Per quattro giorni la Nato ha simulato qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe apparso difficilmente immaginabile: isolare militarmente Kaliningrad, neutralizzarne radar e comunicazioni e dimostrare alla Russia di poter intervenire rapidamente nel Baltico senza oltrepassare i suoi confini. L’operazione è cominciata quasi senza preavviso il 18 agosto e si è conclusa nella notte del 21, coinvolgendo forze aeree, navali e terrestri di diversi Paesi dell’Alleanza. Non sarebbe stata una normale esercitazione programmata, ma una vera dimostrazione di deterrenza dopo che l’intelligence occidentale avrebbe raccolto indicazioni sulla possibilità che Mosca volesse mettere alla prova la tenuta della Nato con una provocazione armata nell’area baltica.
L’operazione assume un significato ancora maggiore alla luce di quanto accaduto subito dopo. Vladimir Putin ha parlato degli attacchi ucraini contro la Russia come dell’apertura di un «vaso di Pandora», mentre il direttore della Cia John Ratcliffe è volato a Mosca per incontrare Sergey Naryshkin, capo dell’intelligence estera russa. Diplomazia e dimostrazione di forza sembrano così essere state utilizzate contemporaneamente: da una parte mostrare al Cremlino cosa potrebbe accadere in caso di escalation nel Baltico, dall’altra mantenere aperto un canale diretto tra gli apparati americani e russi.
Perché Kaliningrad è uno dei punti più delicati d’Europa
Kaliningrad rappresenta una delle anomalie geografiche e strategiche più importanti del continente. È un’exclave russa affacciata sul Baltico e separata dal resto della Federazione, stretta tra Polonia e Lituania, entrambe appartenenti alla Nato e all’Unione europea. La regione costituisce da anni una delle principali piattaforme militari russe rivolte verso l’Europa.
Mosca vi ha concentrato installazioni militari, sistemi di difesa aerea e capacità missilistiche che rendono l’exclave fondamentale nella strategia russa sul Baltico. In un eventuale confronto con la Nato, Kaliningrad potrebbe contemporaneamente rappresentare una minaccia per le forze alleate e trovarsi in una posizione estremamente vulnerabile proprio a causa del suo isolamento geografico.
A poca distanza si trova inoltre il corridoio di Suwałki, la stretta fascia terrestre tra Polonia e Lituania che collega via terra i Paesi baltici al resto del territorio Nato. Dall’altra parte del corridoio si trova la Bielorussia, principale alleato militare di Mosca nella regione.
È per questo che qualsiasi movimento intorno a Kaliningrad viene seguito con particolare attenzione sia dal Cremlino sia dai comandi occidentali.
L’allarme dell’intelligence e la decisione della Nato
Secondo la ricostruzione pubblicata da Repubblica, alla base dell’esercitazione ci sarebbero informazioni raccolte dall’intelligence occidentale. Mosca avrebbe valutato una provocazione armata oltre i propri confini per verificare la coesione dell’Alleanza Atlantica, partendo dalla convinzione che Donald Trump avrebbe potuto evitare un intervento diretto.
È un’ipotesi estremamente delicata, perché una provocazione contro uno Stato baltico potrebbe chiamare direttamente in causa l’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico, secondo cui un attacco armato contro un membro dell’Alleanza viene considerato un attacco contro tutti.
La risposta scelta dalla Nato sarebbe stata quindi preventiva e dimostrativa: non colpire la Russia, non entrare nel suo spazio aereo o nelle sue acque, ma mostrare concretamente quali capacità potrebbero essere mobilitate qualora Mosca decidesse di oltrepassare la linea.
Caccia invisibili sui radar, navi e mezzi corazzati
Una caratteristica dell’operazione è stata la gestione deliberata della sua visibilità. I velivoli cisterna e gli aerei radar avrebbero mantenuto accesi i propri transponder, rendendo possibile osservarne almeno in parte i movimenti. Tra i tanker impegnati nell’esercitazione ce n’era anche uno italiano.
Molto diverso il comportamento dei caccia. I loro segnalatori sono rimasti spenti e, secondo quanto riportato, potrebbero essere stati decine gli aerei da combattimento impiegati contemporaneamente. All’attività nei cieli si sono aggiunti movimenti navali e manovre di reparti corazzati a terra. Tutto sarebbe avvenuto senza violare i confini aerei, marittimi o terrestri della Federazione Russa.
La dimostrazione aveva quindi una doppia platea. Da una parte il Cremlino, che dispone degli strumenti necessari per comprendere la dimensione reale del dispositivo militare schierato. Dall’altra l’opinione pubblica, alla quale veniva lasciata intravedere soltanto una parte dell’operazione.
La simulazione dell’assedio di Kaliningrad
Il fulcro dell’esercitazione è stato l’isolamento virtuale dell’exclave russa. Sul terreno, soldati polacchi hanno simulato il blocco delle vie d’accesso utilizzando anche cavalli di frisia, le barriere metalliche impiegate per impedire o rallentare il passaggio di mezzi.
Ma l’elemento più significativo dell’operazione non sarebbe stato quello fisico. La Nato ha soprattutto mostrato la capacità di condurre una sorta di assedio elettronico, impiegando sistemi destinati a disturbare radar, comunicazioni militari e sensori delle armi russe.
Nella guerra contemporanea isolare un territorio non significa necessariamente circondarlo con soldati. Significa anche impedire alle sue unità militari di comunicare efficacemente, degradare la capacità dei radar di individuare gli obiettivi e interferire con i sistemi elettronici utilizzati dalle armi.
È precisamente questo il tipo di scenario che sarebbe stato simulato intorno a Kaliningrad.
Il debutto dell’EA-37B Compass Call
Particolarmente rilevante sarebbe stato l’impiego da parte del Pentagono dell’EA-37B Compass Call, uno dei più moderni sistemi americani per la guerra elettronica. Secondo la ricostruzione, sarebbe stata la prima volta che il nuovo velivolo veniva schierato in un’operazione di questo tipo nell’area.
Il Compass Call è progettato per interferire con le comunicazioni e i sistemi elettronici avversari. Non si limita quindi a un semplice disturbo delle frequenze: la sua funzione è degradare le capacità di comando, controllo e coordinamento dell’avversario, intervenendo sullo spettro elettromagnetico.
In uno scenario come quello di Kaliningrad, un sistema del genere assumerebbe un’importanza particolare. La fortezza russa basa una parte significativa della propria capacità di deterrenza proprio sulla rete integrata di radar, difese aeree, comunicazioni e sistemi missilistici.
La dimostrazione della capacità di degradare quella rete rappresenta quindi un messaggio strategico molto più forte della semplice presenza di alcuni caccia nei cieli del Baltico.
La deterrenza: mostrare la forza senza utilizzarla
L’intera operazione sembra rispondere alla logica classica della deterrenza: convincere l’avversario che il costo di una determinata azione sarebbe superiore a qualsiasi possibile vantaggio.
È una strategia che alterna necessariamente diplomazia e forza. L’obiettivo non è arrivare allo scontro, ma mostrare abbastanza capacità e determinazione da renderlo sconveniente per l’altra parte.
Il precedente ricordato nella ricostruzione è quello del novembre 2021, quando migliaia di mezzi russi erano già schierati vicino all’Ucraina. L’allora direttore della Cia William Burns raggiunse Mosca per avvertire il Cremlino delle conseguenze di un’invasione. La missione diplomatica non riuscì a impedire l’attacco del febbraio successivo.
Cinque anni dopo Washington sembra voler accompagnare il dialogo con qualcosa di molto più visibile: una dimostrazione concreta delle capacità militari occidentali.
Putin risponde con il «vaso di Pandora»
L’esercitazione si è conclusa nella notte di venerdì 21 agosto. Il giorno successivo Vladimir Putin ha pronunciato parole che nei comandi occidentali sono state interpretate con grande attenzione.
Parlando degli attacchi ucraini sul territorio russo, il presidente ha affermato che avrebbero «scoperchiato il vaso di Pandora». Il riferimento mitologico richiama l’apertura del contenitore dal quale si liberano tutti i mali e, proprio per la scelta insolita dell’espressione, è stato interpretato come un possibile avvertimento sull’allargamento dello scontro.
Non è seguita un’indicazione precisa su cosa intendesse fare Mosca. Ma le parole sono arrivate immediatamente dopo la grande esercitazione Nato e mentre gli attacchi tra Russia e Ucraina continuavano ad aumentare d’intensità.
Poi il capo della Cia è volato a Mosca
Due giorni più tardi è entrata in azione l’altra componente della deterrenza: la diplomazia riservata. Il 24 agosto il direttore della Cia John Ratcliffe ha attraversato l’Atlantico e il giorno successivo è arrivato a Mosca con il C-17 militare che aveva inizialmente alimentato un vero giallo internazionale.
Ora è noto anche il suo interlocutore: Sergey Naryshkin, direttore dell’Svr, il servizio di intelligence estera della Federazione Russa. Naryshkin è uno degli uomini che lavorano accanto a Putin da più tempo e guida gli 007 internazionali russi dal 2016.
Lo stesso Naryshkin ha successivamente confermato il colloquio, limitandosi a spiegare che sono state discusse «una serie di questioni che ricadono nelle competenze degli apparati di intelligence». Il contenuto resta riservato.
Il messaggio americano: gli alleati verranno difesi
Secondo il Wall Street Journal, durante i contatti sarebbe stato trasmesso a Mosca un messaggio particolarmente netto: gli Stati Uniti proteggeranno i propri alleati in caso di aggressione. La visita del capo della Cia assumerebbe così un significato direttamente collegato alla dimostrazione militare avvenuta pochi giorni prima nel Baltico.
Altre fonti citate nella ricostruzione indicano però anche una possibile via di de-escalation. Washington avrebbe prospettato una mediazione per ridurre gli attacchi ucraini contro le raffinerie russe in cambio della cessazione dei raid di Mosca contro porti, navi e centrali elettriche ucraine. Anche questa ricostruzione non risulta confermata ufficialmente dalle parti.
Il quadro che emerge è comunque quello di un doppio messaggio: gli Stati Uniti sarebbero disposti a lavorare per contenere l’escalation, ma contemporaneamente intenderebbero chiarire che un eventuale attacco contro un alleato Nato provocherebbe una risposta.
Lukashenko arriva a sorpresa al Cremlino
Ad aumentare ulteriormente la tensione è arrivato un altro movimento inatteso. Alexander Lukashenko ha raggiunto il Cremlino per una visita non programmata, mentre da tempo l’intelligence ucraina segnala la possibilità di nuove operazioni russe attraverso il territorio della Bielorussia.
Non ci sono elementi sufficienti per collegare automaticamente la visita del presidente bielorusso a una specifica operazione militare. Il suo arrivo assume però inevitabilmente rilievo in una fase nella quale i comandi Nato stanno osservando con particolare attenzione sia il Baltico sia il fianco orientale dell’Alleanza.
Nelle stesse ore la guerra continua infatti a intensificarsi. Missili balistici russi hanno colpito Kiev, alcuni intercettati dai sistemi Patriot appena consegnati dagli Stati Uniti, mentre droni ucraini hanno continuato ad attaccare infrastrutture e siti industriali in territorio russo. Uno Storm Shadow britannico avrebbe inoltre distrutto un comando russo nel Donbass, provocando nuove minacce di Mosca contro Londra.
Il vero timore della Nato è il Baltico
Il dato più significativo riguarda proprio la natura delle preoccupazioni occidentali. Secondo la ricostruzione, Washington non avrebbe condiviso con gli alleati tutti gli elementi concreti raccolti dalla propria intelligence, comunicando però uno stato di allerta elevato. I timori non riguarderebbero principalmente l’impiego di armi nucleari tattiche: il punto più delicato sarebbe il Baltico.
È qui che si comprende pienamente il significato dell’esercitazione intorno a Kaliningrad. L’Alleanza non avrebbe simulato un assedio della regione russa per preparare un attacco, ma per dimostrare preventivamente di possedere uomini, mezzi e superiorità tecnologica sufficienti a reagire a un’eventuale provocazione contro il proprio fianco nord-orientale.
La differenza è fondamentale. La deterrenza funziona soltanto se l’avversario ritiene credibile sia la capacità sia la volontà di reagire.
Una partita pericolosissima tra forza e diplomazia
Quanto accaduto tra il 18 e il 27 agosto mostra quindi una sequenza impressionante: prima la grande esercitazione Nato nel Baltico, poi le parole di Putin sul «vaso di Pandora», quindi la missione riservata del direttore della Cia a Mosca e il colloquio con il capo dell’Svr, mentre sul terreno Russia e Ucraina continuano ad aumentare la pressione reciproca.
Non ci sono elementi per affermare che un attacco russo contro un Paese Nato sia imminente. La stessa linea ufficiale dell’Alleanza rimane improntata a evitare allarmismi. Ma il livello di attenzione dei comandi occidentali appare molto elevato.
La partita si sta giocando su un confine estremamente sottile: mostrare a Putin che la Nato è pronta senza convincerlo che la Nato stia preparando un’aggressione. È il principio stesso della deterrenza, ma applicato nel momento probabilmente più pericoloso nei rapporti tra Russia e Occidente dalla fine della Guerra fredda.
E al centro di questa partita c’è ancora una volta Kaliningrad, piccola exclave russa sul Baltico trasformata in una gigantesca fortezza militare e ora utilizzata dalla Nato per mandare al Cremlino un messaggio che Mosca difficilmente può non aver compreso: se il Baltico dovesse diventare il prossimo terreno della crisi, l’Alleanza vuole dimostrare di essere già pronta.

