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Meloni contro il patto Trump-Putin sul diesel: la linea su Kiev divide anche il governo

La premier critica l’intesa sul gasolio russo e conferma il sostegno all’Ucraina, mentre Salvini insiste sugli acquisti di energia da Mosca. Al Consiglio europeo l’Italia chiede interventi sulle bollette e più flessibilità, ma difende il veto nazionale sul bilancio e sulle decisioni comuni.

Giorgia Meloni arriva al Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre con una presa di distanza esplicita da Donald Trump e una contraddizione da gestire dentro il proprio governo. L’accordo del presidente americano con Vladimir Putin sul gasolio russo è, nelle parole della premier, «una scelta molto rischiosa»: può dare nuove entrate a Mosca, indebolire la pressione delle sanzioni e legittimare il Cremlino mentre continuano i bombardamenti sull’Ucraina.

È il passaggio politicamente più rilevante delle comunicazioni rese mercoledì 14 ottobre alle Camere. Meloni conferma il sostegno a Kiev e contesta il metodo con cui Washington cerca di ridurre i prezzi dei carburanti. Nelle stesse ore, però, Matteo Salvini torna a mettere in discussione la continuità degli aiuti all’Ucraina e a richiamare la possibilità di acquistare energia russa.

La frattura attraversa così due piani. Il primo riguarda la strategia occidentale verso Putin, sempre meno uniforme. Il secondo è interno al centrodestra italiano, dove la linea ufficiale del governo deve convivere con le posizioni della Lega e con la pressione esercitata da Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Sullo sfondo c’è l’emergenza energetica: la stessa che spinge Trump verso Mosca e Meloni a chiedere risposte comuni all’Europa.

Perché Meloni contesta l’accordo sul diesel

La critica della presidente del Consiglio italiana riguarda il rapporto tra il beneficio economico atteso e il prezzo politico della concessione alla Russia. Nella sua ricostruzione, il rincaro dei carburanti dipende soprattutto dalla guerra in Iran. Alleggerire le restrizioni su Mosca per affrontare una crisi che nasce prevalentemente altrove rischia dunque di compromettere la strategia sull’Ucraina senza garantire una soluzione duratura al problema energetico.

Il ragionamento è concreto: se l’obiettivo delle sanzioni è ridurre le risorse con cui il Cremlino sostiene la guerra e aumentare il costo della sua prosecuzione, riaprire opportunità commerciali senza ottenere una de-escalation verificabile ne indebolisce l’efficacia. Il dissenso espresso da Meloni riguarda una decisione specifica di Trump e non equivale, allo stato, a una rottura complessiva con Washington. Ma su questo punto la divergenza è netta. Reuters ha riportato la contestazione della premier e il suo richiamo alla necessità di mantenere una pressione negoziale su Putin.

L’intesa era stata annunciata da Trump venerdì 9 ottobre, dopo una telefonata con il presidente russo. Il piano comunicato dalla Casa Bianca prevede una prima disponibilità di oltre 300mila tonnellate di gasolio per il mercato americano e globale, altre 500mila a novembre e un milione successivamente, oltre a ulteriori forniture prospettate dal presidente. Sono quantità annunciate, che non vanno confuse con consegne già avvenute. L’iniziativa arriva a poche settimane dalle elezioni americane di metà mandato del 3 novembre, con il costo dei carburanti al centro delle preoccupazioni dell’amministrazione. Associated Press ricostruisce l’annuncio e il suo contesto politico.

La deroga americana non cancella le sanzioni europee

All’annuncio politico ha fatto seguito un atto preciso del Tesoro statunitense. Il 9 ottobre l’Office of Foreign Assets Control ha emesso la licenza generale numero 135, che autorizza, fino al 7 aprile 2027, determinate operazioni relative alla vendita, consegna, scarico e importazione di gasolio di origine russa, compresa l’importazione negli Stati Uniti.

La licenza contiene anche limiti: non autorizza addebiti sui conti detenuti presso istituzioni finanziarie americane dalla Banca centrale russa, dal Fondo nazionale del benessere o dal ministero delle Finanze di Mosca. Il suo contenuto mostra comunque che non si tratta soltanto di una dichiarazione sui social, ma di un allentamento operativo delle restrizioni americane nel settore. Il testo della licenza OFAC ne definisce durata e ambito.

Questo provvedimento non modifica automaticamente le norme dell’Unione europea. Il sistema europeo di restrizioni sui prodotti petroliferi russi resta distinto da quello americano: il divieto di importazione di prodotti raffinati e le regole sui servizi per il trasporto verso Paesi terzi hanno basi giuridiche proprie. Per cambiarle occorrono decisioni europee. La distinzione è essenziale per capire il confronto politico: una deroga di Washington può incidere sul mercato internazionale e sulla coesione occidentale senza rendere, da sola, consentita ogni operazione alle imprese dell’Unione. Il Consiglio dell’Ue spiega il funzionamento delle restrizioni energetiche.

Kiev ringrazia, Mosca reagisce. Salvini si smarca

Le parole di Meloni hanno ottenuto un’immediata risposta da Volodymyr Zelensky, che ha ringraziato la premier per la posizione espressa e per la distinzione tra aggressore e aggredito. Da Mosca, invece, la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova ha respinto l’intervento italiano, sostenendo che l’intesa sul diesel non riguardi Meloni.

Per l’Europa riguarda invece una questione diretta: quanto resterà compatta la pressione economica sulla Russia se gli Stati Uniti iniziano a subordinare alcune restrizioni alle proprie urgenze interne. La distanza tra Kiev e Washington sull’accordo rende più difficile anche il compito degli alleati europei, chiamati a sostenere l’Ucraina mentre devono difendere famiglie e imprese dai rincari.

La difficoltà italiana è aggravata dal dissenso nella coalizione. Salvini ha ribadito che gli aiuti a Kiev non possono proseguire indefinitamente e ha richiamato gli acquisti di energia russa effettuati da altri Paesi europei. È una posizione che si discosta dall’accento posto da Meloni sulla necessità di non offrire nuove risorse a Putin. Euronews ricostruisce le reazioni internazionali e il contrasto tra la premier e il suo vice.

Non significa che il governo abbia già cambiato linea o che sia vicino a una crisi su questo tema. Significa però che la politica estera resta terreno di competizione tra gli alleati: la presidente del Consiglio difende gli impegni assunti, mentre la Lega cerca consenso tra gli elettori insofferenti verso il costo della guerra e delle sanzioni.

Il confronto con Vannacci e l’equilibrio delle opposizioni

Alla Camera Meloni ha attaccato anche Laura Ravetto e gli esponenti di Futuro Nazionale, contestando il cambiamento di posizione rispetto al programma con cui erano stati eletti nel centrodestra. La contesa riguarda ormai il rapporto tra sicurezza europea e prezzo dell’energia: se il ritorno alle forniture russe venga presentato come una soluzione immediata ai rincari, oppure come il rischio di ricostruire una dipendenza politica oltre che commerciale.

Il sostegno della premier a Kiev ha raccolto consensi anche fuori dalla maggioranza. Il richiamo a Praga e Budapest, con il rifiuto dell’imperialismo sovietico e delle sue pratiche, ha dato al discorso una nettezza apprezzata da alcuni parlamentari dell’opposizione. Da questo non discende una convergenza generale sul governo, ma emerge la possibilità di un’intesa trasversale sulla collocazione internazionale dell’Italia.

Le votazioni mostrano, tuttavia, che le distanze restano. Al Senato la maggioranza ha presentato due risoluzioni: una generale sul Consiglio europeo e una dedicata all’Ucraina. La prima è passata con 104 voti favorevoli, 61 contrari e quattro astensioni; la seconda con 108 sì, un contrario e due astensioni. Le opposizioni non hanno partecipato a quest’ultimo voto, contestando la scelta di separare i testi.

Alla Camera Pd, Movimento 5 Stelle e Avs hanno adottato astensioni incrociate sui rispettivi passaggi relativi all’Ucraina, attenuando lo scontro rispetto a precedenti votazioni. Il dissenso sull’invio delle armi rimane, ma cambia il modo di rappresentarlo in Aula. Anche Futuro Nazionale ha votato la risoluzione di maggioranza dedicata a Kiev: un voto che, da solo, non annulla le divergenze sulla politica verso Mosca. Sky TG24 riporta risultati e posizioni dei gruppi.

La partita energetica: gas, elettricità e costo delle emissioni

Il secondo asse dell’intervento di Meloni riguarda la competitività. La premier sostiene che il costo dell’energia sia il problema più pesante per l’economia italiana e che nessun governo possa affrontarlo efficacemente da solo. Chiede quindi una risposta europea coordinata, interventi sulla formazione del prezzo dell’elettricità e una revisione degli oneri legati alle emissioni.

Su questi temi è necessario distinguere strumenti diversi. Il prezzo del gas e il costo dei permessi per emettere anidride carbonica possono entrambi incidere sui costi delle centrali, ma agiscono attraverso meccanismi differenti.

Nel mercato elettrico, quando per soddisfare la domanda è necessario ricorrere a una centrale a gas, il suo costo può determinare il prezzo all’ingrosso anche per l’elettricità prodotta da impianti meno costosi. È il meccanismo del prezzo marginale: spiega perché i rincari del gas possano trasmettersi al mercato elettrico anche quando una parte dell’energia arriva da fonti rinnovabili. Non accade nello stesso modo in ogni ora e in ogni Paese: contano il mix produttivo, la domanda e la disponibilità degli impianti. La Commissione europea illustra questo funzionamento.

L’ETS, invece, è il mercato europeo dei permessi di emissione. Fissa un limite complessivo alle emissioni dei settori coperti e richiede alle imprese di restituire quote corrispondenti alla propria produzione di gas serra. Il costo delle quote può riflettersi sui prezzi dell’energia; allo stesso tempo, le aste generano risorse destinate a interventi climatici ed energetici. La spiegazione ufficiale del sistema aiuta a capire perché sospenderlo o modificarlo comporti conseguenze anche sul finanziamento degli investimenti.

Per valutare la proposta italiana non basterà quindi conoscere la riduzione di una singola componente. Servirà verificare il risultato complessivo in bolletta, chi sosterrà gli eventuali costi trasferiti altrove e quali effetti ci saranno sugli investimenti. Meloni ha parlato di un confronto tecnico con Bruxelles vicino a una soluzione per ridurre il peso della generazione a gas sul prezzo elettrico. Il negoziato, però, non risulta ancora concluso. Euronews distingue le aperture della Commissione dai nodi ancora da sciogliere.

Più flessibilità e bilancio Ue: due trattative diverse

La richiesta di margini per contrastare l’inflazione si intreccia con la preparazione della manovra italiana. Meloni punta a rendere più agevole il sostegno a famiglie e imprese, ma riconosce che una convergenza europea non sarà semplice.

La flessibilità di bilancio, comunque venga definita, non equivale a un trasferimento di denaro da Bruxelles. Può consentire allo Stato di sostenere determinate spese con meno vincoli, mentre resta da stabilire come finanziarle e quale impatto avranno sul debito. Anche l’eventuale impiego del maggior gettito fiscale legato ai rincari richiede conti aggiornati: l’aumento dei prezzi può far crescere alcune entrate e, contemporaneamente, comprimere consumi e attività economica.

Diversa è la trattativa sul quadro finanziario pluriennale europeo 2028-2034, sulla quale la premier rivendica la possibilità di non accettare un’intesa ritenuta sfavorevole all’Italia. Qui il potere negoziale nazionale è concreto: il regolamento sul bilancio pluriennale richiede l’unanimità in Consiglio e il consenso del Parlamento europeo. Le decisioni sulle risorse proprie seguono un percorso che comprende anche le approvazioni nazionali previste dai rispettivi ordinamenti. Le procedure sono descritte dal Consiglio dell’Ue.

Il confronto sulle nuove entrate europee non può però essere ridotto a una formula sulle tasse. Se si vogliono finanziare maggiori compiti comuni, occorre scegliere tra nuove risorse, contributi nazionali o riallocazioni della spesa. La Commissione ha proposto nuove fonti di finanziamento, tra cui quote di entrate collegate all’ETS e al meccanismo del carbonio alle frontiere, oltre ad altri contributi. Sono proposte in negoziazione, non prelievi già tutti in vigore. Il Consiglio riepiloga il pacchetto sulle entrate.

Una voce europea, ma con il veto nazionale

Meloni chiede inoltre che l’Europa partecipi ai negoziati sull’Ucraina con una rappresentanza riconoscibile e un mandato condiviso. Se Francia, Germania e Regno Unito agiscono nel formato E3, sostiene, dovrebbero farlo con un’investitura più ampia. Il Regno Unito è un partner europeo esterno all’Unione: il formato diplomatico non coincide quindi con le istituzioni dei Ventisette.

La richiesta risponde al rischio che decisioni decisive per la sicurezza del continente vengano prese senza un’effettiva partecipazione italiana. Ma si accompagna al rifiuto della premier di superare l’unanimità. Nella replica alla Camera Meloni ha difeso un’impostazione più vicina a un’Europa confederale e indicato nelle cooperazioni rafforzate uno strumento per consentire ad alcuni Paesi di procedere insieme. Il resoconto della seduta documenta questa posizione.

È un equilibrio difficile: chiedere rapidità e unità, conservando al tempo stesso strumenti con cui ciascun governo può fermare le decisioni comuni. Il veto può tutelare un interesse nazionale; può anche rallentare la risposta che l’Italia sollecita.

Il Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre affronta precisamente questa tensione. Nell’agenda ufficiale figurano energia, competitività, sostegno all’Ucraina, sicurezza e bilancio pluriennale. La convocazione del vertice prevede misure temporanee contro i rincari insieme alla strategia per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili.

Le parole pronunciate alle Camere fissano dunque una scelta chiara su Putin, ma aprono altre verifiche. Per Meloni contano adesso i risultati europei sulle bollette e la tenuta della propria linea dentro la maggioranza. Il dissenso dall’accordo di Trump acquisterà peso se sarà accompagnato da una strategia capace di sostenere Kiev e proteggere l’economia italiana senza ricostruire la dipendenza che la guerra ha reso così costosa.

Fonti