La Corte d’assise di Roma infligge dieci anni a tre funzionari della sicurezza egiziana e assolve il quarto imputato. Cade l’accusa di omicidio contestata al maggiore Sharif. I genitori: «Siamo soddisfatti». È una sentenza di primo grado, arrivata dopo oltre dieci anni e destinata a riaprire il confronto con il Cairo.
La prima sentenza italiana sul caso Giulio Regeni riconosce la responsabilità di tre uomini degli apparati di sicurezza egiziani per il suo sequestro al Cairo, ma non attribuisce a nessuno degli imputati la responsabilità penale per la sua morte. È questa la distinzione decisiva del verdetto pronunciato lunedì 28 settembre dalla Corte d’assise di Roma, dopo oltre otto ore di camera di consiglio.
I colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif sono stati condannati a dieci anni di reclusione ciascuno per sequestro di persona aggravato. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. Sharif, per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo, non è stato condannato per l’omicidio. Le altre richieste dell’accusa erano di diciassette anni e sei mesi per ciascuno degli altri tre imputati.
È un risultato giudiziario importante, ma sarebbe sbagliato raccontarlo come la soluzione completa del caso. Il sequestro di Regeni ha ora tre responsabili individuati da una sentenza di primo grado. Per l’omicidio, invece, non c’è una condanna.
Che cosa ha deciso la Corte
Giulio Regeni, ventottenne ricercatore dell’Università di Cambridge, scomparve al Cairo il 25 gennaio 2016, mentre studiava il mondo dei sindacati indipendenti egiziani. Il suo corpo venne ritrovato il 3 febbraio lungo la strada tra il Cairo e Alessandria, con evidenti segni delle violenze subite.
Il processo celebrato a Roma riguardava quattro funzionari della National Security egiziana. A tutti era contestato il sequestro; solo a Sharif erano attribuite anche le accuse di lesioni e omicidio aggravati. Il dispositivo letto dalla presidente della Corte, Paola Roja, condanna tre imputati per il sequestro e assolve Sabir. Non accoglie l’accusa di omicidio nei confronti di Sharif.
Questa distinzione conta anche nel modo di dare la notizia. Le torture inflitte a Regeni sono una parte centrale della vicenda, documentata dalle condizioni del suo corpo e affrontata nel procedimento. Tuttavia i tre uomini non sono stati condannati per un autonomo reato di tortura: quella fattispecie è entrata nel codice penale italiano nel 2017, dopo i fatti. Scrivere che la Corte li ha «condannati per tortura e omicidio» significherebbe attribuire alla sentenza qualcosa che il dispositivo non dice.
Non sono ancora disponibili le motivazioni. Saranno quelle a spiegare perché i giudici abbiano ritenuto raggiunta la prova per il sequestro nei confronti di tre imputati, ma non per Sabir, e perché non abbiano accolto l’accusa di omicidio formulata contro Sharif. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco ha interpretato il verdetto come il riconoscimento del coinvolgimento di uomini degli apparati egiziani nel sequestro; a suo giudizio, gli elementi raccolti non sono stati considerati sufficienti per attribuire specificamente a Sharif l’uccisione. È una lettura del pubblico ministero: il ragionamento della Corte potrà essere valutato soltanto dopo il deposito delle motivazioni.
Un processo che rischiava di non cominciare
La sentenza arriva al termine di un percorso giudiziario segnato dalla mancata collaborazione delle autorità egiziane. I quattro imputati non erano presenti in aula. Per anni l’impossibilità di notificare loro personalmente gli atti, dovuta anche al rifiuto delle autorità del Cairo di comunicarne i recapiti, aveva bloccato il procedimento.
Nel 2023 la Corte costituzionale è intervenuta con la sentenza 192, consentendo in questo caso eccezionale di procedere in assenza degli imputati. La Consulta ha affrontato un nodo preciso: uno Stato estero non può rendere di fatto impossibile l’accertamento giudiziario di gravi violazioni dei diritti umani semplicemente impedendo le notifiche ai propri funzionari.
È anche per questo che il verdetto di Roma ha un peso che supera le pene inflitte. Dopo oltre dieci anni, una Corte italiana è arrivata a giudicare nel merito la condotta attribuita a uomini della sicurezza egiziana. Al tempo stesso, la sentenza non stabilisce chi abbia materialmente ucciso Regeni, né accerta eventuali responsabilità ai vertici politici dell’Egitto. Confondere questi piani renderebbe meno chiaro, non più forte, ciò che oggi è stato ottenuto.
La famiglia, il governo e ciò che resta aperto
All’uscita dall’aula, i genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni hanno detto: «Siamo soddisfatti». La loro avvocata, Alessandra Ballerini, ha invitato ad attendere le motivazioni e ha chiesto al governo italiano di trarre conseguenze politiche dalla sentenza nei rapporti con l’Egitto. Si tratta di una richiesta della legale della famiglia, non di una disposizione della Corte.
Secondo la diretta di Repubblica, il dispositivo prevede anche provvisionali di risarcimento per i familiari e per lo Stato italiano, costituitosi parte civile. Intanto esponenti delle opposizioni hanno chiesto un’informativa urgente al ministro degli Esteri Antonio Tajani sulle iniziative che il governo intende assumere.
Resta poi la questione più concreta: i condannati si trovano fuori dall’Italia e il giudizio è di primo grado. La pronuncia non comporta, da sola, il loro ingresso in carcere. Le eventuali impugnazioni, la possibilità di eseguire le pene e la cooperazione delle autorità egiziane saranno i prossimi passaggi di una vicenda che non si chiude con la lettura del dispositivo.
La sentenza rompe però una lunga paralisi. Dice, nei limiti propri di un primo grado, che il sequestro di Giulio Regeni non è un fatto senza responsabili. E lascia ancora aperta la domanda più dolorosa: chi risponderà, davanti a un giudice, della sua uccisione?
Fonti
- ANSA, il verdetto della Corte d’assise di Roma
- Reuters, cronaca del dispositivo e delle accuse
- Corte costituzionale, sentenza n. 192 del 2023
- Gazzetta Ufficiale, legge n. 110 del 2017 sul reato di tortura
- la Repubblica, diretta sulla sentenza del 28 settembre 2026
