Il problema della prossima legge di Bilancio non è più soltanto trovare i soldi. È decidere quanto l’Italia possa permettersi di spendere senza compromettere il percorso di risanamento dei conti e, soprattutto, quali promesse della maggioranza debbano avere la precedenza quando le risorse non bastano per finanziare tutto.
Dopo la conferma del deficit 2025 al 3,1% del Pil, che ha impedito all’Italia di anticipare l’uscita dalla procedura europea per deficit eccessivo, il governo sta rapidamente modificando la strategia. Da una parte Giancarlo Giorgetti continua il confronto con Bruxelles per capire come utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia sulle spese per difesa ed energia; dall’altra dentro il centrodestra è ormai aperto lo scontro su quanto debba essere espansiva la manovra.
Matteo Salvini vorrebbe utilizzare margini più ampi per finanziare investimenti e misure fiscali. Fratelli d’Italia frena. Giorgetti continua invece a indicare come priorità la riduzione dell’Irpef per il ceto medio, cercando contemporaneamente di preservare la credibilità dei conti pubblici. È una tensione destinata ad accompagnare tutta la costruzione della manovra: spendere di più nell’anno che precede le elezioni oppure evitare che il debito e il deficit tornino a diventare il problema dominante della politica economica italiana?
Il 3,1% ha cambiato la strategia
Fino a pochi giorni fa lo scenario sul quale Palazzo Chigi aveva lavorato era più favorevole. Se il deficit 2025 fosse sceso sotto il 3% del Pil, l’Italia avrebbe potuto puntare a uscire anticipatamente dalla procedura per deficit eccessivo e affrontare con maggiore tranquillità la richiesta di flessibilità per le nuove spese strategiche.
L’Istat ha invece confermato il 3,1%. Non è una deviazione drammatica dal punto di vista della sostenibilità immediata dei conti, ma è sufficiente a impedire l’uscita dalla procedura nel 2026. La Commissione europea ha confermato che l’Italia rimane sottoposta al meccanismo correttivo, pur riconoscendo che il governo ha finora adottato misure coerenti con il percorso richiesto.
Il problema diventa quindi temporale. Roma vuole utilizzare nuovi margini per difesa ed energia senza trasformare quella maggiore spesa in un ostacolo permanente all’uscita dalla procedura. Per riuscirci deve convincere Bruxelles che la traiettoria ordinaria dei conti rimarrà sotto controllo.
La clausola europea non è un assegno in bianco
Su questo punto serve una precisazione. Restare nella procedura per deficit eccessivo non impedisce automaticamente all’Italia di chiedere l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. Il nuovo quadro europeo consente agli Stati di ottenere, in presenza di determinate condizioni, una deviazione temporanea dal percorso della spesa netta per affrontare circostanze eccezionali.
La Commissione ha inoltre aperto alla possibilità di utilizzare una parte della flessibilità non soltanto per la difesa, ma anche per interventi destinati a rafforzare la sicurezza energetica. Per quest’ultima categoria sono previsti limiti specifici all’interno del tetto complessivo della clausola.
La differenza è fondamentale: la flessibilità non significa che Bruxelles consegni miliardi all’Italia. Significa che determinate maggiori spese possono essere trattate in maniera più favorevole nell’applicazione delle regole fiscali. I soldi devono comunque essere reperiti e il debito eventualmente contratto continua a esistere.
È proprio per questo che Giorgetti mantiene un’impostazione prudente.
Il piano: spendere di più senza restare intrappolati nella procedura
La strategia alla quale stanno lavorando governo e Ministero dell’Economia può essere sintetizzata così: ottenere la flessibilità necessaria per sostenere le nuove esigenze di difesa e sicurezza energetica, ma contemporaneamente mantenere il deficit ordinario su una traiettoria sufficientemente rigorosa da consentire all’Italia di chiedere l’uscita dalla procedura nel 2027.
La Commissione, rispondendo alle domande dei giornalisti il 22 settembre, ha chiarito che la valutazione non è semplicemente binaria. Il deficit 2025 sopra il 3% impedisce di chiudere adesso la procedura, ma per gli anni successivi la clausola nazionale può essere presa in considerazione nella valutazione del percorso fiscale.
È su questo spazio tecnico che Roma sta lavorando.
L’obiettivo politico è evidente: evitare che le nuove esigenze internazionali assorbano tutte le risorse disponibili per la politica interna. Se l’Italia deve spendere di più per la difesa e per proteggersi dagli shock energetici, Palazzo Chigi vuole impedire che il conto ricada interamente sulla possibilità di ridurre le tasse o finanziare sanità, famiglie e investimenti.
Giorgetti mette il ceto medio al primo posto
Nel question time alla Camera il ministro dell’Economia ha indicato con maggiore chiarezza quale dovrebbe essere la priorità fiscale della prossima manovra: ridurre le tasse sul ceto medio.
Una delle ipotesi sulle quali si lavora è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% ai redditi compresi tra 50 mila e 60 mila euro. È una misura che punta a intervenire su quella fascia di contribuenti che negli ultimi anni ha beneficiato meno di alcuni interventi concentrati sui redditi inferiori e che il centrodestra considera politicamente centrale.
Giorgetti ha confermato anche la volontà del governo di rendere strutturale la riduzione del bollo auto e ha richiamato la flat tax per gli aumenti di stipendio dei giovani. Ma tra indicare una priorità e finanziare contemporaneamente tutte le misure resta una distanza considerevole.
La manovra deve infatti trovare coperture anche per sanità, pensioni, investimenti e altre richieste provenienti dai partiti della maggioranza. E proprio qui cominciano le tensioni.
Salvini vuole una manovra più coraggiosa
La Lega considera troppo prudente un’impostazione costruita prevalentemente intorno alla disciplina dei conti. Matteo Salvini ha rilanciato l’idea di utilizzare maggiori margini di bilancio per sostenere investimenti e misure fiscali, arrivando nei giorni scorsi a evocare uno scostamento più consistente.
Il leader leghista ha successivamente precisato che non considera essenziale lo strumento tecnico: se non sarà uno scostamento, chiede comunque una legge di Bilancio “importante e coraggiosa”. Il concetto politico resta invariato: secondo la Lega, non bisogna permettere che pochi decimali di deficit impediscano al governo di sostenere famiglie, imprese e investimenti.
È una posizione comprensibile sul piano politico, soprattutto alla vigilia dell’ultimo tratto della legislatura. Ma apre immediatamente la domanda alla quale Giorgetti deve rispondere: quanto deficit aggiuntivo può permettersi un Paese con uno dei debiti pubblici più elevati d’Europa?
Fratelli d’Italia dice no all’extradeficit
La risposta arrivata da Fratelli d’Italia è stata piuttosto netta. Marco Osnato, responsabile economico del partito e presidente della commissione Finanze della Camera, ha spiegato di non considerare lo scostamento di bilancio la soluzione migliore nella situazione attuale.
La linea è quella seguita dal governo nelle precedenti manovre: cercare risorse e sostenere investimenti, ma all’interno di un quadro compatibile con la finanza pubblica.
È una differenza politica significativa. Per anni la Lega è stata il partito della coalizione più disponibile a utilizzare il deficit per finanziare riduzioni fiscali e investimenti. Fratelli d’Italia, una volta arrivato a Palazzo Chigi, ha progressivamente assunto una posizione più prudente sui conti, anche per proteggere la credibilità internazionale del governo e mantenere sotto controllo lo spread.
La manovra del 2027 rischia di rendere questa divergenza molto più visibile.
La coperta resta corta
Il problema di fondo non è cambiato rispetto a quello che abbiamo analizzato ieri su La Voce Nuova. Le richieste superano largamente lo spazio disponibile. Riduzione dell’Irpef, bollo auto, flat tax per i giovani, sanità, pensioni, bonus, infrastrutture, difesa ed energia competono per le stesse risorse.
La clausola europea può aiutare a separare una parte delle spese strategiche dal percorso fiscale ordinario, ma non trasforma il bilancio pubblico in una fonte illimitata di denaro. Anche utilizzando tutta la flessibilità consentita, il governo dovrà stabilire quali misure finanziare, quali ridimensionare e quali rinviare.
Ed è proprio quando bisogna scegliere che le differenze tra i partiti diventano più importanti.
Difesa ed energia cambiano la legge di Bilancio
La difficoltà della prossima manovra deriva anche dal fatto che il governo sta costruendo il bilancio in un contesto internazionale molto diverso da quello immaginato soltanto pochi mesi fa. L’aumento degli impegni sulla difesa e la nuova crisi energetica hanno aggiunto due capitoli di spesa che possono assorbire risorse enormi.
La Commissione europea ha riconosciuto questa situazione. Il quadro della clausola nazionale consente una deviazione temporanea per l’aumento della spesa militare e, dall’estate, Bruxelles ha definito anche le condizioni per includere misure destinate a ridurre la dipendenza europea dai combustibili fossili importati e rafforzare la sicurezza energetica.
Per l’energia è previsto un margine dedicato all’interno del tetto complessivo della clausola: fino allo 0,3% del Pil all’anno nel periodo 2026-2028, con un limite cumulativo dello 0,6%. Non significa che l’Italia utilizzerà necessariamente tutto quello spazio, ma dimostra quanto la crisi internazionale sia ormai entrata direttamente nelle regole di bilancio europee.
Perché Bruxelles può avere interesse a trovare un accordo
Il negoziato non è necessariamente uno scontro nel quale Roma chiede di spendere e Bruxelles cerca soltanto di impedirglielo. L’Unione europea ha interesse a far aumentare rapidamente gli investimenti nella difesa e a ridurre la dipendenza energetica da fornitori geopoliticamente vulnerabili.
L’Italia può quindi sostenere una posizione politicamente forte: non si può chiedere contemporaneamente a Roma di aumentare rapidamente le spese strategiche e trattare ogni euro necessario come se fosse normale spesa corrente.
Dall’altra parte, la Commissione deve evitare che la flessibilità venga utilizzata per finanziare indirettamente misure prive di relazione con l’emergenza che ha giustificato la clausola. Se una spesa militare viene trattata in maniera più favorevole e questo libera risorse nazionali per ridurre le tasse, il confine tra flessibilità strategica e politica fiscale ordinaria diventa inevitabilmente delicato.
È proprio su questo confine che si svolgerà il confronto delle prossime settimane.
Tre mesi con il freno tirato
Per rendere credibile la richiesta italiana, il governo deve soprattutto dimostrare che il deficit ordinario continuerà a scendere. Le previsioni europee indicano per il 2026 un rapporto deficit/Pil intorno al 2,9%, quindi nuovamente sotto la soglia del 3%.
Mantenere quella traiettoria negli ultimi mesi dell’anno diventa essenziale. Una deviazione significativa renderebbe molto più difficile chiedere contemporaneamente maggiore flessibilità e l’uscita dalla procedura nel 2027.
È per questo che, nonostante le pressioni della Lega, Giorgetti difficilmente può permettersi una corsa indiscriminata alla spesa. Prima bisogna dimostrare che il miglioramento dei conti è strutturale; soltanto dopo diventa più semplice utilizzare gli spazi straordinari consentiti dalle nuove regole.
Il paradosso è evidente: proprio mentre la maggioranza vorrebbe preparare una manovra politicamente generosa, gli ultimi mesi del 2026 richiedono prudenza.
La riduzione delle tasse diventa una scelta politica
Se la priorità indicata da Giorgetti resterà il ceto medio, bisognerà stabilire quali altre misure possano essere sacrificate o ridimensionate. Estendere l’aliquota Irpef del 33% fino a 60 mila euro significa destinare risorse a una platea precisa. Rendere strutturale il taglio del bollo ne richiede altre. Flat tax, pensioni e bonus ne richiedono altre ancora.
Non esiste una scelta fiscalmente neutrale. Ogni miliardo utilizzato per una misura non può essere contemporaneamente speso per un’altra, salvo aumentare entrate o deficit.
È quindi probabile che nelle prossime settimane la discussione apparentemente tecnica sulla manovra diventi una battaglia molto politica su quali gruppi sociali debbano ricevere la quota maggiore delle risorse disponibili.
La Lega spingerà sulle proprie bandiere. Forza Italia continuerà a chiedere interventi fiscali compatibili con la propria agenda. Fratelli d’Italia dovrà mediare cercando contemporaneamente di proteggere la posizione della premier e la credibilità del governo.
Giorgetti diventa il guardiano della porta
In questo scenario il ministro dell’Economia assume inevitabilmente il ruolo più scomodo. È lui che deve trasformare le promesse politiche in numeri e dire quali possano entrare realmente nella legge di Bilancio.
È una posizione che produce tensioni quasi automaticamente. Un ministro dell’Economia che accettasse tutte le richieste dei partiti perderebbe rapidamente il controllo dei conti; uno che dicesse sempre di no diventerebbe il bersaglio politico della coalizione.
Giorgetti deve inoltre negoziare contemporaneamente con Bruxelles e con la propria maggioranza. All’Europa deve dimostrare che l’Italia resta affidabile; ai partiti deve spiegare che la prudenza europea può servire a ottenere proprio quella flessibilità necessaria per finanziare una parte delle loro priorità.
Non è una posizione semplice, soprattutto mentre si avvicinano le elezioni.
Lo scontro FdI-Lega anticipa la campagna elettorale
La divergenza sul deficit non riguarda soltanto l’economia. Riflette anche il posizionamento dei partiti in vista del prossimo voto. Salvini ha bisogno di distinguere la Lega dagli alleati e può presentarsi come il leader che chiede più risorse per famiglie, imprese e investimenti. Meloni deve invece difendere quattro anni nei quali la stabilità dei conti e l’affidabilità internazionale sono state presentate come risultati del governo.
Per Fratelli d’Italia sarebbe difficile arrivare alle elezioni dopo aver costruito una parte della propria narrazione sulla responsabilità fiscale e contemporaneamente sostenere un grande aumento del deficit. Per la Lega sarebbe altrettanto difficile accettare una manovra molto prudente senza cercare di marcare una differenza.
La legge di Bilancio sta quindi diventando anche il primo terreno concreto della campagna elettorale dentro la stessa maggioranza.
Ed è una competizione destinata a intrecciarsi con quella sulla legge elettorale.
Lo Stabilicum rende tutto più delicato
Nelle stesse settimane nelle quali il governo deve costruire la manovra, la Camera sarà chiamata al passaggio decisivo sullo Stabilicum. Meloni ha già lasciato intendere che un’eventuale bocciatura della nuova legge elettorale porrebbe un problema di fiducia politica all’interno della maggioranza.
Questo significa che ottobre potrebbe concentrare contemporaneamente il voto sulla legge elettorale, la definizione della manovra e il confronto con Bruxelles sulla flessibilità. Tre dossier che normalmente sarebbero già complessi separatamente finiscono così per influenzarsi a vicenda. Un incidente parlamentare sullo Stabilicum potrebbe aprire una crisi proprio mentre il governo deve definire la legge di Bilancio; allo stesso modo, uno scontro troppo duro sulla manovra potrebbe rendere ancora più difficile tenere compatta la maggioranza nel voto sulla legge elettorale.
Non significa che la crisi sia inevitabile. Meloni dispone ancora di una maggioranza parlamentare e le differenze tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia hanno accompagnato l’esecutivo fin dall’inizio della legislatura senza determinarne la caduta. Ma questa volta il calendario rende ogni tensione più delicata: la maggioranza deve contemporaneamente decidere con quali regole andare alle prossime elezioni e quali misure economiche presentare agli elettori prima di quelle elezioni.
Il rischio di una manovra scritta dalla campagna elettorale
È questo il pericolo politico più evidente. Ogni partito della coalizione ha interesse a lasciare la propria impronta sull’ultima legge di Bilancio prima del voto. La Lega può rivendicare misure fiscali e previdenziali più espansive; Forza Italia può insistere sul ceto medio e sulla riduzione dell’Irpef; Fratelli d’Italia deve tenere insieme le promesse formulate da Meloni con la necessità di non compromettere la credibilità finanziaria costruita in questi anni.
Più si avvicinano le elezioni, più diventa difficile chiedere ai partiti di rinunciare alle proprie bandiere. Eppure è precisamente ciò che i numeri potrebbero imporre. Una legge di Bilancio non può contenere contemporaneamente tutte le promesse se le coperture non esistono, e un maggiore ricorso al deficit trasferirebbe semplicemente il costo sugli anni successivi.
La vera prova della maggioranza sarà quindi meno spettacolare delle polemiche quotidiane, ma molto più concreta: stabilire quali interventi abbiano davvero la precedenza e quali debbano essere ridimensionati, rinviati o cancellati.
Giorgetti prova a fissare una priorità
Il ministro dell’Economia ha già indicato la propria: il taglio delle tasse per il ceto medio. L’ipotesi sulla quale si lavora è l’estensione dell’aliquota Irpef del 33% alla fascia di reddito compresa tra 50mila e 60mila euro. È un segnale politicamente significativo perché indica dove il MEF vorrebbe concentrare le risorse disponibili prima di aggiungere altri interventi.
Ma anche questa misura deve essere finanziata. E soprattutto deve convivere con le altre richieste che arrivano dalla maggioranza, con la necessità di aumentare alcune spese pubbliche e con il percorso di riduzione del deficit concordato con Bruxelles.
È per questo che la trattativa europea assume un valore molto più ampio della sola difesa. Ogni euro di spesa militare che potesse essere trattato in maniera più favorevole all’interno delle regole europee ridurrebbe la pressione sul resto del bilancio, creando indirettamente margini per le misure fiscali. Non significa che Bruxelles finanzi il taglio dell’Irpef: significa che la diversa contabilizzazione di alcune spese può rendere meno difficile trovare le coperture altrove.
La flessibilità non è un assegno in bianco
Su questo punto occorre però evitare un equivoco. Attivare una clausola europea di flessibilità non significa ricevere miliardi gratuitamente dall’Unione europea. Le spese continuano a essere sostenute dallo Stato italiano e, se finanziate in deficit, contribuiscono comunque ad aumentare il debito pubblico.
La flessibilità riguarda il modo in cui determinate spese vengono considerate nel percorso di aggiustamento previsto dalle regole europee. Può quindi offrire maggiore spazio nel breve periodo, ma non cancella il problema della sostenibilità dei conti nel lungo periodo.
Per un Paese con un debito pubblico molto elevato questa distinzione è fondamentale. Il vero vincolo italiano non è soltanto il Patto di stabilità: sono gli interessi che lo Stato deve pagare sul proprio debito e la necessità di continuare a trovare investitori disposti a finanziarlo a condizioni sostenibili.
Anche se Bruxelles concedesse tutta la flessibilità richiesta, il denaro utilizzato oggi dovrebbe comunque essere finanziato.
Il nodo resta la crescita
Ed è qui che torniamo al problema strutturale che accompagna quasi ogni discussione sui conti italiani. Ridurre il deficit è importante, ma non basta se l’economia cresce troppo lentamente. Un Paese che aumenta il proprio Pil rende progressivamente più sostenibile anche un debito elevato; un Paese fermo deve invece compiere sforzi fiscali molto maggiori per ottenere lo stesso risultato.
Le ultime revisioni sulla crescita offrono qualche elemento più favorevole rispetto alle stime precedenti, ma l’Italia continua ad avere un problema di crescita potenziale e produttività che nessuna clausola europea può risolvere da sola. È questo il motivo per cui la composizione della manovra conta almeno quanto la sua dimensione.
Utilizzare nuovo deficit per finanziare soltanto misure temporanee può produrre consenso immediato ma lasciare poco al Paese negli anni successivi. Utilizzarlo per investimenti capaci di aumentare produttività, infrastrutture e capacità industriale può avere un effetto differente, anche se i risultati richiedono più tempo e sono politicamente meno facili da comunicare.
Tre mesi per dimostrare che il percorso non è cambiato
La strategia sulla quale il governo sta ragionando ha quindi bisogno di un passaggio preliminare: convincere Bruxelles che l’Italia, nonostante l’attivazione della flessibilità, continuerà a ridurre il deficit strutturale e non utilizzerà il nuovo spazio per abbandonare il percorso di risanamento.
Da qui nasce l’idea di mantenere una particolare disciplina nei mesi finali dell’anno e presentarsi nella primavera del 2027 con numeri sufficientemente solidi per chiedere l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Soltanto allora diventerebbe più semplice sostenere che l’extradeficit collegato alle spese ammesse alla flessibilità non debba riportare immediatamente l’Italia sotto osservazione.
È una costruzione complessa e ancora oggetto di negoziato. Non esiste, allo stato attuale, la garanzia che la Commissione accetti integralmente l’impostazione italiana. Ma è proprio su questo confronto che si gioca una parte importante della manovra.
Il paradosso dell’ultima manovra
Il risultato è quasi paradossale. Il governo avrebbe voluto utilizzare l’ultima legge di Bilancio della legislatura per mostrare agli elettori i frutti della stabilità: meno tasse, nuovi interventi per le famiglie, qualche promessa mantenuta e margini sufficienti per affrontare contemporaneamente energia e difesa.
Il deficit al 3,1% ha complicato quel disegno. Adesso Palazzo Chigi deve cercare più flessibilità proprio mentre deve dimostrare di essere abbastanza rigoroso da meritarsela. Salvini chiede una manovra più espansiva, Giorgetti invita alla prudenza e Fratelli d’Italia non vuole che il ricorso al deficit diventi il messaggio politico dominante della coalizione.
Tutto questo accade mentre la maggioranza entra nella fase decisiva della legge elettorale e comincia inevitabilmente a ragionare con lo sguardo rivolto alle urne.
La vera trattativa non è soltanto con Bruxelles
È facile presentare la vicenda come un negoziato tra Roma e l’Europa. In realtà il governo deve condurre almeno tre trattative contemporaneamente: con Bruxelles sulle regole, dentro la maggioranza sulle priorità e con i numeri sulle coperture.
La prima può produrre qualche margine aggiuntivo. La seconda stabilirà come utilizzarlo. La terza non è negoziabile.
Ed è probabilmente quest’ultima la più difficile.
Perché si può discutere se chiamare un intervento scostamento, flessibilità o clausola di salvaguardia. Si può trattare sulla velocità del rientro e sulle spese da considerare eccezionali. Ma alla fine resta una domanda molto semplice: quanti soldi può spendere l’Italia senza compromettere il percorso dei conti pubblici?
La risposta determinerà la dimensione reale della manovra molto più degli annunci delle prossime settimane.
Ottobre sarà il mese delle scelte
Per questo ottobre si prepara a essere il vero spartiacque della legislatura. Entro poche settimane capiremo se lo Stabilicum dispone davvero dei voti necessari alla Camera, quali margini Bruxelles sarà disponibile a riconoscere all’Italia e quali promesse della maggioranza entreranno effettivamente nella legge di Bilancio.
Soltanto allora sapremo se la manovra potrà essere davvero “importante e coraggiosa”, come chiede Salvini, oppure se Giorgetti riuscirà a imporre una linea più selettiva concentrando le risorse disponibili su pochi interventi.
Il rischio maggiore sarebbe provare a risolvere la contraddizione semplicemente facendo più debito. La flessibilità può comprare tempo, ma non può sostituire una strategia economica. E una manovra costruita soltanto per arrivare alle elezioni rischierebbe di lasciare al governo successivo un conto ancora più difficile.
La questione, quindi, non è stabilire chi vincerà il braccio di ferro tra Fratelli d’Italia e Lega. È capire quale delle due esigenze prevarrà: quella di presentarsi agli elettori con più misure da rivendicare o quella di mantenere abbastanza solidi i conti da non perdere nel 2027 il margine che oggi si sta cercando faticosamente di conquistare.
È qui che si decide davvero la prossima legge di Bilancio.
Non nello slogan sulla manovra “coraggiosa” e nemmeno nella promessa di austerità.
Nella scelta di ciò che il governo considera abbastanza importante da finanziare quando diventa evidente che non si può finanziare tutto.
Fonti
OCSE – Previsioni aggiornate sulla crescita dell’economia italiana.
Ministero dell’Economia e delle Finanze – Dichiarazioni del ministro Giancarlo Giorgetti e documentazione sul percorso di finanza pubblica e sulla preparazione della legge di Bilancio.
ISTAT – Dati aggiornati sul rapporto deficit/Pil e sui conti economici nazionali.
Commissione europea – Procedura per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia, nuovo quadro di governance economica e disciplina delle clausole di flessibilità.
La Repubblica – Ricostruzione del 24 settembre 2026 sul confronto interno alla maggioranza e sul negoziato con Bruxelles per l’utilizzo della flessibilità.
Camera dei deputati – Question time e dichiarazioni del ministro dell’Economia sulle priorità fiscali della prossima manovra.
