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Mosca, l’Europa teme il salto di qualità: a Bruxelles si studia la risposta a un attacco con vittime

Gli ambasciatori dei 27 hanno discusso in forma riservata lo scenario di un sabotaggio capace di uccidere più persone. Dopo il tentato attacco all’aeroporto di Lipsia, il problema non è soltanto prevenire: è stabilire come attribuire un’aggressione, aiutare il Paese colpito e decidere insieme senza perdere tempo. Il «protocollo d’emergenza» evocato da von der Leyen, però, è ancora una proposta.

Un attacco contro un’infrastruttura europea. Diverse persone uccise. Indizi che portano alla Russia, ma una ricostruzione ancora da consolidare. Che cosa farebbero, nelle prime ore, i governi dell’Unione europea?

È lo scenario discusso dagli ambasciatori dei 27 in incontri riservati a Bruxelles, secondo una ricostruzione di Politico basata sulle dichiarazioni di cinque diplomatici e funzionari europei. In una riunione della scorsa settimana il confronto si sarebbe concentrato proprio su un’azione ostile capace di provocare più vittime. Sul tavolo: squadre di risposta, sostegno finanziario allo Stato colpito e comunicazioni coordinate tra le istituzioni.

Non c’è un attentato annunciato, né risulta approvato un nuovo piano operativo. Si tratta di preparazione a un’eventualità che alcuni interlocutori di Politico giudicano più plausibile di quanto apparisse in passato. Trasformare questa valutazione in una previsione certa sarebbe scorretto. Ignorare il motivo per cui le capitali europee ne discutono lo sarebbe altrettanto.

Perché Lipsia ha cambiato il tono del confronto

Il caso che ha accelerato la discussione è quello dell’aeroporto di Lipsia/Halle. Il 4 agosto è stato scoperto un drone con esplosivo nei pressi dello scalo. Il governo tedesco ha attribuito il tentato attacco alla Russia, sulla base delle proprie indagini di polizia e delle informazioni dei servizi; Mosca contesta l’attribuzione. Anche l’Unione europea l’ha fatta propria in una dichiarazione ufficiale del 17 settembre.

A Lipsia non c’è stata una strage. Proprio questo, però, rende il precedente inquietante per i governi: il possibile esito di un sabotaggio non dipende soltanto dall’intenzione di chi lo organizza, ma anche dal luogo, dall’orario, dal bersaglio e da ciò che funziona — o fallisce — nella prevenzione.

Il 5 ottobre, in un’audizione al Bundestag, i vertici dei servizi tedeschi hanno descritto la Russia come la principale sfida per la sicurezza della Germania. Il capo dell’intelligence estera, Martin Jäger, ha sostenuto che l’inasprimento della situazione previsto un anno fa si è verificato e che Mosca sta aumentando la pressione sull’Europa. È una valutazione dei servizi su una minaccia in evoluzione, non l’annuncio che un attacco con vittime sia imminente.

«Guerra ibrida»: un’etichetta che rischia di attenuare la gravità

Cyberattacchi, incendi dolosi, sabotaggi, interferenze elettorali e operazioni affidate a intermediari vengono spesso raccolti sotto l’etichetta di guerra ibrida. Il termine descrive metodi diversi, che possono essere combinati e mantenuti sotto la soglia di un’aggressione militare apertamente rivendicata. Ha però un limite: può far sembrare meno concreta un’azione che mette a rischio vite umane.

Il Consiglio dell’UE attribuisce alla Russia campagne ostili che comprendono sabotaggi, attacchi informatici, interferenze e tentativi di colpire infrastrutture critiche. Questo quadro generale non autorizza ad attribuire automaticamente a Mosca ogni incendio, guasto o incidente sospetto. Ogni episodio richiede prove proprie.

È qui che uno scenario con vittime diventerebbe particolarmente difficile da gestire. Uno Stato dovrebbe proteggere la popolazione, soccorrere i feriti e svolgere le indagini mentre altri governi chiedono di sapere chi sia responsabile. Una risposta politica troppo lenta potrebbe apparire debole; una risposta fondata su un’attribuzione affrettata rischierebbe di compromettere la credibilità europea e alimentare l’escalation.

La questione, dunque, non è semplicemente decidere quanto reagire. È stabilire che cosa si sa, che cosa si può condividere tra alleati e quali decisioni sono giustificate dalle prove disponibili.

Il protocollo d’emergenza: che cosa esiste e che cosa è ancora da decidere

Nel discorso sullo stato dell’Unione del 16 settembre, Ursula von der Leyen ha proposto un «protocollo di sicurezza d’emergenza». L’idea è che uno Stato membro, di fronte a un grave incidente sotto la soglia di una guerra dichiarata, possa riunire gli altri Paesi dell’Unione per concordare rapidamente una risposta e contenere il rischio di escalation. La presidente della Commissione lo ha presentato come un meccanismo da affiancare alle consultazioni previste dall’articolo 4 della NATO.

Oggi quel protocollo non è in vigore. Politico riferisce che potrebbe entrare nella nuova strategia europea di sicurezza attesa per novembre. Prima, però, gli Stati dovrebbero accordarsi su chi lo attiva, quali informazioni circolano, chi decide e quali strumenti possono essere impiegati.

L’UE, del resto, non parte da zero. Dispone già del meccanismo IPCR, la risposta politica integrata alle crisi, che permette alla presidenza del Consiglio di riunire istituzioni, Paesi coinvolti ed esperti, condividere analisi e coordinare proposte d’azione. Ha inoltre predisposto squadre di risposta rapida alle minacce ibride, pensate per offrire assistenza mirata.

I diplomatici citati da Politico discutono proprio questo punto: serve una procedura nuova, oppure bisogna rendere più rapidi e affidabili gli strumenti esistenti? Se due meccanismi chiedono le stesse informazioni e convocano gli stessi governi con tempi e responsabilità diversi, la preparazione rischia di produrre confusione nel momento in cui occorre decidere.

UE e NATO: chi risponde se muoiono dei cittadini europei?

Il timore di sovrapporre i compiti dell’Unione a quelli dell’Alleanza atlantica attraversa il confronto di Bruxelles. La distinzione più utile riguarda la natura della risposta: l’UE dispone di strumenti politici, economici, civili e di coordinamento; la NATO è l’organizzazione attorno a cui è costruita la difesa militare collettiva di gran parte degli Stati europei. In una crisi reale, però, le due sfere potrebbero intrecciarsi.

L’articolo 4 del trattato NATO consente agli alleati di consultarsi quando uno di essi ritiene minacciata la propria sicurezza. L’articolo 5 riguarda invece un attacco armato e l’assistenza collettiva. La NATO precisa che anche un grave attacco informatico o ibrido può, in determinate circostanze, essere considerato un attacco armato: la valutazione avviene caso per caso. Il numero delle vittime, da solo, non fa scattare automaticamente l’articolo 5.

Anche i trattati europei prevedono clausole diverse. L’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato sull’Unione europea riguarda l’assistenza a uno Stato membro vittima di aggressione armata sul proprio territorio. L’articolo 222 del Trattato sul funzionamento dell’UE è la clausola di solidarietà prevista, tra l’altro, per gli attacchi terroristici. La Francia invocò la clausola di difesa reciproca dell’UE dopo gli attentati di Parigi del novembre 2015.

Nessuna di queste norme elimina la decisione politica. Di fronte a un sabotaggio, i governi dovrebbero prima chiarirne la natura, attribuirne la responsabilità e stabilire quale livello di assistenza sia necessario. L’eventuale scelta di attivare una clausola non trasformerebbe automaticamente una risposta civile o investigativa in un’operazione militare.

Il problema meno visibile: condividere informazioni abbastanza in fretta

Secondo Politico, alcuni diplomatici temono che le sedi europee non offrano sempre condizioni sufficienti per condividere le informazioni più sensibili. Se un governo trattiene elementi d’intelligence per paura di fughe di notizie, gli altri potrebbero trovarsi a decidere sulla base di un quadro incompleto. Se li diffonde prima di averli verificati, aumenta il rischio opposto.

Un protocollo efficace dovrebbe quindi risolvere problemi molto concreti: un canale sicuro per gli avvisi iniziali; criteri comuni per indicare il grado di certezza di un’attribuzione; un collegamento chiaro tra indagini nazionali, istituzioni UE e NATO; messaggi pubblici che informino i cittadini senza anticipare conclusioni non ancora dimostrate.

È una nostra valutazione delle implicazioni del confronto riferito da Politico, non il contenuto di un accordo già raggiunto. Ma spiega perché la risposta a un attacco non può essere improvvisata dopo il primo comunicato stampa.

Prepararsi non significa annunciare la guerra

L’Europa si trova davanti a un rischio più difficile da governare di uno scenario militare tradizionale: un’azione violenta, forse condotta attraverso intermediari, che colpisca civili e lasci nelle prime ore margini di incertezza sulla responsabilità. Il tentato attacco di Lipsia mostra perché i governi discutano questa possibilità; non dimostra che il prossimo episodio avverrà né dove avverrà.

Il vertice riservato a Bruxelles segnala comunque un cambiamento. La domanda posta ai 27 non riguarda più soltanto come contrastare intrusioni informatiche o campagne di disinformazione. Riguarda come assistere uno Stato colpito, proteggere la popolazione e mantenere una linea comune se la guerra nell’ombra dovesse provocare morti.

La risposta europea sarà credibile se saprà tenere insieme rapidità e prudenza: intervenire subito dove occorre, accertare i fatti, coordinarsi con la NATO e scegliere misure proporzionate. È molto più difficile che annunciare un nuovo protocollo. Ed è precisamente il lavoro che i governi stanno cercando di fare prima che sia necessario.

Fonti