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La tregua energetica annunciata da Trump non c’è: Mosca continua a colpire, la NATO avverte

Il Cremlino non conferma l’accordo proclamato dalla Casa Bianca e Kiev denuncia nuovi attacchi agli impianti energetici. Da Varsavia il comandante delle forze NATO in Europa, Alexus Grynkewich, promette una risposta a qualsiasi aggressione, ma esclude che uno scontro con la Russia sia imminente o inevitabile. Intanto l’Unione europea vara nuove sanzioni contro 1.569 soggetti legati all’industria militare russa.

Donald Trump ha annunciato una tregua energetica tra Russia e Ucraina con effetto immediato. Poche ore dopo, Volodymyr Zelensky ha riferito che i droni russi avevano colpito una centrale nell’area di Kharkiv. Sono seguiti, secondo Kiev, attacchi a un impianto di produzione del gas e a una stazione di rifornimento. Da Mosca non è arrivata la conferma di aver accettato la sospensione dei raid: interpellato lunedì, il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov si è limitato a dire che i contatti proseguono.

È la distanza tra l’annuncio e i fatti a definire questa fase. Non è ancora possibile descrivere la tregua come un’intesa operativa infranta dalla Russia, perché mancano una conferma pubblica di Mosca e termini condivisi dalle parti. Si può però dire che la cessazione degli attacchi annunciata dal presidente americano non si è vista sul terreno.

Al Warsaw Security Forum, Zelensky ha detto che l’Ucraina è pronta a non colpire le infrastrutture energetiche russe, a condizione che Mosca faccia altrettanto. Ha ricordato che, mentre Trump pubblicava il suo messaggio, i droni erano già nei cieli ucraini. Per il presidente ucraino, la proposta può ancora diventare un primo passo concreto. Ma serve l’adesione della Russia, non soltanto un post della Casa Bianca.

Che cosa dovrebbe fermare davvero la tregua

Una sospensione reciproca degli attacchi energetici avrebbe un valore immediato per la popolazione ucraina. Centrali, reti elettriche e impianti del gas sono essenziali per garantire luce, acqua e riscaldamento. Con l’avvicinarsi dell’inverno, il tempo necessario a riparare una struttura colpita può contare quanto il danno materiale iniziale.

Anche l’Ucraina attacca infrastrutture energetiche russe, in particolare raffinerie e depositi di carburante, per ridurre risorse e capacità logistiche di Mosca. Una tregua limitata a questo settore richiederebbe dunque rinunce da entrambe le parti. Per essere verificabile dovrebbe però stabilire almeno quali obiettivi sono protetti, da quando decorre lo stop e come vengono accertate le violazioni. Trump non ha reso pubblici questi dettagli.

L’assenza di regole condivise apre un problema politico prima ancora che tecnico. Se Washington considera già avviata la tregua, ma Mosca non dice di averla accettata, ogni nuovo attacco diventa oggetto di accuse e interpretazioni. Nel frattempo, le infrastrutture continuano a essere colpite. Secondo la ricostruzione di Associated Press, Zelensky ha dichiarato che Kiev si è astenuta dal colpire impianti energetici russi dopo l’annuncio americano, pur non vedendo una risposta equivalente da parte russa.

Il diesel russo nella trattativa di Washington

La vicenda della tregua arriva pochi giorni dopo l’accordo annunciato da Trump per la fornitura di gasolio russo ai mercati statunitense e globale. Il presidente americano lo presenta come una strada per ridurre i prezzi dei carburanti. A Kiev, invece, il riavvicinamento energetico tra Washington e Mosca suscita una preoccupazione precisa: nuove entrate dalle esportazioni russe possono aumentare le risorse a disposizione del Cremlino mentre la guerra continua.

Qui emergono due interessi che non coincidono automaticamente. Trump cerca una risposta rapida al costo del diesel; l’Ucraina e i suoi partner europei cercano di mantenere pressione economica sulla Russia. Un eventuale stop reciproco agli attacchi contro raffinerie e centrali potrebbe proteggere i civili ucraini, ma anche risparmiare una parte delle infrastrutture petrolifere russe prese di mira da Kiev. Per valutare il risultato diplomatico bisognerà sapere che cosa ciascuna parte si impegna a fermare e che cosa ottiene in cambio.

Da Varsavia il messaggio della NATO: pronti a difendersi, la guerra non è inevitabile

Nello stesso forum di Varsavia ha parlato Alexus Grynkewich, comandante supremo delle forze alleate in Europa. Il suo messaggio ha tenuto insieme fermezza e prudenza. Se un Paese NATO fosse attaccato, l’Alleanza sarebbe pronta a rispondere. Grynkewich ha però detto di non ritenere un conflitto con la Russia né imminente né inevitabile. Preparare la difesa e mantenere canali di comunicazione, ha spiegato, sono entrambi strumenti per impedire che la crisi precipiti.

La distinzione è essenziale. La NATO non ha annunciato l’ingresso nella guerra in Ucraina. Il comandante ha parlato della capacità dell’Alleanza di difendere i propri membri e di dissuadere un’aggressione. Nel resoconto dell’Associated Press, Grynkewich ha anche richiamato la necessità di risposte coordinate alle attività ostili e ai sabotaggi attribuiti alla Russia, affinché Mosca comprenda quali limiti gli alleati intendono difendere.

Il rischio considerato dai vertici europei non è soltanto quello di una grande offensiva convenzionale. Sono le operazioni più limitate e ambigue — un sabotaggio, un’incursione, un attacco la cui responsabilità venga negata — a rendere difficile una risposta comune. Dire che la guerra non è inevitabile significa, in questo contesto, lavorare perché la deterrenza funzioni prima che si debba combattere.

Le sanzioni europee e la risposta di Mosca

Mentre a Varsavia si discuteva di sicurezza, a Lussemburgo il Consiglio dell’Unione europea ha approvato nuove misure restrittive contro 1.569 persone ed entità legate al complesso militare-industriale russo: 826 aziende e 743 dirigenti. È il più ampio gruppo di nuove designazioni adottato dall’UE in un’unica decisione dall’inizio dell’invasione su vasta scala. L’obiettivo è ostacolare le reti che contribuiscono a produrre e rifornire i sistemi d’arma impiegati da Mosca.

Le sanzioni non fermano nell’immediato un drone già in volo. Servono a rendere più difficile sostenere la guerra nel tempo. È una linea diversa da quella mostrata da Washington con l’apertura al diesel russo, e rende più evidente la difficoltà di costruire una pressione occidentale coerente mentre si cerca anche una trattativa.

Sul fronte politico, Mosca non ha offerto segnali di disponibilità a una pausa generale. Peskov ha sostenuto che, se l’Ucraina tenesse elezioni, Putin sarebbe disposto a sospendere gli attacchi soltanto nel giorno del voto. Zelensky aveva indicato invece la necessità di un cessate il fuoco molto più lungo per poter organizzare elezioni durante la guerra. Le due posizioni mostrano quanto sia lontana, oggi, un’intesa anche su una misura circoscritta.

Il banco di prova sono i prossimi attacchi

Una tregua energetica resta possibile e sarebbe importante, soprattutto per i civili esposti ai bombardamenti dell’inverno. Ma non nasce quando un mediatore la proclama: nasce quando le parti ne accettano le condizioni e i loro eserciti smettono di colpire gli obiettivi concordati.

Per ora Trump ha avanzato un annuncio, Kiev ha dichiarato la propria disponibilità e il Cremlino non ha confermato l’accordo. Nel frattempo gli attacchi sono continuati. La prudenza espressa dalla NATO a Varsavia offre l’altra metà del quadro: l’escalation non è un destino inevitabile, ma evitarla richiede decisioni verificabili. La prima prova della tregua sarà vedere se gli impianti energetici ucraini e russi smetteranno davvero di essere bersagli.

Fonti