La premier esclude una rottura dei rapporti con l’Egitto perché, sostiene, chiudere i canali potrebbe allontanare la verità. La famiglia Regeni chiede l’opposto. Tra una sentenza ancora non definitiva, l’omicidio senza un colpevole e un possibile nuovo ostacolo in appello, la questione decisiva è quali risultati concreti la diplomazia riesca a ottenere.
«Ho un po’ il dubbio che chiudendo quei canali noi ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci». Giorgia Meloni spiega così la scelta di mantenere aperti i rapporti con il Cairo dopo la prima sentenza italiana sul caso Giulio Regeni. La presidente del Consiglio ribadisce vicinanza alla famiglia e l’impegno per «verità e giustizia», ma non accoglie la richiesta di interrompere le relazioni con l’Egitto. Ricorda inoltre che il verdetto non è definitivo.
La posizione della premier, riportata da Open, riporta al centro una domanda che accompagna il caso dal 2016: il dialogo con le autorità egiziane sta aiutando a fare luce sul sequestro e sull’uccisione di Regeni, oppure consente di mantenere normali rapporti politici senza ottenere la collaborazione necessaria alla giustizia italiana?
Una risposta non può dipendere soltanto dalle intenzioni dichiarate. Deve misurarsi con ciò che è successo nel processo, con ciò che ancora manca e con gli atti che Roma chiederà al Cairo dopo la sentenza.
Che cosa hanno deciso i giudici, e che cosa resta senza risposta
Il 28 settembre la Prima Corte d’Assise di Roma ha condannato a dieci anni di reclusione tre funzionari degli apparati di sicurezza egiziani — il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim — per il sequestro di Giulio Regeni. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. Nessuno è stato condannato per l’omicidio. L’accusa più grave era stata contestata a Sharif, per il quale la Procura aveva chiesto l’ergastolo; per gli altri tre erano stati chiesti 17 anni e sei mesi. Occorrerà attendere le motivazioni per conoscere nel dettaglio il ragionamento dei giudici, come ricostruisce RaiNews.
È un risultato giudiziario di grande rilievo, ma ha confini precisi. La sentenza di primo grado individua tre responsabili del sequestro; non individua un responsabile penale dell’uccisione. Non equivale neppure a una condanna dello Stato egiziano come tale. Al tempo stesso, i tre condannati non sono figure estranee alle istituzioni del Cairo: appartengono ai suoi apparati di sicurezza. Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi ha sottolineato proprio questo dato, parlando di attività compiuta da persone legate allo Stato egiziano e di un risultato raggiunto nonostante una cooperazione giudiziaria ritenuta non proficua. (RaiNews)
Va chiarito anche un punto spesso confuso nel dibattito pubblico. Regeni fu ritrovato morto con segni di terribili violenze e il processo ha affrontato fatti riconducibili alla tortura. Le tre pene di dieci anni, però, riguardano il reato di sequestro di persona: non sono tre autonome condanne per il reato di tortura. Descrivere correttamente il dispositivo non attenua ciò che Giulio ha subito; permette di distinguere le prove raccolte, le imputazioni e l’esito di questo primo grado.
La richiesta della famiglia e la scelta di Meloni
Dopo il verdetto, l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini, ha chiesto al governo di prenderne atto, reclamare il risarcimento e rompere i rapporti con l’Egitto. È una richiesta politica formulata alla luce di dieci anni di ostacoli denunciati dalla famiglia e dagli inquirenti italiani, non una conseguenza automatica della sentenza. (Il Fatto Quotidiano)
Meloni ritiene invece che interrompere i canali possa rendere più difficile arrivare alla verità. L’argomento merita di essere preso sul serio: un governo può avere bisogno di parlare con un altro Stato proprio per formulare richieste, esercitare pressione e proteggere i propri cittadini. Ma tenere aperto un canale non basta a dimostrare che quel canale funzioni. Occorre sapere quali informazioni siano state chieste, quali siano state ricevute e che cosa l’interlocutore abbia rifiutato di fare.
L’Italia ha già sperimentato entrambe le scelte diplomatiche. Nell’aprile 2016 richiamò a Roma per consultazioni l’ambasciatore Maurizio Massari. Nell’agosto 2017 decise di inviare al Cairo l’ambasciatore Giampaolo Cantini, motivando il ritorno anche con la possibilità di rafforzare la cooperazione giudiziaria. Quella decisione non venne presentata come una rinuncia alla verità, ma come un modo per cercarla.
Il bilancio, quasi un decennio dopo, è il punto politicamente più difficile. Nella sua relazione conclusiva del 2021, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Regeni chiese un «salto di qualità» nella pressione diplomatica sull’Egitto. La Corte costituzionale dovette poi intervenire perché la mancata assistenza egiziana nella notifica degli atti agli imputati rischiava di impedire lo svolgimento stesso del processo. La sentenza della Consulta del 2023 permise di procedere in loro assenza, salvaguardando anche il diritto di difesa. Il processo italiano è andato avanti grazie a questa soluzione giuridica, mentre la collaborazione del Cairo restava il suo principale punto critico.
«Condannate tre persone, non l’Egitto»: la distinzione di Tajani
Antonio Tajani ha sottolineato che la sentenza condanna tre persone, non l’Egitto. Dal punto di vista strettamente processuale la distinzione è corretta: il giudizio penale riguarda le responsabilità degli imputati. Il ministro degli Esteri ha aggiunto che la diplomazia discreta, a suo giudizio, vale più del clamore pubblico e che il governo continua a chiedere verità alle autorità egiziane. (RaiNews)
Il piano politico, però, non si esaurisce in quello penale. Se i condannati sono funzionari degli apparati di sicurezza egiziani, Roma deve confrontarsi con le istituzioni per le quali lavoravano: per ottenere informazioni ancora utili, chiarire le responsabilità rimaste senza accertamento e affrontare, quando sarà il momento, il tema dell’esecuzione di un’eventuale condanna definitiva. Dire che lo Stato egiziano non è stato condannato non risponde alla domanda su quale collaborazione esso sia disposto a offrire.
La Presidenza del Consiglio, peraltro, non osserva il processo dall’esterno: si è costituita parte civile e la Corte le ha riconosciuto una provvisionale di 150 mila euro, secondo la ricostruzione di Repubblica. È un ulteriore motivo per cui il governo dovrà seguire i prossimi passaggi giudiziari oltre a gestire quelli diplomatici.
L’appello può riaprire anche la questione costituzionale
Il verdetto non chiude il procedimento. Le difese dei tre condannati hanno annunciato l’intenzione di impugnarlo. Secondo quanto riferisce Repubblica, intendono sollevare una questione relativa alla regola che richiede una procura speciale dell’imputato assente per proporre appello. Gli ufficiali egiziani non hanno mai partecipato al processo e i loro difensori d’ufficio sostengono che, in questa situazione eccezionale, la norma possa compromettere il diritto di difesa.
Un nuovo intervento della Consulta è possibile, non certo. Prima dovranno essere depositate le motivazioni della Corte d’Assise, attese entro novanta giorni; poi si conosceranno le decisioni delle difese e della Procura, che potrebbe a sua volta impugnare le parti della sentenza su cui non ha ottenuto una condanna. La stessa Procura ha indicato la necessità di leggere le motivazioni prima di valutare il verdetto nel suo complesso.
Si parla anche di prescrizione del sequestro, soprattutto se l’appello dovesse slittare a lungo. È un rischio da seguire, non una scadenza che si possa annunciare oggi come automatica: il calcolo dipenderà dalle norme applicabili e dalle eventuali cause di sospensione o interruzione. Presentare già una data certa significherebbe anticipare una conclusione giuridica che le informazioni disponibili non consentono.
Perché il caso riguarda anche l’Europa
Il rapporto con il Cairo non è soltanto bilaterale. L’Unione europea considera l’Egitto un partner importante per sicurezza regionale, migrazioni e cooperazione economica. Il partenariato strategico UE-Egitto è accompagnato da un pacchetto finanziario e di investimenti da 7,4 miliardi di euro per il periodo 2024-2027. Nel giugno 2026 si è riunito anche il Consiglio di associazione UE-Egitto per valutare la cooperazione tra le due parti.
Questo non significa che l’Italia possa sospendere da sola gli accordi europei. Significa che dispone di un altro luogo in cui porre il caso Regeni e chiedere che la cooperazione giudiziaria e i diritti fondamentali abbiano un peso riconoscibile nel dialogo con il Cairo. Già nel 2020 il Parlamento europeo aveva chiesto una reazione più forte dell’Unione per Regeni e per le violazioni dei diritti umani in Egitto.
La scelta che Meloni difende può dunque essere giudicata su richieste verificabili: quali atti utili all’accertamento dell’omicidio saranno domandati al Cairo? Quale collaborazione verrà pretesa sui funzionari coinvolti? Come intende il governo riferire al Parlamento le risposte ricevute, nei limiti imposti dal procedimento? E quale iniziativa porterà nelle sedi europee?
La prima sentenza ha superato un ostacolo che per anni era apparso insormontabile. Ha riconosciuto la responsabilità di tre uomini dei servizi egiziani nel sequestro di Giulio Regeni. Non ha ancora dato un nome giudiziariamente accertato a chi lo uccise. Mantenere aperti i canali con il Cairo può essere una strategia; dopo questo verdetto, è sui risultati di quella strategia che il governo dovrà rispondere.
Fonti
- Open, Anna Clarissa Mendi, «Regeni, Meloni dopo la condanna dei tre 007 egiziani», 29 settembre 2026
- RaiNews, sentenza della Prima Corte d’Assise di Roma e dichiarazioni di Tajani, opposizioni e Procura, 28-29 settembre 2026.
- Dichiarazione dell’avvocata Alessandra Ballerini dopo la sentenza, 28 settembre 2026.
- Repubblica, possibili impugnazioni e nodo della prescrizione, 29 settembre 2026.
- Corte costituzionale, sentenza n. 192 del 2023 e sentenza n. 12 del 2026.
- Ministero degli Esteri, richiamo dell’ambasciatore nel 2016 e decisione di inviarne uno nuovo al Cairo nel 2017.
- Camera dei deputati, Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni.
- Consiglio dell’UE, partenariato e vertice UE-Egitto; Parlamento europeo, posizione sui casi Regeni e Zaki.
