosciuto una nuova stagione di popolarità negli ultimi anni. Nell’estate del 2022, alcuni raduni di giovani a Riccione, Peschiera del Garda e Desenzano del Garda hanno attirato l’attenzione dei media, anche per le tensioni e le possibili aggressioni annunciate sui social. Da quel momento, «maranza» è diventato sempre più frequente nei servizi televisivi, negli articoli di cronaca e nelle discussioni online. TikTok e le altre piattaforme hanno contribuito a rendere riconoscibile il personaggio, trasformandolo in una figura quasi stereotipata. Il look comprende spesso scarpe vistose, cinture con loghi di marchi di lusso, jeans portati molto bassi e capi griffati, talvolta contraffatti. A completare il quadro ci sono la passione per la trap, il linguaggio informale e un atteggiamento che punta a trasmettere sicurezza, durezza e appartenenza al gruppo.

Non tutti coloro che vengono definiti maranza, però, hanno gli stessi comportamenti. L’etichetta può indicare il ragazzo che cerca di apparire trasgressivo, il giovane rumoroso che ostenta un’immagine da duro oppure, in determinati racconti di cronaca, persone coinvolte in episodi di violenza e criminalità. Confondere queste categorie significa trasformare una parola di uso comune in una generalizzazione che non distingue tra stile, atteggiamenti e responsabilità individuali.

giovani in piazza

Tra moda, identità e pregiudizi

È proprio qui che il termine mostra il suo lato più controverso. In alcuni contesti viene utilizzato con ironia, per prendere in giro un modo di vestire o una posa considerata eccessiva. In altri assume una connotazione minacciosa, soprattutto quando viene associato automaticamente a ragazzi di origine straniera o nordafricana. Il fenomeno non può essere ridotto a una questione etnica: i giovani identificati come maranza possono avere origini diverse, essere italiani o stranieri e provenire da ambienti sociali differenti. La provenienza geografica, da sola, non spiega né determina i comportamenti di una persona. E se alcuni episodi di cronaca impongono di affrontare seriamente il tema della violenza giovanile, non è corretto attribuire le responsabilità di singoli individui a un’intera categoria.

La storia di «maranza» racconta, in fondo, anche il potere delle parole. Un’espressione nata nel gergo musicale, passata attraverso la cultura urbana e rilanciata dai social può trasformarsi in un’etichetta capace di influenzare il modo in cui guardiamo una generazione. Tra abbigliamento, musica, desiderio di appartenenza e bisogno di visibilità, il vocabolo continua a cambiare significato. E forse è proprio questa la sua caratteristica più interessante: non esiste un solo modo di essere maranza, così come non esiste una definizione capace di racchiudere tutti i ragazzi ai quali viene attribuita questa etichetta.

Per capire davvero il fenomeno, più che fermarsi alla parola, occorre osservare i comportamenti, distinguere le mode dai problemi sociali e riconoscere quanto il linguaggio possa riflettere, ma anche alimentare, i pregiudizi del nostro tempo.