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Il regista di “The Apprentice”: «Trump? È un bullo fin da ragazzo». Il racconto di Ali Abbasi

Ali Abbassi

Donald Trump? «È un bullo da quando aveva undici o dodici anni». A sostenerlo èAli Abbasi, regista iraniano naturalizzato danese e autore diThe Apprentice, il film dedicato all’ascesa del tycoon nel mondo degli affari, che in un’intervista alCorriere della Seraha offerto una lettura del carattere e dello stile politico del presidente americano.

Secondo Abbasi, molti dei tratti che oggi caratterizzano la comunicazione di Trump affonderebbero le radici nell’adolescenza. Il regista racconta che il padre, dopo aver scoperto che il giovane Donald aveva collezionato alcuni coltelli a serramanico, decise di iscriverlo a una scuola militare. «Penso che lì abbia imparato ancora di più come funziona il bullismo, probabilmente subendolo lui stesso», afferma.

Per il regista, Trump tende a spingersi sempre oltre quando percepisce debolezza nell’interlocutore. «Non appena capisce che dall’altra parte c’è un’apertura o una minore forza, continua ad avanzare», osserva. Allo stesso tempo, però, respinge l’immagine di un leader guidato esclusivamente dall’impulsività: «La sua comunicazione è impulsiva, non il suo pensiero».

Trump

Abbasi, nato in Iran e residente in Danimarca, è intervenuto anche sul recente scontro tra Trump e Giorgia Meloni. A suo giudizio, il presidente statunitense utilizza da decenni una strategia comunicativa precisa, affinata già negli anni Ottanta e ispirata anche all’influenza dell’avvocato Roy Cohn, figura centrale raccontata nel film. «Trump è un genio delle pubbliche relazioni», sostiene il regista. «Sa perfettamente come catturare l’attenzione. Pubblica un messaggio sui social e il giorno dopo tutto il mondo ne parla». Secondo Abbasi, è proprio questa la sua forza politica: non comportarsi come un politico tradizionale, costringendo gli avversari a rincorrere continuamente il terreno della comunicazione.

Il regista ricorda anche le polemiche che accompagnarono l’uscita diThe Apprentice. Trump definì il film «un attacco diffamatorio e politicamente disgustoso», mentre i suoi legali minacciarono azioni giudiziarie. «Molti distributori americani preferirono non proiettare il film per timore di conseguenze legali», racconta Abbasi.

Nel corso dell’intervista, il regista si è soffermato anche sulla situazione internazionale, mettendo a confronto la leadership americana e quella iraniana. Pur precisando di non avere conoscenze dirette dei vertici della Repubblica islamica, Abbasi ritiene che entrambi i sistemi tendano spesso a giustificare a posteriori decisioni già prese, costruendo successivamente una narrazione coerente.

Le sue riflessioni arrivano mentre il dibattito sul ruolo internazionale degli Stati Uniti resta acceso e Trump continua a dominare la scena politica americana, anche attraverso una comunicazione capace di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.