In un’intervista in occasione della presentazione del film “I pesci non chiudono gli occhi” alla Festa del Cinema di Roma Erri De Luca ha scelto di raccontare all’Ansa cosa significano per lui infanzia, memoria e scrittura.
Ci sono luoghi nei quali si può tornare soltanto con la memoria. E poi ci sono le pagine, capaci di custodire ciò che il tempo trasforma, cancella o rende irriconoscibile. È in questa distanza tra geografia e ricordo che si ritrova Erri De Luca, tornato idealmente nell’Ischia della sua infanzia attraverso I pesci non chiudono gli occhi, il film della regista francese Audrey Gordon ispirato al suo romanzo.
Intervistato dall’ANSA, lo scrittore consegna una riflessione che è anche una dichiarazione di poetica: «Tornare è qualcosa che succede solamente nella mia testa quando scrivo una storia». La realtà cambia, i paesaggi si trasformano, le città perdono i contorni dell’infanzia. La scrittura, invece, può trattenere intatti i luoghi e le persone, restituendo loro la forma che avevano nella coscienza di chi li ha vissuti. «Quindi io torno, ma torno con la scrittura», ha evidenziato.
Il film prova a compiere anche un percorso diverso, affidando alle immagini il compito di recuperare ciò che resta. De Luca racconta di avere scelto per le riprese alcuni angoli di Ischia ancora capaci di somigliare al passato: uno stabilimento di legno sulla spiaggia, un ghiacciolo al limone, qualche barca di pescatori. Frammenti apparentemente minimi, ma sufficienti a riaprire una stagione della vita.

Quell’infanzia non è soltanto nostalgia. È il luogo in cui prendono forma i principi che accompagneranno l’adulto. Lo scrittore ricorda una madre che gli raccontava le ingiustizie e gli insegnava, così, a riconoscere le disuguaglianze. Da quei sentimenti di giustizia sono nate risposte concrete, come i viaggi di sostegno in Ucraina intrapresi dopo l’invasione russa. La coscienza, suggerisce De Luca, non è una formula astratta: è la necessità di reagire quando la storia torna a produrre dolore.
Anche la letteratura nasce, nel suo racconto, da una condizione di estraneità. Da ragazzo si sentiva fuori posto nella città, nella famiglia e negli studi. La scrittura gli offriva compagnia, prima che quel disagio individuale si rivelasse condiviso da un’intera generazione. Con il tempo, la solitudine poteva diventare esperienza collettiva, possibilità di riconoscersi negli altri.
È un pensiero che si allarga all’adolescenza contemporanea. De Luca mette in guardia da una sofferenza giovanile che spesso resta senza ascolto e senza luoghi di condivisione. Per questo considera le manifestazioni dei ragazzi non soltanto una protesta, ma un’occasione di crescita civile e di benessere, purché sappiano proteggere la propria natura pacifica.
La sua idea di scrittura, infine, rifugge il mito dell’ispirazione improvvisa. Le parole arrivano quando le prime righe sono già maturate nella mente. Non c’è attesa romantica, ma un lavoro che comincia prima del gesto della penna.
Raccontare l’infanzia, per Erri De Luca, significa allora riconoscere il punto da cui si è partiti: le ferite, le ingiustizie, il disadattamento, ma anche la possibilità di trasformarli in coscienza e linguaggio. Non si torna davvero indietro. Si può, però, dare al passato una forma che continui a parlare al presente.
