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RISCHIO ESCALATION

Iran, Khamenei sfida Trump: «Se ci attaccate, risposta senza confini»

Teheran avverte Washington mentre cresce il timore di una nuova offensiva dopo il voto di midterm americano. Rubio parla di diplomazia, ma nell’amministrazione restano divisioni sulla strategia da seguire. I mediatori lavorano per riaprire il negoziato ed evitare un’escalation nel Golfo.

La tensione tra Stati Uniti e Iran torna a salire. Mentre a Washington si valutano le possibili conseguenze delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, da Teheran arriva un messaggio diretto all’amministrazione americana: un nuovo attacco non resterebbe circoscritto al territorio iraniano.

La Guida suprema Mojtaba Khamenei ha avvertito che il suo Paese reagirebbe a qualsiasi minaccia «senza restrizioni geografiche», lasciando intendere che un eventuale conflitto potrebbe coinvolgere anche altri Paesi. La dichiarazione è stata pronunciata durante un incontro con i vertici militari iraniani, in una località che non è stata resa nota. Un segnale che si inserisce in un quadro già segnato dall’allarme lanciato dagli Stati Uniti ai Paesi del Golfo: una nuova operazione militare contro l’Iran non viene esclusa e potrebbe diventare un’opzione dopo il voto americano.

Il fattore elettorale e le mosse di Trump

La data delle elezioni di midterm è diventata così uno degli elementi che potrebbero influenzare le prossime decisioni della Casa Bianca. Il presidente Donald Trump, secondo le ricostruzioni circolate nelle ultime ore, non avrebbe ancora scelto se riprendere l’azione militare oppure puntare sulla via diplomatica. A ribadirlo è stato il segretario di Stato Marco Rubio, intervenuto ad Atlanta durante il G20 dei ministri degli Esteri: gli Stati Uniti, ha assicurato, restano disponibili a una soluzione negoziale.

Le rassicurazioni ufficiali non hanno però cancellato i timori. Una fonte americana citata da Axios sostiene che una sconfitta repubblicana alle elezioni potrebbe spingere Trump a una scelta particolarmente incisiva per reagire alle conseguenze politiche del voto. «Il momento migliore per arrivare a un accordo è ora», è il messaggio che, secondo la stessa fonte, verrebbe trasmesso agli interlocutori iraniani.

Tra gli scenari ipotizzati c’è quindi quello di un attacco già il 4 novembre, il giorno successivo alle elezioni, qualora il risultato fosse particolarmente negativo per i repubblicani. Si tratta, tuttavia, di una possibilità riportata da fonti e indiscrezioni, non di una decisione annunciata dalla Casa Bianca.

I costi della guerra dividono l’amministrazione

A rendere più complessa la scelta americana sono anche le conseguenze economiche e militari di un nuovo intervento. Le stime citate nella ricostruzione indicano in oltre 47 miliardi di dollari il costo sostenuto finora per la guerra. A questa cifra potrebbero aggiungersi fino a 15 miliardi di danni alle installazioni militari statunitensi in Medio Oriente provocati dagli attacchi iraniani.

All’interno dell’amministrazione non ci sarebbe una linea condivisa. Rubio e il capo del Pentagono Pete Hegseth guarderebbero con scetticismo alla possibilità di raggiungere un’intesa con l’attuale regime iraniano. Su una posizione diversa si collocherebbero il vicepresidente JD Vance e gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, favorevoli a riattivare il confronto diplomatico.

Anche il segretario al Tesoro Scott Bessent starebbe facendo pressione affinché Trump lasci tempo alla strategia economica contro Teheran di produrre effetti, senza riaprire immediatamente il fronte militare. La pressione finanziaria, nella sua prospettiva, potrebbe rappresentare un’alternativa a un nuovo ciclo di bombardamenti, con costi e conseguenze difficili da prevedere.

La lettera di Vance e il tentativo di riaprire il dialogo

In questo contesto si inserisce la lettera inviata da JD Vance a Mohsen Rezaei, segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano. Trump avrebbe autorizzato l’iniziativa, pur mantenendo riserve sulla possibilità che Teheran accetti condizioni considerate sufficienti dagli Stati Uniti.

Da parte iraniana, il messaggio è stato accolto come un possibile segnale di apertura. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, intervistato da Al Jazeera, ha definito la lettera un «passo positivo», perché potrebbe favorire «un dialogo e una comprensione più ampi». Parole che non equivalgono a un’intesa, ma che indicano la disponibilità di Teheran a valutare un percorso negoziale.

Restano infatti profonde le divergenze sulle condizioni per riprendere i colloqui. Washington chiede all’Iran concessioni sul programma nucleare prima di tornare al tavolo delle trattative. Teheran, invece, considera prioritari la fine del blocco navale americano e lo sblocco dei fondi iraniani congelati.

Il Qatar media, Israele osserva

Mentre Stati Uniti e Iran mantengono posizioni distanti, prosegue il lavoro dei mediatori regionali. Il Qatar è tornato a incontrare rappresentanti iraniani a Doha dopo una lunga sessione di confronto durata 14 ore venerdì. Al tavolo, per Teheran, è presente il ministro degli Esteri Araghchi. L’obiettivo è individuare un terreno comune che consenta di superare lo stallo e impedire che la crisi precipiti in una nuova fase militare.

Anche Israele segue con attenzione le prossime mosse di Washington. Dopo le elezioni dalle quali non è emersa una maggioranza chiara, un attacco americano contro l’Iran potrebbe avere conseguenze anche sugli equilibri politici israeliani. Secondo lo scenario delineato nella ricostruzione, un’escalation potrebbe favorire il primo ministro Benyamin Netanyahu, permettendogli di rafforzare il governo attraverso un esecutivo di unità nazionale, eventualmente aperto anche a Gadi Eisenkot. Una soluzione che potrebbe risultare gradita alla Casa Bianca, critica in più occasioni nei confronti delle posizioni dei ministri dell’estrema destra israeliana Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich.

Il lavoro diplomatico resta dunque l’ultima strada per evitare un allargamento del conflitto. I mediatori puntano a scongiurare nuovi attacchi contro le infrastrutture energetiche del Medio Oriente e a favorire la riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio internazionale. La minaccia lanciata da Khamenei mostra quanto sia alto il rischio: una nuova offensiva potrebbe non restare una guerra tra Washington e Teheran, ma trasformarsi in una crisi regionale con ripercussioni sull’economia mondiale.