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Meloni promette una svolta sull’energia, ma le bollette corrono più veloci delle riforme

Ad Assolombarda la premier chiede risposte strutturali al caro energia e annuncia un confronto avanzato con Bruxelles sul prezzo del gas usato per produrre elettricità. Il problema è il tempo: famiglie e imprese pagano già gli aumenti, mentre il nuovo meccanismo europeo è ancora da definire.

«Se non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo rischiamo di restare in balia dell’emergenza». Giorgia Meloni ha scelto l’assemblea di Assolombarda, a Milano, per riconoscere un limite delle politiche energetiche adottate finora dal suo governo. Secondo la presidente del Consiglio, negli ultimi anni sono stati stanziati oltre 60 miliardi di euro per proteggere famiglie e imprese. Una spesa che rivendica, ma che descrive come gestione dell’emergenza, insufficiente a rendere il Paese meno esposto alla prossima crisi.

È una diagnosi difficile da contestare. La domanda, però, è quando le soluzioni annunciate potranno incidere sulle bollette. Il caro energia è già tornato a pesare: per il quarto trimestre del 2026, ARERA ha disposto un aumento del 37,3% del prezzo di riferimento dell’elettricità per il cliente tipo vulnerabile in Maggior Tutela rispetto al trimestre precedente. Il dato riguarda circa tre milioni di clienti, non tutte le famiglie italiane, ma rende concreta la distanza tra il tempo delle trattative politiche e quello delle fatture da pagare.

Perché il gas continua a pesare sull’elettricità

Il passaggio più importante del discorso di Meloni riguarda il confronto con la Commissione europea. La premier sostiene che sia in fase avanzata il lavoro per un meccanismo capace di contenere il prezzo del gas impiegato nella produzione di energia elettrica. Non ha però annunciato un accordo concluso, né spiegato quale sarebbe il costo della misura, chi lo sosterrebbe e quanto del beneficio arriverebbe effettivamente a famiglie e imprese.

Il nodo che vuole affrontare è reale. Un’analisi pubblicata dalla Commissione europea stima che, in Italia, il gas abbia determinato il prezzo dell’elettricità in quasi il 90% delle ore considerate nel 2026. È una quota molto più alta di quella rilevata in diversi altri Paesi europei. Finché il sistema resta così dipendente dal gas per stabilire il prezzo sul mercato, una crisi internazionale può trasferirsi rapidamente anche al costo dell’elettricità.

Da qui l’interesse per un intervento europeo. Ma «contenere il prezzo» è ancora un obiettivo, non una misura pronta per entrare in bolletta. Per giudicarla serviranno dettagli precisi: quali centrali riguarderà, come sarà finanziata, per quanto tempo funzionerà e come si eviterà che il costo ricompaia sotto un’altra voce a carico dei contribuenti.

L’industria chiede certezze, non soltanto aiuti d’emergenza

Davanti agli imprenditori lombardi, Meloni ha promesso uno Stato che accompagni chi produce, senza considerarlo soltanto «un soggetto da tassare». Il messaggio parla a settori per i quali il costo dell’energia può decidere la competitività di uno stabilimento e, in alcuni casi, la possibilità stessa di continuare a produrre in Italia.

Un sostegno temporaneo può impedire che una crisi dei prezzi si trasformi subito in chiusure o tagli alla produzione. Non risolve, però, l’incertezza con cui un’impresa programma un investimento pluriennale. Per questo conta anche quanto rapidamente potranno avanzare reti, impianti, accumuli e contratti di fornitura capaci di offrire prezzi più prevedibili.

La premier rivendica la crescita della potenza installata da fonti rinnovabili e il rilancio dell’estrazione nazionale di petrolio e gas. Sono strade diverse, con tempi ed effetti diversi. Aumentare la produzione nazionale di gas può contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti, ma non basta da solo a sottrarre l’Italia alle oscillazioni dei mercati internazionali. Allo stesso modo, installare nuovi impianti rinnovabili è importante, ma il beneficio dipende anche dalla capacità della rete di utilizzarne l’energia e dalla disponibilità di sistemi di accumulo.

Meloni ha richiamato anche l’obiettivo di arrivare alla prima produzione di energia da nuovo nucleare «entro il prossimo decennio». È una prospettiva industriale e politica su cui il governo intende lavorare; non è una risposta al rincaro di questo inverno.

Lo scontro sull’ETS e la questione delle emissioni

Nel discorso di Milano c’è stata anche una critica al sistema europeo di scambio delle quote di emissione, l’ETS. Secondo Meloni, contribuisce ad alzare i prezzi e penalizza imprese costrette a competere con produttori di Paesi che non sostengono gli stessi vincoli ambientali. Il rischio che una produzione si sposti dove gli standard sono più bassi esiste ed è parte del confronto europeo sulla competitività.

Il sistema, però, non è soltanto un costo imposto all’industria: serve a dare un prezzo alle emissioni e a finanziare investimenti nella riduzione della CO₂. Per i comparti più esposti alla concorrenza internazionale sono previste quote gratuite; per alcuni prodotti è in corso l’introduzione del meccanismo europeo che applica un costo del carbonio anche alle importazioni.

La questione da discutere è quindi come difendere le produzioni europee senza rinunciare alla riduzione delle emissioni. Cambiare le regole dell’ETS può essere una proposta politica. Presentarlo come l’unica causa del caro energia, però, lascerebbe fuori il peso del gas, delle infrastrutture e delle crisi internazionali che la stessa premier ha indicato tra le ragioni dell’aumento dei prezzi.

Due richieste diverse a Bruxelles

Meloni ha annunciato che porterà al prossimo Consiglio europeo anche la richiesta di maggiore flessibilità sui conti pubblici. Il suo argomento è che l’inflazione, alimentata dalle tensioni in Medio Oriente e dall’instabilità delle rotte commerciali, fa aumentare alcune spese dello Stato senza una nuova decisione del governo. Quella maggiore spesa, sostiene, riduce il margine disponibile per investimenti e sostegni all’economia.

Questo confronto va distinto dalla flessibilità europea prevista per determinate misure di sicurezza energetica. Ottenere spazio nei conti pubblici per specifici investimenti non equivale a ricevere un’autorizzazione generale a finanziare qualsiasi taglio di tasse o delle bollette. E la richiesta di tenere conto dell’inflazione nei vincoli di bilancio resta una partita politica da negoziare.

È su queste distinzioni che si misurerà la promessa pronunciata davanti ad Assolombarda. Meloni ha ragione a dire che rincorrere ogni emergenza energetica con una nuova misura temporanea non può essere l’unica strategia. Ma una risposta strutturale sarà tale soltanto quando avrà regole definite, tempi verificabili e un effetto misurabile sui prezzi pagati in Italia. Per ora, gli aumenti sono già arrivati; la svolta annunciata deve ancora prendere forma.

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