Bastano poche note della sigla di Peppino Di Capri e il tempo si ferma. Quell’immensa distesa di mare torna a essere quella di Villa Isabella, i Faraglioni sembrano a un passo e, vent’anni dopo, è impossibile non ricordare il bacio tra Umberto e Vittoria al faro, all’alba, quando lui le appoggia sulle spalle la sua giacca nera per proteggerla dal freddo. «Ti sei fermata verso Sud, non Nord, ossia Brembate. È questione di cuore», le sussurra il giovane Galiano. Era soltanto la prima puntata. E avevamo già capito che Capri sarebbe rimasta con noi.
Il ritorno della fiction su Rai 1, a vent’anni dalla prima messa in onda, è molto più di una semplice operazione nostalgia. Lo dimostra la protesta dei telespettatori, che nelle scorse settimane hanno convinto la Rete Ammiraglia a fare marcia indietro dopo aver inizialmente cancellato le repliche dal palinsesto estivo. È accaduto qualcosa di raro: il pubblico ha chiesto a gran voce di rivedere una serie che non aveva mai davvero dimenticato. E il servizio pubblico ha ascoltato.

Non è un caso. Capri appartiene a quella stagione della fiction Rai che riusciva a raccontare l’Italia con eleganza, senza inseguire effetti speciali o colpi di scena a ogni costo. Bastavano sceneggiature solide, dialoghi memorabili. C’erano le musiche, che erano molto più di una semplice sigla: erano il respiro dell’isola. C’erano Villa Isabella, Marina Grande, le terrazze affacciate sul mare. Una fotografia che trasformava Capri in un luogo sospeso tra realtà e sogno. E poi c’era un cast straordinario: Gabriella Pession, Kaspar Capparoni, Sergio Assisi, Isa Danieli, Bianca Guaccero e tanti altri interpreti che sembravano appartenere davvero a quella famiglia. Una carrellata di personaggi indelebili: dalla generosità del saggio pescatore Totonno all’umorismo dell’avvenente Rossella, fino all’avidità del disonesto Don Domenico Scapece, che mira solo a distruggere il buon nome dei Galiano.
Come dimenticare Reginella? Con la sua cucina, le tavole apparecchiate, i pranzi interminabili, le confidenze. In Capri il cibo non era un semplice contorno: era il linguaggio degli affetti. Si litigava, ci si riconciliava, ci si innamorava anche davanti a un piatto condiviso. Era un dettaglio solo in apparenza. In realtà raccontava un’Italia che riconoscevamo come nostra. Ricordate la parmigiana di melanzane al cioccolato, ricetta originale tipica della Costiera Amalfitana e Sorrentina? E poi c’erano loro: Massimo e Umberto. Due uomini diversi, due modi opposti di amare, capaci di dividere il pubblico. C’era chi parteggiava per Massimo e chi, come me, non ha mai avuto dubbi: Umberto. Sergio Assisi regalò al suo personaggio un’eleganza malinconica che conserva ancora oggi tutto il suo fascino. Ma la forza di Capri non era soltanto nei paesaggi o nei suoi protagonisti. Era nella scrittura. Le sceneggiature avevano il coraggio di rallentare. Gli amori non nascevano in una scena e finivano in quella successiva. Crescevano lentamente, tra uno sguardo e una frase, lasciando allo spettatore il tempo di innamorarsi insieme ai personaggi. Ci si mangiava con gli occhi molto prima di sfiorarsi. Bastava un primo piano, un silenzio, una mano che si avvicinava all’altra.
Oggi siamo abituati al binge watching, a divorare un’intera stagione in un weekend. Vent’anni fa era diverso. Una settimana. Tanto bisognava aspettare per sapere come sarebbe andata a finire. Oggi può sembrare un’eternità. Allora era il tempo dell’immaginazione, quello in cui il pubblico continuava a vivere la storia anche quando la tv era spenta. Come tanti spettatori, dopo aver visto Capri sono andata a cercare quei luoghi. Volevo vedere Villa Isabella, riconoscere gli scorci della serie. Quando una fiction ti spinge a metterti in viaggio, significa che è riuscita a fare qualcosa di incredibile: trasformare una scenografia in un luogo del cuore. Era la stagione di fiction come Orgoglio, capaci di raccontare sentimenti e paesaggi con un respiro quasi romanzesco. Un modo di fare televisione che, pur con le dovute eccezioni, oggi sembra molto più raro.

Forse è anche per questo che la decisione iniziale di cancellare le repliche aveva provocato una reazione così forte. Kaspar Capparoni aveva espresso pubblicamente il proprio dispiacere e, dopo il ripristino della serie, ha ringraziato il pubblico dedicando quel piccolo successo a Enrico Oldoini e Carlo Croccolo, scomparsi qualche tempo fa. Nel giorno del ritorno in onda della prima puntata si è mostrato visibilmente emozionato in un video sui social. Sotto il video ironico pubblicato da Sergio Assisi, invece, c’è un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi dato d’ascolto quanto Capri sia rimasta nel cuore del pubblico. Decine di spettatori chiedono una reunion del cast. Qualcuno sogna perfino una quarta stagione. Forse non accadrà mai.

Ma c’è qualcosa di ancora più prezioso del successo: una storia che, a distanza di vent’anni, continua a essere tanto amata dal suo pubblico. Le grandi fiction non finiscono quando scorrono i titoli di coda. Restano da qualche parte, in attesa che bastino poche note di una sigla per riportarle a casa. Anzi, per riportarci a casa. Quella dell’infanzia, della nonna, dell’adolescenza. Per tanti di noi Capri ha significato proprio questo.

