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Non più solo bot e fake news: così la propaganda russa prova a conquistare i social europei

Putin Propaganda Disinformazione

La propaganda russa sulla guerra in Ucraina sta cambiando pelle. Bot, profili falsi, siti costruiti per imitare giornali occidentali e reti coordinate di account non sono scomparsi, ma accanto a questi strumenti ne sta emergendo uno molto più difficile da individuare: utilizzare le normali dinamiche economiche dei social network per far crescere contenuti, creator e piattaforme che diffondono narrazioni favorevoli agli interessi del Cremlino.

Non significa che chi critica Kiev o contesta il sostegno occidentale all’Ucraina sia finanziato dalla Russia. Sarebbe una conclusione priva di fondamento e pericolosa per la libertà del dibattito pubblico. Il problema è un altro: apparati di sicurezza e autorità europee stanno cercando di capire se dietro la crescita improvvisa di alcuni ecosistemi informativi possano esserci investimenti economici difficili da ricondurre immediatamente a un soggetto politico straniero.

La differenza rispetto alla propaganda tradizionale è sostanziale. Non occorre più finanziare direttamente un partito, consegnare denaro a un politico o controllare apertamente un giornale. Nell’economia digitale possono bastare pubblicità, campagne di promozione, acquisto di traffico, collaborazioni con creator e reti di account capaci di moltiplicare artificialmente la diffusione di un contenuto.

La propaganda non deve convincere tutti

L’obiettivo delle operazioni di influenza contemporanee non è necessariamente trasformare milioni di europei in sostenitori di Vladimir Putin. Sarebbe probabilmente impossibile e, soprattutto, non è necessario.

Può essere molto più efficace indebolire progressivamente il consenso attorno alle scelte politiche che danneggiano gli interessi russi: gli aiuti militari a Kiev, le sanzioni, il rafforzamento della Nato, l’aumento delle spese per la difesa o l’utilizzo degli asset russi congelati.

Il messaggio, quindi, non deve necessariamente essere apertamente filorusso. Può assumere forme molto diverse: sostenere che l’Ucraina abbia già perso la guerra, che continuare ad aiutarla provochi soltanto altre vittime, che la Nato stia preparando uno scontro diretto con Mosca, che le sanzioni danneggino esclusivamente gli europei o che qualsiasi decisione occidentale possa scatenare una guerra mondiale.

Alcune di queste sono opinioni politiche perfettamente legittime. Il problema della disinformazione nasce quando la loro diffusione viene manipolata attraverso reti occulte, identità false, contenuti artefatti o finanziamenti non trasparenti riconducibili a una potenza straniera.

È questa distinzione che rende il fenomeno particolarmente difficile da affrontare.

Il precedente americano: quasi 10 milioni di dollari per una rete di contenuti

Che il finanziamento occulto dei creator non sia soltanto un’ipotesi lo dimostra uno dei casi più importanti emersi negli Stati Uniti.

Nel settembre 2024 il Dipartimento di Giustizia americano ha incriminato due dipendenti di RT, l’emittente controllata dallo Stato russo, accusandoli di avere trasferito circa 9,7 milioni di dollari a una società di produzione di contenuti con sede nel Tennessee.

Secondo l’accusa, il denaro sarebbe transitato anche attraverso società con sede in Turchia, Emirati Arabi Uniti e Mauritius. La società americana aveva realizzato e diffuso quasi duemila video attraverso YouTube, TikTok, Instagram e X, raggiungendo milioni di visualizzazioni.

Il passaggio decisivo riguarda però gli influencer. Secondo le autorità americane, la società finanziata occultamente da RT stipulava accordi con creator statunitensi mentre la vera provenienza del denaro veniva nascosta. Alcuni degli stessi influencer non sarebbero stati consapevoli dei legami tra la struttura che li pagava e il governo russo.

È il modello che interessa maggiormente anche gli apparati europei: la propaganda non appare più come propaganda. Il pubblico vede un influencer, un commentatore o un video apparentemente indipendente. Dietro quella comunicazione può però esistere una struttura economica molto più complessa.

L’Italia e il monitoraggio dei soldi della disinformazione

Il tema è arrivato da tempo anche all’attenzione dell’Agcom, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Tra le attività dedicate alla disinformazione online è stato costituito un gruppo di lavoro con un obiettivo particolarmente significativo: ricostruire i meccanismi di finanziamento delle strategie di disinformazione e sviluppare sistemi per monitorare i flussi economici pubblicitari provenienti da fonti nazionali ed estere.

È probabilmente uno degli aspetti più delicati dell’intero problema.

Un sito può essere formalmente indipendente e ricevere improvvisamente investimenti pubblicitari rilevanti. Un creator può vedere aumentare rapidamente visualizzazioni e follower. Una campagna può essere promossa acquistando traffico in maniera perfettamente legale. Una società straniera può commissionare contenuti attraverso normali contratti commerciali.

Presi singolarmente, questi elementi non dimostrano nulla.

Ma se gli investimenti non rispondono a una logica commerciale evidente e finiscono sistematicamente per premiare una determinata narrazione geopolitica, diventa necessario comprendere chi stia pagando e per quale ragione.

Ed è qui che il confine tra pubblicità, comunicazione politica e influenza straniera diventa estremamente sottile.

L’intelligence italiana: l’Italia tra i target della rete Pravda

A mostrare quanto l’Italia sia dentro questo scenario sono anche i dati diffusi nel 2026 dal Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica.

Un’infografica dedicata alla disinformazione contro le democrazie liberali descrive la manipolazione dell’informazione come uno degli strumenti più efficaci della minaccia ibrida. L’obiettivo ricorrente viene individuato nell’erosione della fiducia nelle istituzioni e della coesione sociale, utilizzata per orientare decisioni politiche, frammentare alleanze e polarizzare il dibattito pubblico.

Tra le campagne attribuite alla Russia viene indicata anche la cosiddetta rete Pravda, un’infrastruttura composta da numerosi siti nelle diverse lingue nazionali che ripubblicano e amplificano materiali provenienti da fonti e canali Telegram filocremlini.

Secondo i dati riportati dall’intelligence italiana e riferiti alla situazione fino al 31 gennaio 2026, l’Italia risulta tra i principali Paesi bersaglio della rete, dopo Germania, Spagna, Francia e Stati Uniti. Per la versione destinata al pubblico italiano vengono indicati circa 268 mila contenuti pubblicati.

Non significa che centinaia di migliaia di italiani abbiano creduto a quei contenuti. Il dato racconta qualcosa di diverso e forse più importante: esiste un’infrastruttura costruita per occupare continuamente lo spazio informativo, rendendo disponibili in italiano enormi quantità di materiali coerenti con la narrazione del Cremlino.

Dalla Romania arriva il campanello d’allarme per l’Europa

Il caso che più ha preoccupato le istituzioni europee resta quello delle elezioni presidenziali romene del 2024.

Il candidato indipendente Calin Georgescu, fino a poche settimane prima considerato marginale, arrivò sorprendentemente in testa al primo turno dopo una crescita spettacolare sui social, soprattutto su TikTok. Documenti dell’intelligence romena successivamente desecretati descrissero attività coordinate, account artificiali e promozioni a pagamento.

La vicenda diventò talmente grave da contribuire alla decisione della Corte costituzionale romena di annullare il voto. Mosca ha sempre negato qualsiasi interferenza.

Anche la Commissione europea intervenne, ordinando inizialmente a TikTok di conservare i dati relativi alla campagna e aprendo poi un procedimento formale per verificare se la piattaforma avesse rispettato gli obblighi previsti dal Digital Services Act nella gestione dei rischi per l’integrità elettorale.

La lezione romena è evidente. Una campagna politica può crescere con una velocità enorme senza possedere una struttura tradizionale paragonabile a quella dei grandi partiti, sfruttando algoritmi, creator, campagne coordinate e moltiplicazione artificiale della visibilità.

È esattamente ciò che rende i social un terreno ideale per le operazioni di influenza.

Bot, siti, influencer: un’unica infrastruttura

Il Servizio europeo per l’azione esterna utilizza per queste attività l’espressione FIMI, Foreign Information Manipulation and Interference, manipolazione e interferenza straniera dell’informazione.

Nel suo rapporto sulle minacce del 2025 l’Unione europea aveva già descritto una struttura molto più sofisticata della semplice “fabbrica dei troll”. Accanto ai canali direttamente riconducibili allo Stato russo operano infatti siti, blog, profili social, influencer e canali YouTube che possono riprendere, rielaborare e “ripulire” contenuti provenienti da fonti apertamente filocremlino.

Nel rapporto pubblicato nel 2026, il Servizio europeo per l’azione esterna ha analizzato 540 episodi di manipolazione e interferenza informativa registrati nel corso del 2025. Il 29 per cento è stato direttamente attribuito alla Russia, mentre una quota molto più ampia è rimasta senza un’attribuzione definitiva, anche perché le infrastrutture utilizzate sono progettate proprio per nascondere operatori e finanziatori.

In totale sono stati individuati oltre 10.500 canali diversi, dai siti costruiti artificialmente agli account social e ai blog.

La quantità è parte della strategia. Non serve che ogni storia falsa diventi virale. È sufficiente produrre continuamente contenuti, rilanciarli attraverso reti differenti e farli entrare progressivamente nel normale circuito della discussione online.

La vera battaglia è sulla fiducia

La disinformazione più efficace non è necessariamente quella che riesce a far credere una bugia precisa.

Può essere quella che convince una società che nessuna fonte sia più affidabile.

Se ogni informazione può essere presentata come propaganda, se ogni giornale viene accusato di mentire, se qualsiasi istituzione viene considerata parte di un complotto e se per ogni fatto esistono decine di ricostruzioni alternative, distinguere ciò che è vero diventa sempre più difficile.

È in questa confusione che le campagne di influenza trovano il terreno migliore.

La guerra in Ucraina offre un esempio perfetto perché divide profondamente le opinioni pubbliche europee su temi reali: costi economici, rischio di escalation, sanzioni, forniture militari, rapporti con gli Stati Uniti e futuro della sicurezza europea.

Mosca non ha bisogno di inventare tutte queste divisioni. Le divisioni esistono già. Deve soltanto amplificarle.

Ed è probabilmente questo il punto centrale della nuova strategia.

La propaganda del XXI secolo non è più soltanto un’emittente televisiva controllata dallo Stato che trasmette un messaggio dall’alto. È una rete molto più difficile da riconoscere, nella quale possono convivere account automatici, siti apparentemente indipendenti, pubblicità acquistata regolarmente, algoritmi, creator inconsapevoli e influencer ideologicamente già vicini a determinate posizioni.

Per questo seguire soltanto i contenuti non basta più. Bisogna seguire anche i soldi.