Un convegno sulla pace, il richiamo esplicito a San Francesco e, contemporaneamente, una platea nella quale figurano rappresentanti di Russia, Iran, Cuba e Venezuela insieme a politici, giornalisti e intellettuali italiani accomunati, pur con posizioni molto differenti tra loro, da una critica più o meno marcata all’attuale ordine occidentale. È questa combinazione a trasformare l’iniziativa in programma tra la fine di agosto e l’inizio di settembre a Formello, alle porte di Roma, da appuntamento culturale e religioso in un caso dal forte significato politico e geopolitico.
L’evento si intitola “Tavoli di pace: un’esperienza francescana, un’eterna sfida tutta italiana. Dalla fine dell’Occidens Pacis Ordo verso quale Novus Pacis Ordo?” ed è organizzato dalla Fondazione Fides et Ratio E.T.S., realtà culturale di ispirazione cattolica. Già la formulazione scelta dagli organizzatori pone una questione che va molto oltre il pacifismo: se l’ordine internazionale costruito attorno all’Occidente sia arrivato alla fine e quale nuovo sistema debba sostituirlo.
L’ambasciatore russo e gli esponenti iraniani
Tra gli ospiti annunciati figura Alexey Paramonov, ambasciatore della Federazione Russa in Italia, insieme a esponenti iraniani come l’ayatollah Mohammad Hossein e l’ex diplomatico Ali Asghar Soltanieh. Sono inoltre indicati rappresentanti di Cuba e Venezuela.
La composizione della platea attribuisce inevitabilmente all’appuntamento una dimensione geopolitica. Russia e Iran sono due dei principali protagonisti del confronto con Stati Uniti ed Europa, mentre Cuba e Venezuela hanno da tempo rapporti difficili con Washington e rappresentano, ciascuno con caratteristiche proprie, un fronte critico nei confronti della leadership occidentale.
Il punto non è naturalmente sostenere che la presenza di questi rappresentanti renda illegittimo un confronto sulla pace. Il dialogo ha senso soprattutto quando coinvolge soggetti appartenenti a fronti contrapposti. La questione è piuttosto comprendere quale equilibrio avrà il dibattito e se la responsabilità russa per la guerra contro l’Ucraina sarà affrontata apertamente oppure finirà diluita in una critica generale all’ordine occidentale.
Dall’“Occidens Pacis Ordo” al nuovo ordine mondiale
È proprio il titolo del convegno a rendere difficile considerarlo esclusivamente un appuntamento dedicato alla spiritualità francescana. La domanda sul passaggio dall’“Occidens Pacis Ordo” a un “Novus Pacis Ordo” richiama direttamente il grande confronto in corso sulla trasformazione degli equilibri mondiali.
Mosca e Pechino sostengono da anni la necessità di superare un sistema internazionale giudicato eccessivamente dominato dagli Stati Uniti e dai loro alleati. La parola utilizzata più frequentemente è “multipolarismo”: un ordine nel quale più potenze e aree geopolitiche possano esercitare influenza senza una leadership occidentale predominante.
È una discussione reale e destinata probabilmente a caratterizzare i prossimi decenni. Ma assume un significato particolare quando a promuoverla sono anche Paesi che utilizzano quella stessa critica dell’Occidente per giustificare o sostenere le proprie strategie di potenza.
La domanda diventa allora inevitabile: quale “nuovo ordine di pace” viene immaginato e attraverso quali regole dovrebbe funzionare?
San Francesco dentro una battaglia geopolitica
A rendere ancora più delicata l’iniziativa è l’utilizzo del riferimento a San Francesco d’Assisi, simbolo universale di pace e dialogo, nell’anno delle celebrazioni per l’ottavo centenario della sua morte.
Gli organizzatori utilizzano anche il patrocinio del Comitato nazionale istituito per le celebrazioni francescane. Il contrasto tra questa cornice e la presenza di rappresentanti di governi direttamente coinvolti nelle grandi contrapposizioni internazionali è evidente.
La questione non riguarda soltanto Mosca. Ma è soprattutto la presenza dell’ambasciatore russo a porre l’interrogativo più immediato: può un convegno dedicato alla pace affrontare il futuro dell’ordine internazionale senza discutere esplicitamente l’invasione russa dell’Ucraina e le responsabilità che ne derivano?
Sarà il contenuto effettivo degli interventi a dare una risposta. Prima che l’evento si svolga, attribuire agli organizzatori conclusioni non ancora pronunciate sarebbe improprio.
Vannacci, Santoro, Foa e Caracciolo: il fronte italiano è molto eterogeneo
Anche la componente italiana è destinata a richiamare l’attenzione. Nel programma compare Roberto Vannacci, leader di Futuro Nazionale ed ex generale dell’Esercito, ormai tra i protagonisti della competizione politica alla destra di Giorgia Meloni.
Con lui sono annunciati Marcello Foa, Vladimiro Giacché, Gabriele Guzzi, Simone Pillon, Michele Santoro, Antonio Maria Rinaldi e il direttore di Limes, Lucio Caracciolo.
Sarebbe però una semplificazione considerarli un blocco politico omogeneo. Le loro storie, culture e posizioni sono molto differenti. Santoro proviene dalla sinistra, Vannacci dalla destra nazionalista, Caracciolo sviluppa da decenni un’analisi geopolitica che non coincide automaticamente con le posizioni dei governi dei quali studia strategie e interessi.
Ciò che rende politicamente interessante la composizione è piuttosto la presenza, nello stesso spazio, di sensibilità che da destra e da sinistra contestano in forme diverse aspetti dell’atlantismo, delle politiche occidentali o della narrazione dominante sulla guerra e sull’ordine internazionale.
Quando gli estremi si incontrano sulla politica estera
È un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia. La guerra in Ucraina ha reso evidente come alcune categorie tradizionali di destra e sinistra funzionino sempre meno quando si parla di politica internazionale.
Una parte della destra nazionalista guarda con interesse al modello di un mondo composto da Stati sovrani e grandi potenze, mostrando diffidenza verso strutture sovranazionali e integrazione europea. Una parte della sinistra radicale arriva invece a posizioni simili partendo dalla critica agli Stati Uniti, alla Nato e alla politica estera occidentale.
Le motivazioni sono diverse, ma alcuni punti di arrivo possono sovrapporsi.
È in questa zona politicamente trasversale che la narrativa russa ha trovato negli ultimi anni uno spazio significativo anche nel dibattito europeo: non necessariamente attraverso un sostegno esplicito al Cremlino, ma attraverso la rappresentazione della guerra come conseguenza quasi esclusiva dell’espansione occidentale e dell’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.
Nordio, Gasparri e le presenze istituzionali
A rendere il caso ancora più sensibile è la presenza nel programma di esponenti delle istituzioni italiane. Tra i nomi indicati figurano il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, presidente della Commissione Esteri e Difesa del Senato, oltre a esponenti delle Forze armate.
Non è ancora certo, tuttavia, che tutte le presenze annunciate saranno effettivamente confermate. Secondo indiscrezioni circolate attorno all’iniziativa, alcuni partecipanti politici e istituzionali potrebbero rinunciare. Sarà quindi necessario attendere il programma definitivo.
La deputata del Pd Lia Quartapelle, vicepresidente della Commissione Esteri della Camera, ha già sollevato il caso chiedendo cosa facciano Nordio, Gasparri e ufficiali italiani «a dialogare con l’ambasciatore russo in un’iniziativa dagli intenti così ambigui» e sollecitando una risposta del governo.
Il governo Meloni e la linea atlantica
La questione assume un rilievo ulteriore perché investe direttamente uno dei punti sui quali Giorgia Meloni ha costruito la credibilità internazionale del proprio governo.
Dall’inizio della legislatura Palazzo Chigi ha mantenuto una collocazione nettamente atlantica, sostenendo il rapporto con Washington, la Nato e l’Ucraina. Una linea che ha contribuito a dissipare molti dei dubbi che accompagnavano all’estero l’arrivo al governo della destra italiana.
La crescita di un’area politica critica verso questa impostazione potrebbe però rendere il tema della politica estera uno dei terreni di confronto alle prossime elezioni. E la presenza di Vannacci a Formello acquista inevitabilmente significato anche dentro questa prospettiva.
La sfida alla destra di Meloni potrebbe infatti non giocarsi soltanto su immigrazione, sicurezza e temi identitari, ma anche sulla collocazione internazionale dell’Italia.
La pace come terreno della guerra dell’informazione
Esiste infine una questione più ampia. Nel confronto contemporaneo la parola “pace” è diventata essa stessa oggetto della battaglia politica e informativa.
Per alcuni significa innanzitutto interrompere immediatamente le ostilità, anche attraverso compromessi territoriali. Per altri non può esistere una pace stabile senza il rispetto della sovranità e del diritto internazionale. Per altri ancora il conflitto ucraino rappresenta soltanto una parte dello scontro molto più vasto tra l’Occidente e un mondo multipolare emergente.
La propaganda, da ogni parte, cerca inevitabilmente di appropriarsi delle parole con il maggiore valore simbolico. “Pace”, “libertà”, “sovranità”, “sicurezza” diventano così strumenti attraverso i quali costruire una determinata interpretazione degli eventi.
Per questo il contesto nel quale viene evocato San Francesco conta quanto il richiamo stesso alla sua figura.
La domanda che attende Formello
Non è necessario stabilire in anticipo che quello di Formello sarà un evento di propaganda russa. Saranno gli interventi, le domande poste ai rappresentanti presenti e le conclusioni del convegno a permettere un giudizio fondato.
Ma proprio per la composizione della platea e per il titolo scelto, alcune domande sono inevitabili.
L’ambasciatore russo verrà chiamato a confrontarsi con la responsabilità di Mosca nella guerra contro l’Ucraina? Il multipolarismo verrà discusso criticamente o presentato come naturale alternativa a un Occidente ormai esaurito? Verranno affrontate anche le responsabilità e le contraddizioni dei Paesi che propongono quel nuovo ordine?
È su queste risposte che si misurerà la distanza tra un autentico “tavolo di pace” e un’operazione politica costruita utilizzando il prestigio di San Francesco.
Perché discutere con Russia, Iran, Cuba o Venezuela non rappresenta di per sé un problema. Il dialogo con chi è lontano è precisamente una delle condizioni della diplomazia.
Il problema nascerebbe se il dialogo diventasse una rappresentazione nella quale esiste un solo imputato, l’Occidente, mentre le responsabilità degli altri attori vengono lasciate fuori dalla porta.
E San Francesco, otto secoli dopo la sua morte, merita qualcosa di più di essere trasformato nell’immagine di copertina di una battaglia geopolitica.

