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Meloni alza la posta: se salta lo Stabilicum può cadere il governo, ottobre diventa il mese della resa dei conti

La frase più importante pronunciata da Giorgia Meloni davanti a Bruno Vespa non riguarda Sergio Mattarella, Roberto Vannacci, il burqa o il bollo auto. È arrivata parlando della nuova legge elettorale e, apparentemente, quasi di passaggio: «Se non c’è la fiducia del governo penso che ne dovremo prendere atto». Tradotta dal linguaggio politico, significa che la presidente del Consiglio ha deciso di legare la sorte dello Stabilicum alla tenuta della propria maggioranza.

Non siamo ancora davanti all’annuncio di dimissioni né alla convocazione di elezioni anticipate. Meloni non ha detto che lascerà Palazzo Chigi se la legge elettorale non verrà approvata. Ma il governo ha scelto di porre la questione di fiducia sul testo quando tornerà alla Camera e questo cambia radicalmente la natura del voto: non sarà più soltanto una decisione sulle regole con cui gli italiani eleggeranno il prossimo Parlamento, ma diventerà formalmente una verifica sull’esistenza della maggioranza che sostiene l’esecutivo.

Il voto finale è atteso nella prima settimana di ottobre. Ed è qui che si concentrerà probabilmente il passaggio politico più delicato dell’ultima parte della legislatura. Perché Meloni sembra aver deciso di risolvere una volta per tutte il problema emerso a luglio, quando decine di voti della maggioranza mancarono a scrutinio segreto proprio sul nodo delle preferenze. Questa volta il messaggio agli alleati e ai parlamentari del centrodestra è molto più semplice: o la maggioranza esiste anche sulla legge elettorale oppure bisognerà trarne le conseguenze.

Tutto nasce dalla sconfitta di luglio

Per capire perché Meloni abbia deciso di alzare così tanto la posta bisogna tornare al primo passaggio della riforma alla Camera. A luglio il governo aveva dato parere favorevole all’emendamento che introduceva le preferenze, ma nello scrutinio segreto la maggioranza venne battuta per un solo voto, 188 contro 187. Rispetto ai numeri teoricamente disponibili al centrodestra, mancavano diverse decine di consensi.

Non era formalmente un voto di fiducia e quindi il governo non aveva alcun obbligo costituzionale di dimettersi. Politicamente, però, le opposizioni sfruttarono immediatamente il risultato per sostenere che Meloni non controllasse più la propria maggioranza. La presidente del Consiglio parlò allora della vittoria della “palude”, mentre il testo complessivo della riforma venne successivamente approvato.

Al Senato la maggioranza ha poi reintrodotto le preferenze e modificato il provvedimento, che il 15 settembre è stato approvato con 113 voti favorevoli, 71 contrari e due astensioni. Proprio quelle modifiche obbligano ora la legge a tornare a Montecitorio per la terza lettura.

Questa volta Meloni non vuole lasciare spazio allo stesso scenario.

La fiducia cambia tutto

Il governo ha infatti deciso che alla Camera porrà la questione di fiducia. È un passaggio decisivo perché elimina, almeno sul voto fiduciario, la protezione dello scrutinio segreto dietro il quale a luglio si erano nascosti i franchi tiratori.

Ogni parlamentare della maggioranza dovrà assumersi pubblicamente la responsabilità della propria scelta. Non si voterà più soltanto sulle preferenze o sul premio di governabilità: si voterà sulla permanenza in carica del governo.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha spiegato che la decisione è stata presa direttamente da Meloni e che ciascun esponente della maggioranza dovrà assumersi la responsabilità della propria lealtà sul voto.

È questo il significato della frase pronunciata dalla premier da Vespa. A luglio le opposizioni dissero che la bocciatura delle preferenze dimostrava l’assenza di fiducia. Ora Meloni sembra rispondere: verifichiamolo davvero.

Se la fiducia non passa, Meloni dovrebbe dimettersi

Qui bisogna distinguere con precisione tra ciò che è certo e ciò che appartiene agli scenari politici.

Se il governo pone formalmente la questione di fiducia e viene battuto, si apre una crisi di governo. La presidente del Consiglio dovrebbe recarsi al Quirinale e rassegnare le dimissioni. Questo non significa però automaticamente elezioni anticipate.

La Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica il potere di sciogliere le Camere, sentiti i loro presidenti, ma prima di arrivare alle urne il Capo dello Stato può verificare se in Parlamento esista un’altra maggioranza capace di sostenere un governo.

È quindi improprio trasformare l’equazione in “Stabilicum bocciato uguale elezioni immediate”.

La sequenza sarebbe più complessa: bocciatura della fiducia, dimissioni del governo, consultazioni al Quirinale e soltanto successivamente valutazione sull’esistenza o meno di una maggioranza alternativa.

Politicamente, però, la situazione sarebbe eccezionale. La maggioranza attuale dispone di numeri ampi e nasce da un risultato elettorale molto netto. Se una parte del centrodestra arrivasse a far cadere il governo sulla legge elettorale a pochi mesi dalla conclusione naturale della legislatura, costruire una nuova maggioranza senza passare dalle urne sarebbe possibile sul piano costituzionale ma molto più complesso sul piano politico.

L’ipotesi del voto anticipato torna quindi sul tavolo

È qui che nasce l’ipotesi di elezioni anticipate di cui si discute ormai da settimane nei retroscena parlamentari. Soltanto il 16 settembre Meloni aveva ribadito pubblicamente di voler arrivare alla fine naturale della legislatura e aveva respinto le indiscrezioni su un voto anticipato. Ma le parole pronunciate da Vespa introducono adesso una condizione precisa: per arrivare fino in fondo deve esserci ancora la fiducia della maggioranza.

Non è necessariamente una contraddizione. Una presidente del Consiglio può voler completare la legislatura e contemporaneamente sostenere che, se perde la fiducia parlamentare, non esistono più le condizioni per farlo.

La vera novità è politica: Meloni sembra intenzionata a trasformare la legge elettorale nel punto oltre il quale non accetterà ulteriori ambiguità nella coalizione.

Se qualcuno vuole fermare lo Stabilicum, dovrà essere disposto ad assumersi anche il rischio di fermare il governo.

Perché la legge elettorale è così importante per Meloni

Lo Stabilicum introduce un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità. La coalizione che arriva prima e supera almeno il 42% dei voti può ottenere 70 deputati e 35 senatori aggiuntivi, con l’obiettivo di assicurare una maggioranza parlamentare stabile.

Il testo reintroduce inoltre parzialmente le preferenze, mantenendo però i capilista bloccati. È proprio questo il punto sul quale a luglio si era aperta la frattura più evidente nella maggioranza.

Per Meloni la riforma ha almeno due significati. Il primo è istituzionale: evitare che dalle prossime elezioni esca un Parlamento privo di una maggioranza chiara. Il secondo è inevitabilmente politico: costringere il centrodestra a presentarsi alle prossime elezioni con una coalizione capace di puntare alla soglia che fa scattare il premio.

La legge non garantisce la vittoria a nessuno. Ma cambia profondamente gli incentivi delle forze politiche.

Il problema degli alleati

È proprio dentro la maggioranza che si nasconde il rischio maggiore. Fratelli d’Italia è nettamente il partito più forte della coalizione, mentre Lega e Forza Italia devono fare i conti con equilibri interni e interessi differenti.

Le preferenze aumentano la capacità degli elettori di scegliere una parte dei parlamentari, ma contemporaneamente riducono il controllo delle segreterie sulla selezione degli eletti. Per i partiti più piccoli questo può significare competizione interna più dura e meno seggi sicuri da distribuire.

La crisi di luglio aveva già mostrato che il consenso pubblico dei leader della coalizione non coincide necessariamente con quello di tutti i parlamentari.

La fiducia serve precisamente a chiudere questo spazio.

Non impedisce a un deputato di votare contro. Gli impone però di farlo sapendo che quel voto può contribuire direttamente alla caduta del governo.

E sullo sfondo c’è Vannacci

La resa dei conti sulla legge elettorale arriva inoltre mentre il centrodestra deve affrontare una novità che pochi mesi fa non esisteva nelle stesse dimensioni: la concorrenza a destra di Roberto Vannacci e Futuro Nazionale.

La nascita di una forza politica capace di sottrarre consensi soprattutto alla Lega e potenzialmente a Fratelli d’Italia rende ancora più importante il problema delle coalizioni e della soglia del 42%. Ogni punto percentuale perso dal centrodestra tradizionale può rendere più difficile raggiungere il livello necessario per ottenere il premio.

È anche per questo che la nuova legge non può essere separata dalla campagna elettorale ormai sempre più evidente.

Meloni deve contemporaneamente tenere unita la coalizione, impedire fughe di consenso verso Vannacci e presentarsi come garante della stabilità costruita nei quattro anni precedenti.

Una crisi provocata dai suoi stessi alleati sulla legge con cui si dovrebbe andare alle urne rappresenterebbe l’esatto contrario di questa narrazione.

Mattarella entra involontariamente nella campagna elettorale

Contemporaneamente si sta aprendo un altro fronte, quello con il Quirinale. Dopo l’intervento di Sergio Mattarella ad Amatrice sulla necessità di una scuola aperta a tutti, capace di evitare ghetti e abbattere barriere, Meloni ha respinto l’interpretazione secondo cui quelle parole rappresentassero una critica al governo.

Poi è andata oltre, ricordando che quando Mattarella era ministro della Pubblica Istruzione furono emanate circolari che affrontavano la distribuzione degli studenti stranieri nelle classi.

Il riferimento storico esiste, ma richiede una precisazione importante. Le circolari del 1989 e del 1990 avevano come obiettivo esplicito l’integrazione linguistica e interculturale e facevano riferimento soprattutto alla concentrazione di studenti appartenenti allo stesso gruppo linguistico. Nel 1989 si suggeriva di non superare quattro o cinque studenti provenienti dallo stesso Paese in determinate circostanze; nel 1990 si indicava, ove possibile, di non superare cinque studenti dello stesso gruppo linguistico per classe.

Non erano quindi semplicemente l’equivalente, scritto trentasei anni prima, della proposta attuale.

La differenza tra Mattarella ministro e Mattarella presidente

C’è inoltre una distinzione istituzionale ancora più importante. Sergio Mattarella ministro della Pubblica Istruzione era un esponente politico responsabile delle decisioni del proprio dicastero. Sergio Mattarella presidente della Repubblica esercita una funzione costituzionale completamente diversa.

Utilizzare una decisione amministrativa adottata dal primo per interpretare le parole pronunciate oggi dal secondo è politicamente possibile, ma non cancella questa differenza.

Meloni sostiene di non vedere alcuna contrapposizione con il Presidente e presenta le vecchie circolari come prova di una sostanziale continuità sull’obiettivo di evitare concentrazioni che ostacolino l’integrazione.

Altri osservatori sottolineano invece le differenze tra quei documenti e la proposta del governo.

Il punto politicamente rilevante è che il Quirinale è ormai entrato, volente o nolente, dentro un confronto che si svolge mentre la campagna elettorale comincia ad accelerare.

Il passaggio al Colle diventerebbe decisivo in caso di crisi

Ed è qui che i due fili della vicenda finiscono per incontrarsi.

Se a ottobre il governo venisse davvero battuto sulla fiducia alla legge elettorale, sarebbe proprio Mattarella a gestire costituzionalmente la crisi. Meloni salirebbe al Quirinale per dimettersi e il Presidente dovrebbe verificare se esistano ancora le condizioni per una maggioranza parlamentare oppure se sia necessario sciogliere le Camere.

Questo rende particolarmente delicato il rapporto tra Palazzo Chigi e Colle nelle prossime settimane.

Non perché esista necessariamente uno scontro istituzionale aperto: al momento non ci sono elementi per affermarlo. Ma perché il Presidente della Repubblica potrebbe essere chiamato molto presto a esercitare uno dei suoi poteri più delicati proprio mentre la politica discute pubblicamente delle sue parole e delle sue scelte di trentasei anni fa.

Una strategia ad alto rischio

Meloni sta quindi giocando contemporaneamente su più tavoli. Sul piano elettorale alza il tono sui temi identitari mentre Vannacci cerca spazio alla sua destra. Sul piano parlamentare trasforma lo Stabilicum in una verifica della lealtà della maggioranza. Sul piano istituzionale difende le proprie scelte sulla scuola coinvolgendo direttamente nel dibattito precedenti riconducibili all’attuale Capo dello Stato.

È una strategia che può rafforzarla.

Se la legge elettorale passerà con una maggioranza compatta, Meloni avrà dimostrato di controllare ancora pienamente la coalizione, avrà chiuso la ferita dei franchi tiratori di luglio e potrà affrontare l’ultima parte della legislatura con le nuove regole elettorali già approvate.

Ma esiste anche lo scenario opposto.

Trasformando la legge elettorale in una questione di fiducia, Meloni elimina la possibilità di considerare un’eventuale sconfitta un semplice incidente parlamentare.

È lei stessa ad alzare la posta.

Ottobre diventa il mese decisivo

Per questo la prima settimana di ottobre potrebbe diventare uno dei passaggi più importanti dell’intera legislatura.

Formalmente si voterà una legge elettorale.

Politicamente si voterà qualcosa di molto più grande: se la coalizione che governa dal 2022 possiede ancora abbastanza coesione da arrivare insieme alle prossime elezioni.

Meloni ha scelto di trasformare il dubbio in una verifica.

Se la maggioranza voterà compatta, il messaggio sarà inequivocabile: la crisi di luglio è stata chiusa e il governo può proseguire.

Se invece i numeri mancassero anche sulla fiducia, la premier avrebbe pochissimo spazio per far finta che nulla sia accaduto.

A quel punto la strada porterebbe al Quirinale.

E da lì si aprirebbe una partita diversa, nella quale le dimissioni del governo sarebbero una conseguenza della perdita della fiducia, ma le elezioni anticipate non sarebbero una decisione automatica di Palazzo Chigi.

Sarebbe Sergio Mattarella a dover verificare se questa legislatura abbia ancora una maggioranza possibile.

È il paradosso finale di queste settimane: proprio mentre il nome del Presidente della Repubblica viene trascinato dentro la battaglia politica sulla scuola, Meloni sta preparando una prova parlamentare che, se andasse male, consegnerebbe al Colle la gestione del futuro immediato del governo.

Fonti

  • Rai / intervista di Giorgia Meloni a Bruno Vespa – Dichiarazioni sulla legge elettorale, sulla fiducia e sul rapporto con Sergio Mattarella.
  • Camera dei deputati – Iter parlamentare della riforma elettorale e precedente voto sulle preferenze.
  • Senato della Repubblica – Approvazione dello Stabilicum del 15 settembre 2026 e testo modificato trasmesso alla Camera.
  • Sky TG24 – Dichiarazioni del ministro Luca Ciriani sulla decisione del governo di porre la fiducia e calendario dell’ultima lettura.
  • Circolari del Ministero della Pubblica Istruzione n. 301/1989 e n. 205/1990 – Disposizioni sull’inserimento e sull’integrazione degli studenti stranieri nelle classi.
  • Reuters – Contesto politico sulla strategia elettorale del governo e sulle tensioni interne al