La nuova legge elettorale tornerà nell’Aula della Camera a partire da lunedì 28 settembre per la terza lettura, qualora – come appare probabile – il Senato modifichi il testo già approvato da Montecitorio. La data è stata fissata dalla Conferenza dei capigruppo mentre a Palazzo Madama prosegue una partita tutt’altro che chiusa, con alcuni dei punti più delicati della riforma ancora da definire.
La novità politicamente più importante riguarda le preferenze, proprio il tema sul quale a luglio il centrodestra subì una clamorosa sconfitta alla Camera: l’emendamento sostenuto dal governo e dalla maggioranza venne bocciato a scrutinio segreto per un solo voto, 188 contrari contro 187 favorevoli. Ora Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e gli alleati hanno trovato una nuova intesa e al Senato hanno riproposto sostanzialmente lo stesso meccanismo: capolista bloccato e possibilità per l’elettore di scegliere fino a tre degli altri candidati della lista.
Ma la questione delle preferenze è soltanto uno dei tasselli di una riforma destinata a cambiare profondamente il sistema con cui vengono eletti Camera e Senato. Il progetto, di iniziativa parlamentare ma fortemente voluto e sostenuto dal governo Meloni e dai partiti della maggioranza, abbandona infatti l’impianto del Rosatellum e introduce un sistema proporzionale accompagnato da un premio di governabilità per chi raggiunge almeno il 42% dei voti.
La legge torna alla Camera il 28 settembre
Il calendario parlamentare comincia a stringersi. Il testo era stato approvato dalla Camera il 16 luglio con 217 voti favorevoli, 152 contrari e due astensioni ed era quindi passato al Senato.
A Palazzo Madama la commissione Affari costituzionali non è riuscita a terminare l’esame degli emendamenti entro i tempi stabiliti. Per questo il provvedimento è approdato in Aula senza mandato al relatore, nella versione trasmessa dalla Camera.
La conseguenza è particolarmente importante per le preferenze. L’emendamento unitario del centrodestra era già stato approvato dalla commissione del Senato il 3 settembre, ma non essendo stato concluso formalmente l’esame del provvedimento la modifica deve essere nuovamente votata dall’Assemblea di Palazzo Madama.
Se il Senato approverà anche una sola modifica rispetto al testo licenziato a luglio da Montecitorio, la legge dovrà necessariamente tornare alla Camera. Ed è proprio per questa eventuale terza lettura che è stata riservata la data del 28 settembre.
L’obiettivo politico della maggioranza è arrivare all’approvazione definitiva in tempi rapidi, anche perché il nuovo sistema elettorale potrebbe diventare uno dei passaggi decisivi in vista della conclusione della legislatura.
Il cuore della riforma: premio di maggioranza con almeno il 42%
L’impianto principale della nuova legge è relativamente semplice. I collegi uninominali del Rosatellum vengono superati e i seggi vengono distribuiti con un sistema sostanzialmente proporzionale nei collegi plurinominali.
A questa ripartizione viene però aggiunto un premio di governabilità.
La lista o la coalizione che arriva prima sia alla Camera sia al Senato e ottiene almeno il 42% dei voti validi in entrambe le Camere riceve un premio fisso di 70 deputati e 35 senatori.
Il premio non può tuttavia produrre una maggioranza illimitata. Il testo stabilisce un tetto massimo di 220 seggi alla Camera e 113 al Senato, esclusi gli eletti nella circoscrizione Estero.
Questo significa che il premio non assegna automaticamente alla coalizione vincente una percentuale fissa del Parlamento: i 70 e i 35 seggi vengono aggiunti alla rappresentanza proporzionale entro il limite massimo stabilito dalla legge.
L’obiettivo dichiarato dalla maggioranza è conciliare due esigenze: mantenere una rappresentanza sostanzialmente proporzionale dei partiti e contemporaneamente favorire la formazione di una maggioranza parlamentare stabile.
Se nessuno arriva al 42%, niente premio
Uno dei passaggi più importanti riguarda ciò che accade quando nessuna coalizione raggiunge la soglia.
Se il primo schieramento rimane sotto il 42%, il premio di governabilità non viene assegnato e tutti i seggi vengono distribuiti con metodo proporzionale.
La stessa cosa accade se il risultato delle due Camere è differente. Per ottenere il premio una coalizione deve infatti risultare prima sia alla Camera sia al Senato e superare la soglia prevista in entrambi i rami del Parlamento.
Se, per esempio, una coalizione ottenesse il 43% alla Camera ma soltanto il 41% al Senato, non scatterebbe alcun premio.
È uno dei correttivi inseriti durante l’iter della riforma anche per ridurre il rischio che Camera e Senato producano maggioranze politiche differenti.
Tramonta definitivamente il ballottaggio
Dal progetto iniziale è invece praticamente scomparsa l’ipotesi del ballottaggio.
La prima versione della riforma prevedeva un secondo turno qualora nessuno avesse raggiunto la soglia necessaria per ottenere il premio. L’idea era quella di far confrontare al ballottaggio le principali coalizioni e garantire comunque la formazione di una maggioranza.
Il meccanismo aveva però provocato forti dubbi politici e costituzionali ed era stato progressivamente accantonato.
Negli ultimi confronti tra gli sherpa del centrodestra l’ipotesi è stata definitivamente messa da parte. Rimane quindi la regola più semplice: 42% e premio, sotto il 42% proporzionale puro.
La stessa maggioranza ha respinto anche il tentativo di abbassare al 41% la soglia necessaria per ottenere il premio. Forza Italia, in particolare, ha insistito perché rimanesse fermo il livello del 42%.
Il vero nodo sono le preferenze
È però il sistema di scelta dei parlamentari ad avere provocato la frattura più evidente all’interno del centrodestra.
Il testo approvato dalla Camera a luglio mantiene infatti le liste bloccate: l’elettore sceglie il partito, ma l’ordine dei candidati è stabilito preventivamente dalle forze politiche.
Fratelli d’Italia ha insistito fin dall’inizio per introdurre almeno parzialmente le preferenze. Dopo settimane di trattative con Lega e Forza Italia, a luglio era stato raggiunto un compromesso sostenuto anche da Noi Moderati e Udc.
La soluzione era questa: il primo candidato resta scelto direttamente dal partito, mentre sugli altri l’elettore può esprimere fino a tre preferenze.
Il 14 luglio, tuttavia, quando la proposta arrivò al voto della Camera, accadde l’imprevisto.
Nonostante il parere favorevole del governo e della maggioranza, lo scrutinio segreto produsse 187 sì e 188 no.
Un solo voto di differenza.
La sconfitta di luglio e i franchi tiratori
Quella votazione diventò immediatamente un caso politico. Giorgia Meloni aveva personalmente sostenuto la necessità di introdurre le preferenze e il centrodestra aveva ufficialmente trovato un accordo, ma il voto segreto mostrò che una parte della maggioranza non condivideva realmente la soluzione.
I sospetti si concentrarono soprattutto su settori della Lega e di Forza Italia, i due partiti che fino all’ultimo avevano mostrato maggiori perplessità.
Dai tabulati risultò inoltre che alcuni deputati della maggioranza non avevano preso parte alla votazione. Ma, trattandosi di scrutinio segreto, non fu possibile stabilire quanti parlamentari del centrodestra avessero materialmente votato contro.
La presidente del Consiglio reagì duramente parlando della vittoria della «palude», mentre Ignazio La Russa indicò immediatamente la possibilità di ripresentare la modifica al Senato.
È esattamente quello che è accaduto.
Come funzionerebbero le tre preferenze
Il nuovo emendamento presentato al Senato è firmato da esponenti delle diverse componenti della maggioranza e rappresenta il compromesso raggiunto dopo lo scontro di luglio.
Ogni lista presenterebbe in ciascun collegio plurinominale sette candidati complessivi.
Il primo sarebbe il capolista bloccato: verrebbe quindi eletto secondo l’ordine stabilito dal partito e l’elettore non potrebbe esprimere una preferenza nei suoi confronti.
Per gli altri sei candidati sarebbe invece possibile indicare fino a tre preferenze, apponendo una croce accanto ai nomi già presenti sulla scheda.
In caso di più preferenze, queste dovrebbero riguardare candidati di sesso diverso. Se l’elettore esprimesse la seconda e la terza preferenza senza rispettare questa regola, quelle ulteriori indicazioni verrebbero annullate secondo l’ordine previsto dalla lista.
I candidati sarebbero inoltre collocati nella lista secondo un’alternanza di genere, compreso il capolista.
Perché il capolista resta bloccato
È proprio qui che nasce una delle principali critiche rivolte alla riforma.
Fratelli d’Italia avrebbe preferito un sistema con un peso maggiore delle preferenze, mentre gli alleati hanno difeso la possibilità per i partiti di garantire l’elezione di determinate candidature.
Il compromesso consiste quindi nel mantenere un candidato protetto dal voto di preferenza.
Il centrodestra sostiene che questa soluzione permetta ai cittadini di incidere sulla maggior parte degli eletti e contemporaneamente consenta ai partiti di assicurare la presenza in Parlamento di personalità politiche, tecniche o istituzionali che potrebbero avere difficoltà in una competizione basata esclusivamente sulle preferenze.
Le opposizioni contestano invece proprio questo punto e parlano di «finte preferenze», perché il candidato collocato in prima posizione continuerebbe ad avere una corsia privilegiata rispetto agli altri.
La questione diventa ancora più rilevante nei collegi dove una lista ottiene un solo seggio: in quel caso, infatti, potrebbe essere eletto esclusivamente il capolista e tutte le preferenze espresse per gli altri candidati rischierebbero concretamente di non produrre alcun effetto.
Tre categorie diverse di candidati
Il nuovo sistema produrrebbe inoltre una struttura elettorale piuttosto complessa.
Ci sarebbero innanzitutto i capilista bloccati nei collegi plurinominali. Poi i candidati sottoposti alle preferenze degli elettori. Infine ci sarebbero i candidati dei listini circoscrizionali utilizzati per attribuire i seggi del premio di governabilità.
Anche per questi ultimi la scelta rimarrebbe sostanzialmente nelle mani dei partiti.
Il testo prevede infatti che i 70 deputati e i 35 senatori del premio vengano individuati attraverso apposite liste circoscrizionali. Chi compare nel listino del premio deve essere candidato anche in un collegio plurinominale della stessa circoscrizione come capolista.
È uno degli argomenti utilizzati dalle opposizioni per sostenere che l’introduzione delle preferenze non elimini affatto il potere dei partiti nella selezione degli eletti.
Restano le soglie del 3% e del 10%
Sul fronte delle soglie di sbarramento l’impianto rimane in larga parte quello già conosciuto con il Rosatellum.
Per accedere alla distribuzione dei seggi una lista deve raggiungere almeno il 3% dei voti nazionali, mentre una coalizione deve superare il 10%.
È previsto inoltre un meccanismo di ripescaggio: all’interno di ogni coalizione può essere ammessa alla distribuzione dei seggi anche la lista che ha ottenuto il risultato migliore tra quelle rimaste sotto il 3%.
Proprio il ruolo dei piccoli partiti ha aperto un altro fronte di trattativa nella maggioranza.
Nel testo approvato dalla Camera era stata rafforzata una norma cosiddetta anti-frammentazione, che impediva ai voti di alcune liste sotto il 3% di contribuire al risultato complessivo della coalizione necessario anche per raggiungere il 42%.
Al Senato il centrodestra sta però rivalutando questa scelta e appare orientato a mantenere maggiori garanzie per i partiti minori.
È un dettaglio tecnico che nasconde un problema molto politico: per una coalizione che deve raggiungere il 42%, anche uno o due punti raccolti dalle formazioni più piccole possono diventare decisivi.
Sulla scheda anche il nome del candidato premier
La riforma introduce poi un’altra novità significativa.
Al momento della presentazione delle liste, ogni coalizione dovrà depositare un programma comune e il nome della persona che intende proporre al presidente della Repubblica come presidente del Consiglio.
Non si tratta però dell’elezione diretta del premier.
Il nome non elimina infatti le prerogative costituzionali del capo dello Stato, che restano espressamente salvaguardate dal testo. L’articolo 92 della Costituzione continua ad attribuire al presidente della Repubblica la nomina del presidente del Consiglio.
La misura ha quindi soprattutto un forte valore politico: prima del voto gli elettori saprebbero quale candidato ogni schieramento intende indicare per Palazzo Chigi.
È anche il motivo per cui le opposizioni accusano la maggioranza di voler introdurre indirettamente alcuni elementi del progetto di premierato attraverso la legge elettorale.
Arriva anche il voto per i fuorisede
Tra le modifiche approvate alla Camera c’è anche l’introduzione strutturale del voto per gli elettori fuorisede, una questione discussa da anni e sperimentata negli ultimi appuntamenti elettorali.
Il sistema permetterebbe a chi vive temporaneamente lontano dal proprio Comune di residenza per un periodo sufficientemente lungo di votare senza essere costretto a tornare nel luogo di iscrizione elettorale.
La norma riguarda in particolare studenti e lavoratori, oltre a chi si trova lontano da casa per motivi di cura.
Al Senato si sta discutendo anche della possibilità di allargare ulteriormente questa disciplina ai caregiver, cioè alle persone che assistono familiari non autosufficienti.
La circoscrizione Estero viene ridisegnata
Cambierebbe anche il sistema per gli italiani residenti all’estero.
Alla Camera le attuali quattro ripartizioni geografiche della circoscrizione Estero diventerebbero due: Europa e resto del mondo.
Al Senato, invece, si passerebbe a un’unica ripartizione mondiale.
Il numero complessivo dei parlamentari eletti all’estero non viene modificato, ma cambia la dimensione geografica delle circoscrizioni nelle quali vengono distribuiti i seggi.
Una legge elettorale pensata soprattutto per la governabilità
Il progetto costruito dal centrodestra cerca quindi di risolvere uno dei problemi storici del sistema politico italiano: conciliare rappresentanza e stabilità.
Con il proporzionale ogni partito mantiene una rappresentanza sostanzialmente legata ai voti ricevuti. Con il premio da 70 deputati e 35 senatori, invece, una coalizione sufficientemente forte può ottenere un vantaggio che dovrebbe consentirle di governare.
Il punto politicamente decisivo è proprio quel 42%.
Con una soglia tanto alta, i partiti vengono incentivati a formare coalizioni prima delle elezioni. Ma se nessuno riesce a raggiungerla, il risultato torna completamente proporzionale e la formazione della maggioranza deve essere negoziata in Parlamento dopo il voto.
La legge, quindi, non garantisce in ogni caso un vincitore.
Garantisce un vantaggio solo a chi riesce a presentarsi agli elettori con una coalizione già abbastanza larga da raccogliere oltre quattro voti su dieci.
Il 28 settembre può tornare la prova dei franchi tiratori
Ed è per questo che la terza lettura alla Camera può diventare politicamente molto delicata.
A Palazzo Madama il centrodestra è riuscito almeno in commissione a ricompattarsi sulle preferenze. L’emendamento è stato sottoscritto da rappresentanti di Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia e delle forze centriste della coalizione.
Ma Montecitorio è esattamente il luogo nel quale, meno di due mesi fa, lo stesso compromesso è stato affondato.
Se il Senato approverà la modifica, la Camera dovrà esprimersi nuovamente sul testo dal 28 settembre. E il nodo non sarà più soltanto tecnico.
Il centrodestra dovrà dimostrare che la frattura di luglio è stata realmente ricomposta.
Per Giorgia Meloni l’introduzione delle preferenze è diventata anche una questione politica: dopo avere attribuito la sconfitta di luglio ai franchi tiratori e alla «palude», una seconda bocciatura avrebbe un significato molto più pesante.
Per questo il prossimo passaggio parlamentare sarà seguito con particolare attenzione.
La nuova legge elettorale nasce con l’obiettivo dichiarato di produrre maggioranze più stabili. Prima di arrivare al voto degli italiani, però, dovrà dimostrare di avere una maggioranza sufficientemente stabile già in Parlamento.
