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Nuova telefonata tra Papa Leone e Putin, di che hanno parlato: cosa trapela dal Vaticano  

Dal Policlinico Gemelli il Papa ha parlato con il presidente russo della guerra e delle emergenze umanitarie. Il colloquio si inserisce nel lavoro diplomatico della Santa Sede, intensificato nelle ultime settimane con le missioni a Mosca.

La distanza tra il Vaticano e il Cremlino non è soltanto geografica. Da una parte, la stanza al decimo piano del Policlinico Gemelli, dove Leone XIV sta affrontando la convalescenza dopo l’intervento chirurgico; dall’altra, Vladimir Putin. Nel pomeriggio, intorno alle 16.30, i due si sono parlati al telefono per affrontare la guerra in Ucraina e le possibilità di riaprire spazi di dialogo, con particolare attenzione alla tutela della popolazione civile.

Al centro della conversazione, secondo quanto riferito, ci sono state soprattutto le questioni umanitarie: un terreno sul quale la diplomazia pontificia cerca da tempo di mantenere aperti i contatti con entrambe le parti. La Santa Sede punta infatti a favorire iniziative concrete per alleviare le sofferenze provocate dal conflitto, anche quando le prospettive di un accordo politico appaiono lontane.

La telefonata è avvenuta a pochi giorni dall’operazione a cui il Pontefice è stato sottoposto martedì, con la rimozione di una formazione tumorale e di un lobo polmonare. L’ultimo aggiornamento medico disponibile segnala un miglioramento costante delle sue condizioni generali. Anche durante il ricovero, dunque, Leone XIV ha mantenuto l’attenzione sulla crisi ucraina, che rimane una delle principali preoccupazioni della sua azione diplomatica.

Per il Papa si tratta del secondo colloquio diretto con Putin dall’inizio del pontificato. Il precedente risale al 4 giugno 2025, a poche settimane dall’elezione. Il nuovo contatto arriva inoltre dopo due recenti missioni vaticane nella capitale russa, che hanno contribuito a mantenere attivo il canale di comunicazione con le autorità del Cremlino.

A fine agosto si era recato a Mosca l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, responsabile dei rapporti della Santa Sede con gli Stati. A settembre era stata invece la volta del cardinale Matteo Zuppi, incaricato dal Papa di seguire una missione di diplomazia umanitaria legata alla guerra. Durante la visita, Zuppi aveva avuto accesso a un luogo di detenzione in cui erano trattenuti cittadini ucraini catturati durante i combattimenti e aveva affrontato con le autorità russe questioni delicate: lo scambio dei prigionieri, il ricongiungimento dei minori con le famiglie e la liberazione dei civili.

Un altro dossier riguarda le condizioni degli abitanti di Oleshky, nella regione di Kherson, sulla riva del Dnepr, in un territorio occupato dalle forze russe e segnato dalla vicinanza del fronte. La popolazione, secondo il quadro descritto nell’articolo pubblicato qualche minuto fa su «Avvenire», si trova in una situazione estremamente difficile, con carenze di beni essenziali e possibilità di evacuazione fortemente limitate. Anche in questo caso, la ricerca di interventi umanitari rappresenta uno dei pochi margini d’azione disponibili. La diplomazia della Santa Sede si muove proprio in questo spazio: quello degli interventi che possono contribuire a proteggere le persone, facilitare il ritorno dei detenuti e favorire il ricongiungimento delle famiglie, anche in assenza di un’intesa complessiva tra Mosca e Kiev.

Non si tratta di sostituirsi ai negoziati politici, ma di impedire che le emergenze umane restino completamente ostaggio dello scontro militare. Leone XIV aveva richiamato l’attenzione sulla guerra anche durante l’Angelus della domenica precedente. In quell’occasione aveva ricordato le conseguenze del conflitto ben oltre i confini ucraini, soprattutto nei Paesi più poveri, esposti alle ripercussioni sulle forniture alimentari e sulle importazioni di cereali. Da qui l’appello a garantire la sicurezza dei trasporti nel Mar Nero, affinché il grano possa raggiungere le destinazioni previste senza ulteriori rischi.

Il nuovo colloquio con Putin si inserisce dunque in una linea che il Pontefice aveva delineato fin dai primi giorni del suo ministero: impegnarsi perché le parti in guerra tornino a parlarsi e perché la pace non rimanga soltanto un obiettivo dichiarato. La disponibilità della Santa Sede a ospitare o favorire eventuali tavoli negoziali riflette la volontà di mantenere un ruolo di interlocutore non direttamente coinvolto nel conflitto.

Resta da capire quali risultati concreti potranno derivare da questi contatti. Una telefonata, da sola, non basta a modificare gli equilibri militari né a garantire una tregua. Ma, in una guerra che continua a produrre vittime e sfollati, la possibilità di mantenere aperto un dialogo ai massimi livelli può offrire uno spazio per iniziative umanitarie e misure di fiducia. È su questo terreno che Leone XIV intende proseguire il proprio impegno: tenere aperti i canali diplomatici, sollecitare gesti concreti a favore delle persone coinvolte e ricordare che, anche quando le ragioni geopolitiche contrappongono gli Stati, la protezione della vita umana resta una priorità.