Per anni l’Ucraina aveva trovato una risposta relativamente economica agli Shahed russi. Piccole squadre mobili, armate con mitragliatrici, cannoni e missili portatili, aspettavano che i droni volassero a bassa quota e li intercettavano prima che raggiungessero città e infrastrutture. Era diventato uno degli esempi più efficaci di adattamento tecnologico della guerra: contro un’arma relativamente economica non era necessario utilizzare sempre un costosissimo missile antiaereo.
Quel modello sta cominciando a saltare.
La Russia ha aumentato rapidamente l’impiego di una nuova generazione di droni Geran a propulsione a reazione, molto più veloci e capaci di volare a quote nettamente superiori rispetto agli Shahed tradizionali. Secondo l’Aeronautica ucraina, Kiev riesce oggi a intercettarne circa il 60%, contro percentuali superiori al 90% raggiunte contro le versioni precedenti. Non significa che le difese ucraine siano diventate improvvisamente inefficaci, ma che Mosca ha nuovamente modificato l’arma proprio per neutralizzare le contromisure sviluppate dal nemico.
È il seguito diretto della trasformazione industriale che abbiamo raccontato nei giorni scorsi analizzando l’espansione delle fabbriche russe di droni. Mosca non sta soltanto cercando di produrre più Geran. Sta cercando di produrne di migliori, più veloci e più difficili da abbattere.
Da 1.500 a 7.000 metri: la quota che cambia tutto
Reuters ha seguito nella regione di Kiev una delle unità mobili incaricate di proteggere il cielo ucraino. Uno degli operatori racconta che i vecchi Shahed volavano normalmente a uno o un chilometro e mezzo dal terreno, una quota alla quale i gruppi dotati di missili portatili potevano intervenire. I nuovi droni a reazione possono invece raggiungere quattro, cinque e persino sette chilometri di altezza.
A quella quota molti dei sistemi utilizzati dalle squadre mobili diventano inutilizzabili o molto meno efficaci. Cambia anche il tempo disponibile per reagire: con gli Shahed a elica gli operatori potevano avere diversi minuti per individuare il bersaglio, seguirne la traiettoria e preparare il tiro. Con le versioni a reazione, secondo le testimonianze raccolte da Reuters, rimangono talvolta soltanto pochi secondi.
La combinazione tra quota e velocità modifica quindi la natura stessa della minaccia. Il confine tra drone d’attacco e missile da crociera diventa progressivamente più sottile: il Geran conserva parte dei vantaggi economici e produttivi di un drone, ma acquisisce caratteristiche di volo che obbligano il difensore a utilizzare sistemi sempre più sofisticati.
Il dato che preoccupa Kiev: ne passa quattro su dieci
È il tasso di intercettazione a mostrare meglio il salto tecnologico. Yurii Ihnat, portavoce dell’Aeronautica ucraina, ha dichiarato che circa il 60% dei nuovi droni a reazione viene abbattuto, mentre contro le precedenti versioni a elica l’Ucraina era arrivata a intercettarne regolarmente più del 90%.
La differenza è enorme. Se cento droni tradizionali producevano teoricamente meno di dieci penetrazioni, cento nuovi velivoli potrebbero lasciarne passare circa quaranta. Naturalmente i dati reali variano a seconda dell’attacco, della zona interessata, delle esche impiegate e dei sistemi di difesa disponibili, ma il confronto indica chiaramente il problema.
E Mosca sta aumentando rapidamente l’impiego di questi sistemi. Secondo i dati citati da Reuters, nelle prime tre settimane di settembre la Russia avrebbe lanciato circa 2.100 droni d’attacco a reazione e 136 missili contro l’Ucraina. Ad agosto i droni di questa categoria sarebbero stati oltre 2.800. Le cifre provengono da fonti ucraine e vanno quindi attribuite come tali, ma sono coerenti con il forte aumento dell’impiego dei nuovi Geran osservato nelle ultime settimane.
Non attaccano più soltanto di notte
Anche la tattica è cambiata. Per lungo tempo le grandi ondate di Shahed arrivavano soprattutto durante la notte, quando l’oscurità rendeva più difficile l’individuazione visiva e costringeva la popolazione a trascorrere ore nei rifugi. Ora gli attacchi vengono distribuiti anche durante il giorno e per periodi molto più lunghi.
L’Institute for the Study of War rileva che dalla fine di agosto le forze russe stanno conducendo ondate quasi continue, soprattutto contro Kiev, senza necessariamente aumentare in modo proporzionale il numero complessivo di velivoli impiegati. Cambia la distribuzione nel tempo: invece di concentrare tutto in poche ore notturne, Mosca mantiene la pressione sulle difese per gran parte della giornata.
Questo produce un effetto che non compare facilmente nelle statistiche delle intercettazioni: l’usura degli uomini. Le squadre antiaeree devono rimanere operative per molte più ore, i radar restano accesi, gli equipaggi dei caccia devono essere pronti al decollo e le risorse vengono consumate continuamente.
Un operatore intervistato da Reuters lo riassume in maniera molto concreta: i droni arrivano ormai per tutta la giornata e gli uomini delle unità di difesa riescono a dormire sempre meno.
Il vero obiettivo può essere consumare la difesa
Non è necessario che ogni drone colpisca il bersaglio per essere utile alla strategia russa. Anche un Geran abbattuto può avere raggiunto parte del proprio scopo se ha costretto Kiev a utilizzare un intercettore costoso, far decollare un caccia o tenere impegnata per ore una batteria antiaerea.
È la stessa logica della saturazione che abbiamo visto con le versioni precedenti, ma con una differenza fondamentale: ora anche l’intercettazione economica sta diventando più difficile.
Quando un drone vola a bassa quota e lentamente può essere affrontato con mitragliatrici, cannoni antiaerei o piccoli gruppi mobili. Quando vola a centinaia di chilometri orari e a diversi chilometri d’altezza, aumenta la necessità di utilizzare missili terra-aria o aria-aria.
Ed è esattamente il tipo di munizionamento che l’Ucraina non può permettersi di consumare indefinitamente.
Fino a 550-600 chilometri orari
Le caratteristiche cambiano a seconda delle varianti. Fonti ucraine citate dall’ISW attribuiscono al Geran-4 velocità che possono arrivare intorno ai 550 chilometri orari, mentre il Geran-5 potrebbe raggiungere circa 600 km/h. Sono valori molto superiori a quelli degli Shahed a elica utilizzati nelle prime fasi della guerra.
Non siamo ancora necessariamente davanti a un missile da crociera tradizionale, ma la distanza tecnologica si sta riducendo. Ed è proprio questa zona intermedia a risultare interessante per Mosca: un sistema meno costoso di un missile ma sufficientemente veloce da costringere il nemico a difendersi quasi come se lo fosse.
Il vantaggio economico può diventare enorme quando gli attacchi vengono ripetuti centinaia o migliaia di volte.
La Russia sta imparando in settimane, non in anni
È probabilmente questo il punto più importante per comprendere ciò che sta accadendo. Un’analisi del Center for Strategic and International Studies descrive il programma Geran come una piattaforma in continua evoluzione: la Russia modifica navigazione, comunicazioni, carichi, propulsione e tattiche sulla base di ciò che accade sul campo.
Le modifiche vengono provate in combattimento. Quelle efficaci vengono standardizzate e prodotte su scala più ampia; quelle che non funzionano vengono abbandonate. Il ciclo di innovazione non viene più misurato necessariamente in anni, ma in settimane.
È una trasformazione importante anche per l’industria militare occidentale, tradizionalmente abituata a programmi di sviluppo molto più lunghi. Mosca sta utilizzando la guerra come laboratorio e contemporaneamente come mercato di prova della propria produzione.
Prima gli Shahed, poi le contromisure, adesso i jet
La sequenza racconta bene il meccanismo. Quando gli Shahed iraniani iniziarono a essere utilizzati in massa, rappresentavano un problema serio per l’Ucraina. Kiev sviluppò progressivamente reti di sensori, squadre mobili e sistemi di guerra elettronica che ne aumentarono drasticamente il tasso di abbattimento.
Mosca rispose modificando rotte, navigazione e sistemi di comunicazione. Poi aumentarono le esche. Successivamente arrivarono nuove configurazioni e una produzione russa sempre più autonoma. Ora la propulsione a reazione cerca di neutralizzare uno dei principali vantaggi della difesa ucraina: la possibilità di intercettare un bersaglio lento con mezzi relativamente semplici.
È una gara evolutiva. Ogni soluzione produce la contromisura che, a sua volta, produce una nuova soluzione.
Ora Mosca punta anche ai radar
La maggiore velocità rende i nuovi Geran adatti anche a bersagli differenti. L’ISW ha raccolto nelle ultime settimane indicazioni secondo cui le forze russe starebbero utilizzando droni a reazione anche contro radar e infrastrutture della difesa aerea ucraina, nel tentativo di aprire ulteriori varchi per gli attacchi successivi.
Le informazioni disponibili non consentono sempre di verificare indipendentemente quali radar siano stati effettivamente distrutti e quali obiettivi fossero eventualmente esche. Ma la logica militare è evidente: se il drone non serve soltanto a superare la difesa, ma viene utilizzato per distruggere la difesa stessa, l’effetto può accumularsi nel tempo.
Un radar eliminato oggi rende più difficile intercettare l’ondata di domani.
Ferrovie, porti e magazzini: cambia anche la scelta dei bersagli
Reuters rileva inoltre che negli ultimi mesi Mosca ha intensificato gli attacchi contro alcuni dei pilastri dell’economia ucraina: porti cerealicoli sul Mar Nero, ferrovie, industria siderurgica, logistica e grandi strutture commerciali. Centinaia di migliaia di metri quadrati di magazzini e immobili sarebbero stati distrutti.
Il dato va letto insieme alla situazione sul fronte terrestre. Quando l’avanzata militare rallenta, aumentare la pressione sulle retrovie può servire a indebolire la capacità economica e logistica dell’avversario senza necessariamente conquistare territorio.
Una ferrovia interrotta non appare sulla carta del fronte come un villaggio occupato. Ma può rallentare il trasporto di uomini, munizioni e merci per centinaia di chilometri.
Il problema dei Patriot non è l’unico
Quando si parla della difesa aerea ucraina l’attenzione si concentra spesso sui Patriot americani, indispensabili soprattutto contro i missili balistici. Ma utilizzare sistemi di quella categoria contro grandi quantità di droni sarebbe economicamente insostenibile.
Per questo Kiev ha costruito una difesa a strati: guerra elettronica, squadre mobili, cannoni, sistemi a corto raggio, droni intercettori, caccia e soltanto quando necessario i sistemi missilistici più sofisticati.
I Geran a reazione colpiscono proprio uno degli strati più economici di questa architettura, costringendo l’Ucraina a spostare l’intercettazione verso strumenti più costosi.
Ed è una delle ragioni per cui il passaggio dal 90 al 60% è molto più importante di quanto sembri.
La risposta ucraina: droni che abbattono altri droni
Kiev sta già cercando la contromisura successiva. Una delle soluzioni più promettenti sono i droni intercettori, piccoli velivoli progettati per raggiungere e distruggere i Geran prima che arrivino sul bersaglio.
L’Ucraina ha annunciato diversi test riusciti anche contro le versioni a reazione. Il problema, ancora una volta, è passare dal prototipo alla produzione di massa. Per fermare migliaia di droni russi non servono decine di intercettori: ne servono migliaia, disponibili ogni mese e distribuiti lungo un territorio enorme.
E qui entra in gioco la questione finanziaria.
Mancano 27 miliardi alla difesa ucraina
Secondo Reuters, Zelensky ha indicato per quest’anno un buco inatteso di circa 27 miliardi di dollari nei finanziamenti destinati alla difesa, dovuto all’aumento dei costi della guerra. Kiev sta discutendo con i partner occidentali su come colmarlo. :contentReference[oaicite:2]{index=2}
È una cifra che aiuta a capire perché la guerra dei droni sia anche una guerra economica. Non basta inventare tecnicamente un intercettore capace di abbattere un Geran. Bisogna poterlo costruire in quantità sufficiente, distribuirlo, addestrare gli operatori e sostituire continuamente quelli utilizzati.
Mosca sta cercando di aumentare contemporaneamente quantità e qualità dell’attacco. Kiev deve riuscire a fare lo stesso con la difesa.
Il collegamento con la nuova fabbrica di Alabuga
È qui che i due approfondimenti si incontrano.
Nei giorni scorsi abbiamo raccontato i documenti ottenuti da Politico sull’espansione dello stabilimento russo di Alabuga-Volokno. Il progetto prevede fino a 500 tonnellate aggiuntive di fibra di carbonio all’anno, materiale essenziale per le strutture dei Geran. Secondo una stima dell’esperto David Albright, quella capacità potrebbe fornire materiale sufficiente per circa 28mila cellule di Shahed/Geran aggiuntive ogni anno.
Quell’inchiesta raccontava la quantità.
I nuovi Geran a reazione raccontano la qualità.
Ed è la combinazione delle due cose a rendere il fenomeno strategicamente importante: una Russia capace non soltanto di costruire molti più droni, ma di modificarli continuamente per renderli più difficili da fermare.
Non è più soltanto un problema ucraino
L’Europa dovrebbe osservare con attenzione questa evoluzione perché la lezione va ben oltre il conflitto attuale. Le difese aeree dei Paesi NATO sono state costruite soprattutto per affrontare aerei e missili molto più costosi. Una minaccia composta da migliaia di sistemi relativamente economici, veloci e continuamente modificabili pone un problema differente.
La domanda non è soltanto se l’Europa possieda missili capaci di abbatterli. Naturalmente li possiede. La domanda è quanto costerebbe abbatterne migliaia e per quanto tempo sarebbe possibile sostenere quel ritmo.
È la stessa asimmetria che l’Ucraina sta sperimentando oggi.
La guerra del futuro si decide anche nelle fabbriche
La trasformazione dei Geran conferma una lezione che emerge con sempre maggiore chiarezza dal conflitto ucraino: la superiorità militare non dipende soltanto dalla qualità di una singola arma, ma dalla capacità di produrla, modificarla e sostituirla rapidamente. La Russia ha costruito negli ultimi anni un apparato industriale capace di aumentare enormemente il numero dei droni disponibili e contemporaneamente di svilupparne nuove versioni quando le difese ucraine diventano più efficaci.
È esattamente ciò che sta accadendo con i modelli a reazione. Le squadre mobili che avevano contribuito a rendere sempre meno efficaci gli Shahed tradizionali si trovano ora davanti a un bersaglio che vola più in alto e più velocemente. Secondo il portavoce dell’Aeronautica ucraina Yurii Ihnat, Kiev riesce a intercettare circa il 60% dei droni a reazione, mentre con le precedenti versioni a elica il tasso di intercettazione aveva superato il 90%. La differenza è enorme e dimostra quanto rapidamente possa cambiare l’equilibrio tra un’arma e la contromisura costruita per neutralizzarla. :contentReference[oaicite:0]{index=0}
La Russia sta cercando il punto debole delle difese ucraine
La logica è quella dell’adattamento continuo. Per molto tempo i Geran tradizionali hanno volato relativamente bassi e lentamente. L’Ucraina ha quindi costruito una rete di gruppi mobili dotati di mitragliatrici, cannoni e missili portatili, molto meno costosi dei grandi sistemi antiaerei. Questa soluzione aveva permesso di conservare Patriot e altri intercettori avanzati per le minacce più pericolose, come missili balistici e da crociera.
I nuovi droni modificano il problema. Reuters ha raccolto la testimonianza di un operatore ucraino secondo il quale gli Shahed tradizionali volavano spesso a uno o un chilometro e mezzo di quota, mentre le versioni a reazione possono raggiungere quattro, cinque e persino sette chilometri. A quelle altitudini molte squadre mobili non dispongono più degli strumenti necessari per intercettarli. :contentReference[oaicite:1]{index=1}
Anche il tempo di reazione cambia drasticamente. Con i modelli precedenti gli operatori potevano avere alcuni minuti per individuare la traiettoria, prepararsi e tentare l’intercettazione. Con i droni più veloci la finestra può ridursi a pochi secondi. A questo si aggiunge un’altra modifica tattica: la Russia non concentra più necessariamente i lanci nelle ore notturne, ma utilizza i droni durante l’intera giornata, aumentando la pressione continua sulle unità di difesa. :contentReference[oaicite:2]{index=2}
Tra drone e missile da crociera il confine si assottiglia
È proprio la combinazione tra velocità, quota e costo a rendere particolarmente interessante questa nuova generazione di armi. I droni a reazione sono più costosi degli Shahed tradizionali a elica, ma secondo Reuters rimangono meno costosi dei missili da crociera. :contentReference[oaicite:3]{index=3}
Per Mosca significa poter occupare una fascia intermedia particolarmente utile: un’arma più difficile da intercettare rispetto al drone kamikaze tradizionale, ma sufficientemente economica da poter essere impiegata in quantità molto maggiori rispetto ai missili da crociera più sofisticati.
Per Kiev il dilemma è speculare. Se per distruggere un drone relativamente economico diventa necessario utilizzare un intercettore molto più costoso, la Russia può trasformare la disparità economica in una strategia di logoramento. Non deve necessariamente superare ogni volta la difesa ucraina: può costringerla a consumare risorse più rapidamente di quanto riesca a sostituirle.
Mosca colpisce sempre più l’economia ucraina
Anche la scelta degli obiettivi sta cambiando. Secondo la ricostruzione di Reuters, negli ultimi mesi la Russia ha colpito sistematicamente porti cerealicoli sul Mar Nero, ferrovie, strutture logistiche, industrie siderurgiche, magazzini e altre infrastrutture economiche. Centinaia di migliaia di metri quadrati di immobili commerciali e depositi sarebbero stati distrutti e gli attacchi hanno iniziato a incidere anche sulla distribuzione di alimenti, medicinali e altri beni essenziali. :contentReference[oaicite:4]{index=4}
La nuova campagna aerea sembra quindi avere un obiettivo più ampio della distruzione di singoli bersagli militari. Colpire la logistica significa rendere più difficile il funzionamento quotidiano dell’intero Paese, aumentando i costi economici della guerra e costringendo Kiev a distribuire le proprie difese su un territorio enorme. Una centrale, una ferrovia, un porto, un deposito o un centro logistico possono trovarsi a centinaia di chilometri dal fronte, ma diventare comunque parte della battaglia.
Reuters osserva che questo cambiamento tattico è avvenuto mentre l’avanzata terrestre russa ha incontrato maggiori difficoltà. Anche l’Ucraina, parallelamente, ha intensificato i propri attacchi in profondità contro infrastrutture petrolifere, depositi di carburante e aziende russe collegate alla produzione militare. :contentReference[oaicite:5]{index=5}
L’inverno rende questa evoluzione ancora più pericolosa
È impossibile separare questa trasformazione dal calendario. L’Ucraina sta entrando in un altro inverno di guerra e la protezione delle infrastrutture energetiche torna a essere una delle priorità assolute. Proprio per questo Volodymyr Zelensky sta chiedendo agli alleati nuovi sistemi antiaerei e ulteriori intercettori.
Un Geran a reazione non sostituisce un missile balistico e non possiede necessariamente la stessa capacità distruttiva. Ma obbliga la difesa a occuparsi contemporaneamente di un’altra minaccia veloce e ad alta quota, sottraendo attenzione e risorse agli altri vettori utilizzati negli attacchi combinati.
È probabilmente questo il punto più importante. La Russia non deve scegliere necessariamente tra droni e missili. Può utilizzare insieme Shahed tradizionali, versioni a reazione, esche, missili da crociera e missili balistici, cercando di presentare alla difesa ucraina più problemi contemporaneamente di quanti sia possibile risolverne.
L’Ucraina prepara i droni che cacciano altri droni
Kiev sta già cercando una risposta. Una delle soluzioni considerate più promettenti è quella dei droni intercettori, velivoli relativamente economici progettati per inseguire e distruggere i droni d’attacco russi senza consumare missili antiaerei molto più costosi.
Le autorità ucraine hanno riferito di alcuni impieghi riusciti contro sistemi russi a reazione. Il problema, ancora una volta, è passare dalla soluzione tecnologica alla produzione di massa. Un prototipo che funziona non basta quando l’avversario può lanciare migliaia di bersagli ogni mese.
Ed è qui che la questione industriale ritorna centrale: chi riesce a produrre più velocemente e a costi inferiori può ottenere un vantaggio anche senza possedere la tecnologia più sofisticata.
Il vero limite ucraino adesso sono i soldi
Secondo Reuters, il problema immediato per Kiev è soprattutto finanziario. Zelensky ha annunciato un inatteso buco di circa 27 miliardi di dollari nei finanziamenti destinati alla difesa per quest’anno, legato all’aumento dei costi della guerra. L’Ucraina sta discutendo con i partner occidentali su come coprirlo. :contentReference[oaicite:6]{index=6}
Fedir Venislavskyi, parlamentare della maggioranza e membro della commissione per la sicurezza, ritiene che l’Ucraina possa trovare in tempi relativamente brevi una risposta efficace ai nuovi droni. Ma ha riconosciuto che, come per molti altri sistemi d’arma, alla fine il problema si riduce alle risorse disponibili. :contentReference[oaicite:7]{index=7}
È un passaggio decisivo perché mostra quanto la guerra tecnologica sia contemporaneamente una guerra economica. Inventare un intercettore efficace è soltanto il primo passaggio. Bisogna poi costruirne migliaia, addestrare gli operatori, distribuirli sul territorio e sostituire quelli utilizzati o distrutti.
Il collegamento con la nuova fabbrica russa
La vicenda assume ancora più significato se letta insieme a quanto emerso nei giorni scorsi sulla crescita dell’industria russa dei droni. Come abbiamo raccontato su La Voce Nuova, documenti ottenuti da Politico mostrano il progetto di Rosatom per ampliare lo stabilimento di fibra di carbonio di Alabuga-Volokno, in Tatarstan.
Secondo una stima dell’esperto David Albright riportata dalla testata, la capacità aggiuntiva potrebbe fornire materiale sufficiente per realizzare fino a 28mila cellule di Shahed-136/Geran-2 ogni anno. Mosca sta contemporaneamente cercando di ridurre la dipendenza dalle importazioni per alcune componenti strategiche e di trasformare Alabuga in un ecosistema industriale sempre più autonomo.
Le due notizie raccontano quindi due facce dello stesso fenomeno. La Russia non sta soltanto costruendo più droni: sta costruendo droni differenti e contemporaneamente aumentando la capacità di produrli.
Quantità e innovazione procedono insieme.
La lezione per l’Europa
Ciò che sta accadendo nei cieli ucraini dovrebbe interessare direttamente anche l’Europa. Molti sistemi di difesa occidentali sono stati progettati per intercettare aerei e missili sofisticati. La proliferazione di droni relativamente economici, prodotti in quantità enormi e continuamente modificati crea invece un problema differente.
Non è economicamente razionale utilizzare indefinitamente intercettori da centinaia di migliaia o milioni di euro contro minacce che possono costare una frazione di quella cifra. Servono quindi difese stratificate, nelle quali Patriot e sistemi analoghi vengano riservati alle minacce più pericolose mentre droni intercettori, cannoni, guerra elettronica e altri strumenti più economici affrontano i bersagli meno sofisticati.
Ma anche qui la tecnologia non basta. L’Europa deve costruire capacità industriale. Se un eventuale conflitto producesse migliaia di attacchi ogni mese, le scorte accumulate in tempo di pace potrebbero esaurirsi rapidamente.
La vera domanda diventerebbe allora la stessa che oggi affronta l’Ucraina: quanto velocemente possiamo sostituire ciò che consumiamo?
La Russia sta imparando mentre combatte
La guerra in Ucraina viene spesso raccontata attraverso le variazioni della linea del fronte. Ma una parte altrettanto importante del conflitto si svolge lontano dalle trincee: nei laboratori, negli stabilimenti industriali, nei software di navigazione e nei centri nei quali vengono analizzati i risultati degli attacchi precedenti.
Ogni intercettazione insegna qualcosa a chi costruisce il drone successivo. Ogni nuova versione obbliga il difensore a trovare una nuova risposta. È un ciclo di innovazione e contro-innovazione che procede a una velocità difficilmente osservata nei conflitti europei degli ultimi decenni.
Il Geran a reazione è importante proprio per questo. Non è necessariamente un’arma rivoluzionaria presa singolarmente. È la dimostrazione della capacità russa di prendere un sistema che l’Ucraina aveva imparato a contrastare e modificarlo abbastanza da ridurre nuovamente l’efficacia delle difese.
Dal 90 al 60%: il numero che racconta la corsa tecnologica
La differenza tra oltre il 90% di intercettazioni delle versioni precedenti e circa il 60% attribuito dall’Aeronautica ucraina ai modelli a reazione deve essere letta con cautela: si tratta di dati forniti da una delle parti in guerra e non sono verificabili indipendentemente in ogni dettaglio. Ma, se presi come indicazione dell’ordine di grandezza, mostrano chiaramente il problema. :contentReference[oaicite:8]{index=8}
L’Ucraina aveva costruito una risposta molto efficace a una determinata minaccia. La Russia ha modificato quella minaccia e l’efficacia della risposta è diminuita. Kiev sta ora sviluppando una nuova generazione di intercettori. Mosca, a sua volta, cercherà presumibilmente di adattarsi.
È questa la vera corsa agli armamenti che si sta svolgendo sopra l’Ucraina.
Una prova generale che riguarda anche la NATO
Per l’Europa la lezione è difficile da ignorare. Gli eserciti della NATO possiedono sistemi di difesa estremamente avanzati, ma devono prepararsi a un avversario che può combinare missili sofisticati con quantità enormi di sistemi più economici, utilizzandoli contemporaneamente per saturare radar e intercettori.
Gli episodi verificatisi negli ultimi mesi lungo il fianco orientale dell’Alleanza hanno già acceso il dibattito sulla capacità europea di affrontare incursioni di droni senza utilizzare ogni volta mezzi enormemente più costosi.
La questione non è sostenere che i Geran russi possano improvvisamente mettere in ginocchio la NATO. Il divario complessivo di capacità rimane molto più articolato. Il punto è un altro: l’Ucraina sta mostrando in condizioni reali quali vulnerabilità potrebbe incontrare qualsiasi sistema di difesa sottoposto per lungo tempo a una pressione quantitativa continua.
Ed è una lezione che sarebbe rischioso ignorare.
Non è più lo Shahed del 2022
Quando la Russia cominciò a utilizzare massicciamente gli Shahed iraniani, l’arma sembrava quasi rudimentale rispetto ai sistemi occidentali più sofisticati. Quattro anni dopo quella stessa famiglia di velivoli è diventata un ecosistema in continua evoluzione, prodotto sempre più direttamente in Russia e utilizzato attraverso tattiche molto più complesse.
La trasformazione racconta qualcosa di più generale sulla guerra moderna: un’arma economica non deve necessariamente restare semplice e un’arma sofisticata non deve necessariamente essere costosissima. La produzione di massa, l’esperienza operativa e la capacità di aggiornare rapidamente il progetto possono trasformare progressivamente un sistema relativamente elementare in una minaccia molto più difficile da affrontare.
Ed è precisamente ciò che sembra essere avvenuto con i Geran.
La battaglia che conta non è soltanto quella di oggi
L’Ucraina troverà probabilmente nuove contromisure. Lo ha già fatto molte volte dall’inizio dell’invasione. I droni intercettori possono diventare una parte importante della risposta e nuovi sistemi di guerra elettronica possono ridurre ulteriormente l’efficacia delle armi russe.
Ma Mosca continuerà a modificare i propri sistemi.
Per questo la questione più importante non è stabilire se il Geran a reazione rappresenti oggi un’arma decisiva. La questione è quale delle due parti riesca a mantenere più a lungo il ritmo dell’innovazione e della produzione.
Ed è qui che il conflitto torna inevitabilmente alle fabbriche.
La Russia sta ampliando la propria capacità produttiva. L’Ucraina ha bisogno di miliardi aggiuntivi per finanziare le contromisure. L’Europa sta cercando di aumentare la produzione di armamenti e sistemi di difesa dopo decenni di investimenti insufficienti.
La guerra del futuro non si decide quindi soltanto quando un drone incontra un intercettore nel cielo.
Si decide mesi prima, quando qualcuno riesce a costruire diecimila droni e qualcun altro deve trovare il modo di costruire diecimila sistemi abbastanza economici per abbatterli.
È questa la corsa che oggi si sta svolgendo sopra l’Ucraina.
Ed è anche quella alla quale l’Europa dovrebbe prepararsi.
Fonti
- Reuters – Jet-powered Russian drones strain Ukraine’s air defences, Sergiy Karazy e Olena Harmash, 22 settembre 2026.
- Politico Europe – Inchiesta sull’espansione della produzione russa di fibra di carbonio ad Alabuga e sulla possibile crescita della capacità produttiva dei droni Geran.
- Aeronautica militare ucraina – Dati sull’intercettazione dei droni a reazione riportati da Reuters.
- Autorità ucraine – Dati sugli attacchi russi, sulle esigenze della difesa aerea e sul fabbisogno finanziario, riportati da Reuters.
- Center for Strategic and International Studies (CSIS) – Analisi sull’evoluzione dell’ecosistema russo dei droni e sulla produzione di sistemi senza pilota.
