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Trump minaccia di fermare il diesel: l’Europa rischia di pagare il conto di “America First”

La Casa Bianca cerca una risposta al caro carburanti prima delle elezioni americane. Politico racconta il timore europeo per possibili restrizioni alle esportazioni: in gioco ci sono prezzi, forniture e affidabilità degli Stati Uniti. Un divieto di 90 giorni non è stato annunciato, ma anche l’industria petrolifera americana avverte che potrebbe ritorcersi contro Washington.

Gli Stati Uniti hanno aumentato le esportazioni di carburanti mentre la guerra in Medio Oriente rendeva più difficili le forniture dal Golfo. Ora Donald Trump sostiene la possibilità di trattenere più diesel sul mercato americano per contrastare i rincari. L’Europa, che ha fatto maggiore affidamento sulle consegne statunitensi, rischia di ritrovarsi esposta a una nuova decisione politica sulle proprie forniture energetiche.

È la contraddizione al centro di un approfondimento di Politico: la promessa americana di rifornire gli alleati si scontra con la pressione dei prezzi interni e con le elezioni di metà mandato del 3 novembre.

Il rischio non riguarda soltanto le prossime petroliere. Se la disponibilità di carburante può essere limitata quando diventa politicamente conveniente, governi e imprese devono includere questa eventualità nelle proprie scelte di approvvigionamento.

Prima, però, va chiarito lo stato della vicenda. Nelle fonti disponibili al 26 settembre non risulta entrato in vigore un divieto americano di esportazione del diesel per 90 giorni. Il 23 settembre un funzionario della Casa Bianca ha smentito la ricostruzione secondo cui Washington lo stesse preparando. Il segretario all’Energia Chris Wright ha criticato un blocco generalizzato e indicato che si discutevano misure volontarie. Il confronto sulle restrizioni resta aperto, ma un’ipotesi allo studio non è ancora un provvedimento adottato. (Reuters)

Il pieno diventa una questione elettorale

La pressione sull’amministrazione nasce da un dato concreto: negli Stati Uniti il gasolio ha superato i 6,50 dollari al gallone, secondo la ricostruzione Reuters del 23 settembre. Un livello che pesa sull’attività di autotrasportatori, agricoltori e imprese, oltre che sul costo dei beni distribuiti nel Paese.

Per Trump, mostrare di intervenire prima del voto è politicamente importante. La risposta apparentemente più immediata consiste nel lasciare in America una parte del carburante oggi venduto all’estero.

Il ragionamento ha una forza intuitiva: se aumenta la disponibilità interna, il prezzo dovrebbe scendere. Ma il risultato dipende da dove quel carburante viene prodotto, da dove serve e dalla capacità di trasportarlo. Dipende anche dalla reazione delle raffinerie e dai prezzi internazionali.

Un vantaggio locale e temporaneo non equivale necessariamente a una riduzione duratura del prezzo medio nazionale. È su questo punto che si concentra l’opposizione di una parte rilevante del settore energetico.

Perché questa crisi riguarda soprattutto il diesel

Il problema non si esaurisce nel prezzo del petrolio greggio. Per ottenere gasolio, benzina e carburante per gli aerei occorrono raffinerie funzionanti, materie prime adatte e collegamenti affidabili fra impianti e mercati.

Le difficoltà in Medio Oriente e le interruzioni della produzione in altri Paesi hanno ridotto la disponibilità di prodotti raffinati. L’analisi dell’istituto energetico EPRINC del 24 settembre collega la tensione sul diesel ai danni e alle riduzioni delle forniture nel Golfo Persico e in Russia. (EPRINC)

Già a luglio la statunitense Energy Information Administration, l’agenzia federale per le statistiche energetiche, aveva documentato la risposta americana alla crisi: nel secondo trimestre erano aumentati lavorazione del greggio ed export di carburanti, mentre i margini indicativi di raffinazione di distillati e jet fuel risultavano più che raddoppiati rispetto a un anno prima.

Nello stesso periodo, l’EIA stimava le esportazioni americane di distillati — categoria che comprende il diesel — a 1,56 milioni di barili al giorno, verso l’insieme dei mercati esteri. (EIA)

Questo dato aiuta anche a evitare un equivoco: i circa 1,5 milioni di barili al giorno citati nel dibattito riguardano l’ordine di grandezza dell’export statunitense globale, non le sole importazioni europee dagli Stati Uniti.

Quanto dipende l’Europa dalle forniture americane

La dipendenza esiste, ma varia sensibilmente secondo il Paese, il periodo e il perimetro geografico considerato.

Secondo i dati Kpler riportati da Euronews il 25 settembre, nel 2026 gli Stati Uniti hanno fornito circa 180 mila barili al giorno dei circa 580 mila di diesel importati dall’Unione europea da Paesi esterni al blocco: una quota intorno al 32%, rispetto al 17% del 2025.

È il 32% delle importazioni extra-UE, non il 32% di tutto il gasolio consumato nell’Unione. Una parte importante della domanda viene soddisfatta dalla raffinazione europea.

La stessa analisi segnala un’esposizione particolarmente elevata nell’Europa nordoccidentale. L’Italia presenta invece una dipendenza diretta più contenuta: le forniture statunitensi rappresenterebbero circa il 4% delle sue importazioni di diesel. Anche qui il denominatore è l’import, non il consumo nazionale. (Euronews)

S&P Global, considerando un diverso perimetro e il terzo trimestre, indica consegne americane verso l’Europa nell’ordine di 360 mila barili al giorno. Le cifre non vanno sommate né confrontate come se descrivessero lo stesso campione. Convergono però su un punto: il contributo americano è diventato importante proprio mentre altri approvvigionamenti erano sotto pressione. (S&P Global)

Perché anche l’Italia rischia rincari

Importare poco diesel direttamente dagli Stati Uniti offre una protezione rispetto all’interruzione di quelle specifiche consegne. Non isola però l’Italia dal prezzo europeo e internazionale del carburante.

Se un compratore francese, tedesco o britannico perde una fornitura americana, cercherà un altro venditore. Potrà rivolgersi agli stessi mercati e agli stessi carichi sui quali contano gli operatori italiani. La concorrenza aumenterebbe su una disponibilità già limitata.

È un meccanismo descritto dall’EIA: gli scambi internazionali collegano i prezzi dei prodotti petroliferi fra regioni e un’interruzione dei flussi può provocare rincari anche dove il rapporto commerciale diretto con il fornitore colpito è modesto. (EIA, commercio e prezzi dei carburanti)

L’Italia conosce già la differenza fra disponibilità del greggio e disponibilità del prodotto finito. All’inizio della crisi iraniana, il 3 marzo, Unem, l’associazione delle imprese della raffinazione e distribuzione, segnalava che attraverso Hormuz passava una quota delle importazioni italiane di gasolio molto superiore a quella del greggio. È una fotografia precedente alla riorganizzazione dei traffici degli ultimi mesi, ma chiarisce perché avere accesso al petrolio non risolva automaticamente ogni problema di approvvigionamento dei carburanti. (Unem)

Per famiglie e imprese, la conseguenza potrebbe arrivare attraverso il pieno, il trasporto delle merci, le lavorazioni agricole e i cantieri. L’entità e la velocità della trasmissione dipenderebbero da contratti, scorte, cambio e concorrenza: non esiste una percentuale automatica di rincaro ricavabile dai barili eventualmente trattenuti dagli americani.

Il paradosso: bloccare l’export potrebbe ridurre la produzione americana

L’American Petroleum Institute, che rappresenta l’industria petrolifera e del gas statunitense, si è schierato contro le restrizioni. È un soggetto direttamente interessato alla continuità delle esportazioni; la sua posizione va letta anche alla luce di questo interesse.

L’argomento industriale che presenta è però preciso. Le raffinerie producono contemporaneamente diversi carburanti e possono modificare la combinazione dei prodotti soltanto entro certi limiti.

Se il diesel destinato all’estero restasse negli impianti e negli stoccaggi della costa del Golfo senza trovare un sufficiente sbocco interno, alcune raffinerie potrebbero essere costrette a ridurre la lavorazione del greggio. La conseguenza sarebbe una minore produzione anche di benzina e carburante per l’aviazione.

Inoltre, il surplus non potrebbe essere spostato istantaneamente verso qualsiasi area degli Stati Uniti: oleodotti, terminali e trasporti hanno capacità e vincoli propri. (American Petroleum Institute)

Anche EPRINC descrive questo rischio e prevede effetti differenti fra le regioni americane: possibili ribassi vicino ai poli di produzione, accompagnati da difficoltà altrove. È uno scenario economico, non un risultato già osservato per una misura che non è stata introdotta.

Il punto è che vietare una vendita all’estero non crea nuova capacità produttiva e non costruisce i collegamenti necessari per consegnare il carburante dove serve.

L’allarme di Bruxelles e il limite delle scorte

La Commissione europea ha espresso preoccupazione per possibili restrizioni e avvertito che un’interruzione rischierebbe di danneggiare entrambe le economie. Secondo S&P Global, sono in corso contatti ad alto livello con l’amministrazione americana. (S&P Global)

L’Europa dispone di strumenti per assorbire uno shock. La normativa impone agli Stati membri di mantenere scorte di emergenza di greggio e/o prodotti petroliferi equivalenti ad almeno 90 giorni di importazioni nette oppure 61 giorni di consumo, scegliendo il valore più elevato. (Commissione europea)

Questo obbligo non significa che ogni Paese abbia 90 giorni di diesel immediatamente disponibili in ogni deposito. Le riserve comprendono prodotti differenti; per il greggio resta necessario il passaggio in raffineria. Contano quindi composizione, ubicazione e possibilità di distribuire le scorte.

L’8 settembre il gruppo europeo di coordinamento sul petrolio aveva escluso problemi immediati di approvvigionamento nell’Unione, giudicando sufficienti le scorte commerciali e di emergenza. Era la valutazione di quella data, precedente al successivo dibattito sulle restrizioni americane, e non una garanzia contro qualsiasi nuovo shock. (Commissione europea)

Le riserve possono dare tempo per trovare altri carichi. Non possono sostituire indefinitamente una fornitura regolare.

La credibilità americana è parte del prezzo

L’approfondimento di Politico porta la questione oltre l’emergenza dei prossimi mesi. Funzionari europei, analisti e interlocutori vicini all’amministrazione descrivono il timore che una stretta sull’export indebolisca la reputazione degli Stati Uniti come partner energetico affidabile.

Per un compratore, infatti, la convenienza di un contratto comprende anche la probabilità che venga eseguito. Il carburante può avere un prezzo competitivo, ma diventare meno interessante se la sua esportazione è esposta a frequenti cambiamenti politici.

Ben Cahill, esperto di mercati energetici citato da Politico, richiama uno dei vantaggi tradizionalmente attribuiti all’offerta americana: le trattative vengono concluse da imprese private. Una forte interferenza del governo nelle consegne farebbe rientrare nella valutazione commerciale un rischio politico più marcato.

Questo non rende automaticamente equivalenti Stati Uniti e altri fornitori. Significa però che l’appartenenza alla stessa alleanza non elimina il rischio di decisioni nazionali che danneggino gli acquirenti esteri.

Anche una minaccia non realizzata può lasciare conseguenze: indurre a diversificare, chiedere garanzie aggiuntive o valutare con più cautela nuovi investimenti. Sono possibili reazioni di lungo periodo, non una fuga dai contratti americani già dimostrata.

Cercare altri fornitori non basta, se manca il prodotto

Nell’articolo di Politico, il ministro austriaco dell’Economia Wolfgang Hattmannsdorfer indica la necessità di rafforzare i rapporti con altri esportatori e aumentare l’autonomia europea.

La diversificazione può ridurre il rischio, ma deve riguardare ciò che effettivamente manca. Trovare un nuovo venditore di greggio non equivale a trovare diesel pronto per la consegna. Servono raffinerie, compatibilità dei prodotti con il mercato di destinazione, navi e capacità di movimentazione.

Per l’Europa, la risposta richiede quindi più livelli: forniture meno concentrate, capacità industriale e logistica adeguata, riserve utilizzabili e coordinamento fra governi. Nel tempo, anche ridurre il consumo di carburanti attraverso efficienza, elettrificazione dove praticabile e organizzazione dei trasporti può diminuire l’esposizione agli shock. Non sono interventi capaci di sostituire in poche settimane tutti i carichi eventualmente mancanti.

Il nodo politico posto dalla minaccia americana rimane questo: Washington può cercare di attenuare il costo interno della crisi, ma trasferirne una parte agli alleati avrebbe un prezzo per la fiducia commerciale.

Trump punta a mostrare risultati agli elettori americani. L’Europa deve valutare quanto affidamento possa fare sulle forniture statunitensi anche quando gli interessi immediati delle due sponde dell’Atlantico divergono. La sicurezza energetica si misura soprattutto in quei momenti.

Fonti

Aggiornato alle informazioni disponibili il 26 settembre 2026.