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Siria contesa, Israele e Turchia verso una nuova guerra fredda: il fronte che può ridisegnare il Medio Oriente

Turchia Siria Guerra

La caduta di Bashar al-Assad avrebbe dovuto chiudere una delle guerre più lunghe e distruttive del Medio Oriente. Sta invece aprendo una nuova competizione per decidere che cosa sarà la Siria e soprattutto chi avrà il diritto di influenzarne il futuro. I protagonisti principali non sono più quelli della lunga guerra civile. L’Iran è molto più debole, la Russia ha perso gran parte della capacità di condizionare Damasco e il nuovo governo di Ahmed al-Sharaa cerca di ricostruire uno Stato distrutto da quasi quattordici anni di conflitto. Nel vuoto lasciato dai vecchi equilibri sono emerse soprattutto due potenze regionali: Turchia e Israele.

Il problema è che Ankara e Gerusalemme vogliono due Sirie profondamente differenti. La Turchia ha interesse alla nascita di uno Stato siriano sufficientemente forte, centralizzato e alleato, capace di controllare il territorio, impedire il ritorno di un’entità autonoma curda lungo il confine e consentire nel tempo il ritorno di parte dei milioni di profughi. Israele considera invece pericoloso qualsiasi processo che produca ai propri confini un nuovo esercito siriano forte e, soprattutto, un apparato militare sostenuto dalla Turchia. La conseguenza è una competizione che non è ancora guerra, ma che assomiglia sempre più a una guerra fredda combattuta sul territorio di un terzo Paese.

Il raid di Abu al-Duhur ha cambiato la natura dello scontro

Il momento nel quale questa rivalità è diventata evidente è arrivato il 18 agosto, quando otto raid israeliani hanno colpito la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nella Siria nord-occidentale, a circa 70 chilometri dal confine turco. Sono state colpite pista e strutture di deposito. Non sono state segnalate vittime, ma il significato militare e politico dell’operazione è stato molto più importante dei danni materiali.

Israele ha sostenuto che Damasco si preparasse a consentire un dispiegamento turco nella base e ha fatto capire che considera la presenza militare permanente di Ankara in determinate installazioni siriane una linea rossa. La Turchia ha respinto la ricostruzione israeliana, pur senza rinunciare alla propria cooperazione militare con il nuovo governo di Damasco, e ha accusato Israele di violare la sovranità e l’integrità territoriale della Siria.

Anche gli Stati Uniti hanno reagito con irritazione. L’inviato americano Tom Barrack ha definito il bombardamento una escalation non necessaria. Il dettaglio è importante perché Washington mantiene rapporti strategici sia con Israele sia con la Turchia, che è un membro della Nato, e ha un interesse evidente a evitare che due dei propri principali partner regionali arrivino a uno scontro diretto.

Abu al-Duhur ha quindi mostrato qualcosa che fino a pochi mesi prima era ancora soprattutto un rischio teorico: Israele è disposto a utilizzare la forza per impedire che la presenza turca in Siria superi determinati limiti.

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Cosa vuole davvero la Turchia dalla nuova Siria

Per Ankara la Siria non è semplicemente un Paese confinante. È uno dei principali dossier di sicurezza nazionale degli ultimi quindici anni. La guerra civile ha prodotto milioni di rifugiati, terrorismo, operazioni militari oltre confine, scontri con le forze curde e un’enorme esposizione economica e politica.

La caduta di Assad nel dicembre 2024 ha modificato radicalmente questo scenario. Ahmed al-Sharaa e gran parte delle forze che oggi governano Damasco provengono dall’opposizione che la Turchia aveva sostenuto durante il conflitto. Ankara è quindi passata dalla necessità di contenere un governo siriano ostile alla possibilità di costruire un rapporto privilegiato con un nuovo Stato amico.

L’obiettivo turco è innanzitutto territoriale. Recep Tayyip Erdogan ha ripetutamente affermato che la Siria deve restare unita e che Ankara non accetterà la nascita di entità autonome considerate una minaccia alla propria sicurezza. La questione riguarda soprattutto le organizzazioni curde del nord-est, che la Turchia considera collegate al Pkk.

Nel corso del 2026 questo dossier è profondamente cambiato. Le Forze democratiche siriane, a guida curda, hanno accettato lo scioglimento e l’integrazione nelle istituzioni militari dello Stato siriano, un risultato accolto da Ankara come un passaggio fondamentale verso l’unificazione del Paese.

Per la Turchia una Siria centralizzata significa quindi almeno quattro cose: eliminare una possibile entità curda autonoma lungo il proprio confine, ridurre il rischio di nuove guerre civili, creare le condizioni per un ritorno progressivo dei rifugiati e ottenere un partner strategico capace di ampliare l’influenza turca verso il mondo arabo.

La ricostruzione siriana è anche un enorme progetto geopolitico

C’è poi una dimensione economica. Ricostruire la Siria significa partecipare a uno dei più grandi programmi infrastrutturali del Medio Oriente dei prossimi decenni. Strade, aeroporti, centrali elettriche, abitazioni, telecomunicazioni, industria e reti energetiche devono essere in larga parte ricostruite.

La Turchia parte da una posizione privilegiata. È geograficamente vicina, dispone di un’industria delle costruzioni molto sviluppata e ha già una presenza economica consolidata nel nord della Siria. Ma Ankara non vuole soltanto appalti. Vuole contribuire a ricostruire lo Stato siriano e, attraverso quella ricostruzione, trasformarlo in un elemento stabile della propria sfera di influenza.

L’interesse riguarda anche l’Europa. Nel solo 2025 circa 1,3 milioni di siriani sono tornati nel Paese, ma quasi cinque milioni risultavano ancora rifugiati all’estero alla fine dell’anno. Una Siria realmente stabile potrebbe accelerare i rientri e ridurre una delle principali fonti di pressione migratoria che ha condizionato la politica europea per oltre un decennio.

Ma se il territorio siriano tornasse a essere teatro di una guerra per procura o di un confronto militare tra potenze regionali, questo processo potrebbe interrompersi rapidamente.

Israele vede lo stesso processo come una possibile minaccia

La prospettiva israeliana parte da una lettura quasi opposta. Dopo il 7 ottobre 2023, la dottrina di sicurezza di Israele è diventata molto meno disponibile ad accettare rischi potenziali lungo i propri confini. L’idea di attendere che una minaccia si manifesti pienamente prima di colpirla ha lasciato spazio a una strategia molto più preventiva.

Quando Assad è caduto, Israele si è trovato davanti a una situazione paradossale. Da una parte era scomparso un regime alleato dell’Iran e collegato a Hezbollah, quindi uno dei pilastri storici dell’asse ostile a Gerusalemme. Dall’altra, però, il potere a Damasco era passato a Ahmed al-Sharaa, ex leader jihadista con un passato nell’organizzazione siriana legata ad Al-Qaeda.

Al-Sharaa ha rotto da anni con quel passato, il suo governo ha cercato il riconoscimento internazionale e ha ripetutamente affermato di non volere una guerra con Israele. La nuova Siria sta inoltre collaborando con l’Aiea e con l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche per chiudere i dossier militari clandestini lasciati dal regime di Assad.

Per Israele, tuttavia, le intenzioni dichiarate non sono sufficienti. La domanda è cosa potrebbe diventare la Siria tra cinque o dieci anni se riuscisse a ricostruire un esercito moderno sostenuto e addestrato dalla Turchia.

L’incubo israeliano non è Assad, ma una Turchia militare alle porte

È qui che cambia completamente la natura del problema. Israele e Turchia non sono due piccoli attori regionali. Dispongono di due delle forze armate più potenti del Medio Oriente, di industrie militari avanzate, droni, intelligence e aviazioni capaci di operare a grande distanza.

Ankara è inoltre membro della Nato.

Israele non teme necessariamente un’invasione turca attraverso la Siria. Il rischio è molto più concreto e immediato: che sistemi radar, difese antiaeree, droni o aerei turchi installati nelle basi siriane riducano drasticamente la libertà di azione dell’aviazione israeliana.

Per oltre un decennio Israele ha potuto colpire quasi liberamente obiettivi in Siria, soprattutto depositi di armi iraniani e infrastrutture utilizzate per rifornire Hezbollah. La debolezza dello Stato siriano e l’impossibilità del regime di Assad di controllare realmente il proprio spazio aereo garantivano a Israele un vantaggio enorme.

Una Siria dotata di difese efficienti e integrata militarmente con la Turchia cambierebbe completamente questa situazione.

Per Gerusalemme, quindi, il problema non è semplicemente il governo di Damasco. È chi potrebbe stare dietro Damasco.

Due modelli opposti per il futuro dello Stato siriano

La competizione tra Turchia e Israele si può riassumere in due idee opposte di Siria.

Ankara vuole uno Stato centrale capace di controllare i propri confini, assorbire le diverse forze armate, recuperare il nord-est curdo e ricostruire una struttura militare nazionale. Una Siria stabile consentirebbe alla Turchia di avere a sud un vicino dipendente economicamente e militarmente da Ankara.

Israele vuole invece garanzie molto più profonde. Chiede che il sud della Siria rimanga sostanzialmente demilitarizzato, pretende che nessuna forza considerata ostile possa avvicinarsi al Golan e vuole conservare la possibilità di intervenire militarmente qualora individui minacce.

Dopo la caduta di Assad, le forze israeliane sono entrate nella zona di separazione controllata dalle Nazioni Unite e hanno successivamente stabilito posizioni anche più in profondità nel territorio siriano. Israele sostiene che si tratti di misure temporanee necessarie a proteggere il proprio confine.

Damasco e le Nazioni Unite considerano invece questa presenza una violazione della sovranità siriana e dell’accordo di disimpegno del 1974.

L’Onu alza il livello dello scontro proprio mentre la Siria prova a rinascere

L’8 settembre la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sulla Siria ha aggiunto un elemento destinato ad alimentare ulteriormente il confronto. Secondo la Commissione, le operazioni israeliane nel sud del Paese sono diventate sempre più continuative e radicate, con pattugliamenti, incursioni, perquisizioni, checkpoint e infrastrutture militari.

Gli investigatori dell’Onu hanno documentato 49 siriani detenuti dalle forze israeliane, tra cui due minori, e hanno affermato che alcune condotte potrebbero configurare crimini di guerra. La Commissione ha inoltre descritto la presenza israeliana come una forma di occupazione belligerante.

Israele respinge completamente questa interpretazione. La propria missione a Ginevra sostiene che il Paese non abbia aspirazioni territoriali in Siria e che la zona controllata rappresenti appena lo 0,1% del territorio siriano, utilizzato temporaneamente per impedire minacce alla popolazione israeliana.

La distanza tra le due letture mostra quanto sia difficile immaginare un ritorno semplice allo status quo precedente al 2024.

I drusi sono diventati un altro terreno della competizione

Un secondo fronte è quello di Sweida, la regione meridionale a maggioranza drusa. Israele sostiene di avere una responsabilità nella protezione della comunità drusa siriana e ha più volte colpito forze governative dopo violenze contro i civili.

Damasco considera invece la questione parte della propria sovranità interna e respinge qualsiasi ipotesi di frammentazione del Paese.

Anche qui gli interessi israeliani e turchi divergono. Ankara sostiene un’autorità centrale forte e contraria a forme di separazione territoriale. Israele considera invece utile l’esistenza nel sud di comunità locali capaci di limitare l’avanzata delle forze di Damasco e di creare una fascia di sicurezza indiretta lungo il proprio confine.

Non significa che Israele abbia necessariamente un progetto definito di divisione permanente della Siria. Significa però che la decentralizzazione del potere siriano produce per Gerusalemme vantaggi di sicurezza che Ankara non condivide.

Anche la questione curda divide le due strategie

La sorte delle forze curde rappresenta quasi lo specchio della questione drusa. La Turchia ha lavorato per anni per eliminare l’autonomia militare curda nel nord-est e considera la recente dissoluzione delle Sdf un successo strategico.

Israele ha invece guardato con maggiore favore alla sopravvivenza di attori autonomi capaci di bilanciare il potere centrale di Damasco.

All’inizio del 2026 le forze governative siriane hanno riconquistato gran parte delle aree che per anni erano state amministrate dalle autorità curde. Washington, che aveva sostenuto le Sdf nella guerra contro lo Stato islamico, ha progressivamente accettato la nuova situazione e spinto verso l’integrazione nello Stato siriano.

È stata una vittoria importante soprattutto per la Turchia. Più la Siria viene riunificata sotto Damasco, più cresce indirettamente anche l’influenza di Ankara.

Ed è esattamente questo processo che Israele osserva con preoccupazione.

Una guerra tra Israele e Turchia è davvero possibile?

La risposta più corretta, almeno oggi, è che nessuno dei due Paesi sembra volere una guerra diretta, ma il rischio di incidente militare è reale.

Già nell’aprile 2025 Turchia e Israele avevano avviato colloqui tecnici in Azerbaigian per costruire un meccanismo di deconfliction, cioè un sistema di comunicazione capace di impedire che operazioni militari condotte nello stesso spazio producessero uno scontro involontario.

Il fatto stesso che un simile meccanismo sia necessario dice molto della situazione.

In Siria operano aerei israeliani, forze turche, esercito siriano e numerosi altri attori. Un bombardamento su una base nella quale fossero effettivamente presenti soldati turchi potrebbe produrre vittime. Ankara sarebbe costretta a rispondere politicamente e forse militarmente. Israele dovrebbe decidere se fermarsi o colpire nuovamente.

Una sequenza del genere potrebbe trasformare una guerra fredda in uno scontro reale anche senza che nessuno dei due governi lo abbia pianificato.

Perche la Nato non rende automaticamente impossibile uno scontro

L’appartenenza della Turchia alla Nato è uno degli elementi che rendono questo scenario particolarmente delicato, ma non significa che qualsiasi attacco contro militari turchi presenti in Siria farebbe automaticamente scattare l’Articolo 5.

La difesa collettiva dell’Alleanza non funziona come un meccanismo automatico e la situazione sarebbe ancora più complessa nel caso di forze turche schierate fuori dal territorio nazionale.

Politicamente, però, uno scontro aperto tra Israele e un Paese Nato provocherebbe una crisi enorme per Washington e per l’intera Alleanza Atlantica. Gli Stati Uniti avrebbero quindi un interesse ancora maggiore a fermare l’escalation prima che arrivi a quel punto.

Non è un caso che Washington abbia già mediato direttamente tra Siria e Israele.

I negoziati segreti dimostrano che tutti conoscono il pericolo

Il 23 agosto, pochi giorni dopo il bombardamento di Abu al-Duhur, rappresentanti di alto livello di Israele e Siria si sono incontrati in Giordania con la mediazione americana. Tra i temi affrontati c’era esplicitamente la necessità di impedire che la rivalità tra Israele e Turchia si trasferisse sul territorio siriano.

Damasco ha chiesto il ritorno israeliano alle posizioni precedenti alla caduta di Assad, il ripristino dell’accordo del 1974 e la libertà di ricostruire le proprie forze armate e scegliere autonomamente le proprie alleanze.

Quest’ultimo punto contiene tutto il problema.

Per la Siria è una questione elementare di sovranità: uno Stato deve poter decidere con chi cooperare militarmente.

Per Israele, invece, quella stessa libertà potrebbe significare vedere installazioni militari turche a poche centinaia di chilometri dai propri centri strategici.

Le due posizioni sono difficilmente conciliabili senza un compromesso imposto o garantito dagli Stati Uniti.

Washington e il paradosso dei suoi due alleati

Gli Stati Uniti sono l’attore con le maggiori possibilità di contenere la rivalità, ma si trovano davanti a un problema insolito.

Israele è il principale alleato americano in Medio Oriente. La Turchia è un membro della Nato e controlla una posizione strategica fondamentale tra Mar Nero, Mediterraneo, Caucaso e Medio Oriente. Washington ha interesse a mantenere rapporti stretti con entrambi.

Il miglioramento delle relazioni tra Donald Trump ed Erdogan rende inoltre Ankara ancora più importante nella strategia americana. Nel 2026 si è riaperto persino il dossier della possibile vendita alla Turchia degli F-35, possibilità alla quale Israele guarda con grande preoccupazione.

Lo scontro siriano si inserisce quindi dentro una competizione più ampia: chi sarà la principale potenza regionale capace di condizionare il Medio Oriente dopo l’indebolimento dell’Iran?

Per molti anni Israele e Turchia potevano convivere perché le loro aree di influenza erano relativamente separate. La caduta di Assad ha cancellato quella distanza geografica e politica.

Il grande sconfitto potrebbe essere proprio l’Iran

C’è un’altra trasformazione che aiuta a capire la portata dello scontro. Per due decenni il grande avversario regionale di Israele in Siria è stato l’Iran. Teheran utilizzava il territorio siriano come corridoio strategico verso il Libano e Hezbollah.

Con la caduta di Assad quella struttura è stata enormemente ridimensionata.

Ma il vuoto lasciato dall’Iran non è rimasto vuoto. La Turchia sta occupando una parte dello spazio politico, economico e militare che Teheran ha perso, anche se con obiettivi e strumenti completamente differenti.

Per Israele questa non è necessariamente una buona notizia. Un Iran indebolito elimina una minaccia storica, ma una Turchia molto più forte in Siria può produrne una nuova, meno ideologica ma potenzialmente molto più sofisticata sul piano militare.

Ankara dispone infatti di un esercito convenzionale moderno, di un’industria dei droni tra le più sviluppate al mondo e di una capacità diplomatica ed economica che l’Iran in Siria non aveva mai posseduto nella stessa forma.

La nuova Siria non vuole diventare il campo di battaglia degli altri

In mezzo a questa competizione c’è però la Siria. Ed è forse questo l’aspetto che rischia di essere dimenticato.

Il Paese esce da quasi quattordici anni di guerra, con centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi e infrastrutture distrutte. Il nuovo governo sta cercando di ottenere riconoscimento internazionale, attrarre capitali, distruggere l’eredità delle armi chimiche del regime precedente e ricostruire le proprie istituzioni.

Damasco sostiene di non volere un conflitto con Israele e contemporaneamente considera la cooperazione con la Turchia un proprio diritto sovrano.

La possibilità di trasformare la Siria da campo di battaglia in Stato normale dipende quindi anche dalla capacità di impedire che diventi nuovamente il luogo nel quale altre potenze regolano i propri conti.

È esattamente ciò che non era riuscito durante la guerra civile, quando Russia, Iran, Turchia, Stati Uniti, Israele e monarchie del Golfo avevano tutti interessi e forze sul terreno.

Per l’Europa la posta in gioco è molto più alta di quanto sembri

A prima vista la rivalità israelo-turca potrebbe sembrare una questione regionale lontana. In realtà riguarda direttamente anche l’Europa.

Una nuova destabilizzazione della Siria significherebbe innanzitutto rallentare o invertire il ritorno dei rifugiati, proprio nel momento in cui diversi Paesi europei stanno rivedendo le proprie politiche di asilo nei confronti dei cittadini siriani.

Significherebbe inoltre complicare la ricostruzione, creare nuove opportunità per gruppi jihadisti, rendere più instabile il Mediterraneo orientale e aumentare le tensioni con una Turchia che rimane un partner indispensabile per Nato, migrazioni, energia e sicurezza del Mar Nero.

L’Europa ha quindi un interesse molto concreto alla nascita di una Siria stabile e sufficientemente inclusiva. Ma deve anche confrontarsi con le preoccupazioni di sicurezza israeliane e con le accuse rivolte oggi dall’Onu alle operazioni militari di Gerusalemme nel sud del Paese.

La vera partita è decidere quanto forte potrà diventare Damasco

Alla fine, la rivalità tra Israele e Turchia ruota attorno a una domanda apparentemente semplice: quanto forte può diventare la nuova Siria?

Per Ankara la risposta è: abbastanza da controllare tutto il proprio territorio, impedire separatismi e diventare un alleato stabile della Turchia.

Per Israele la risposta è molto più prudente: non abbastanza da poter ricostruire lungo il proprio confine un apparato militare capace, un giorno, di diventare una minaccia.

Questa differenza strategica è molto più profonda delle polemiche tra Erdogan e Netanyahu. Non nasce dalla personalità dei due leader e difficilmente scomparirebbe con un semplice miglioramento delle relazioni diplomatiche.

È una divergenza strutturale sugli equilibri del Medio Oriente dopo Assad.

Una guerra fredda che può restare fredda, ma solo con nuove regole

Definire ciò che sta accadendo una guerra fredda israelo-turca non significa sostenere che un conflitto aperto sia inevitabile. Al contrario, entrambi i Paesi hanno enormi incentivi a evitarlo.

La Turchia ha bisogno di una Siria stabile per raccogliere i benefici politici ed economici della caduta di Assad. Israele non ha interesse ad aprire un nuovo fronte diretto contro una potenza Nato mentre continua a gestire altre crisi regionali. Gli Stati Uniti hanno sufficiente influenza su entrambi per costruire meccanismi di contenimento.

Ma serve un nuovo equilibrio.

Israele dovrà decidere fino a che punto può accettare la ricostruzione militare siriana senza interpretarla automaticamente come una minaccia. La Turchia dovrà stabilire quanto lontano può spingere la propria presenza senza trasformare la Siria in una piattaforma di competizione con Israele. Damasco dovrà dimostrare di riuscire a ricostruire uno Stato centrale senza diventare semplicemente il protettorato strategico di Ankara.

Se questo equilibrio verrà trovato, la Siria potrebbe finalmente uscire dal ciclo delle guerre per procura che l’ha distrutta dal 2011.

Se invece ogni nuova base siriana diventerà una linea rossa israeliana e ogni raid israeliano una sfida all’influenza turca, il rischio è che la fine della guerra civile abbia soltanto cambiato i protagonisti del conflitto.

La Siria non sarebbe più il campo di battaglia tra Assad e i suoi oppositori, tra Iran e Israele o tra Russia e Occidente. Diventerebbe il terreno sul quale le due potenze militari oggi più forti del Mediterraneo orientale stabiliscono fin dove può arrivare l’una senza incontrare l’altra.

Ed è precisamente in quella distanza, sempre più stretta, che si trova il rischio della prossima crisi mediorientale.