Teheran propone la fine del blocco navale, l’allentamento delle sanzioni petrolifere e lo sblocco di miliardi di dollari in cambio del ripristino della navigazione e della ripresa dei negoziati. Secondo il Wall Street Journal, Trump avrebbe respinto il piano e prospettato nuovi bombardamenti dopo le elezioni americane. Ma l’Iran attende ancora una risposta ufficiale. E nello stretto alcune petroliere continuano a passare: il problema è riportare i traffici alla normalità.
Sette giorni per riaprire lo stretto di Hormuz e tornare al tavolo dei negoziati. È la proposta con cui l’Iran cerca di sbloccare il confronto con gli Stati Uniti, intrecciando sicurezza della navigazione, sanzioni economiche e programma nucleare. Un’offerta che arriva mentre la guerra continua a pesare sulle forniture energetiche e mentre Donald Trump si avvicina alle elezioni di metà mandato del 3 novembre.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha illustrato il piano a New York, a margine dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Teheran chiede concessioni economiche e militari in tempi rapidi, offrendo in cambio il ripristino del passaggio marittimo e l’avvio di un negoziato più ampio.
Sul tentativo diplomatico pesa però la ricostruzione del Wall Street Journal: Trump avrebbe rifiutato la proposta e detto ai consiglieri di considerare probabile una ripresa dei bombardamenti dopo le elezioni.
Non si tratta, al momento, di una decisione annunciata pubblicamente dalla Casa Bianca. Nell’aggiornamento del 26 settembre, Reuters riferisce che l’Iran attende ancora una risposta ufficiale americana e precisa di non aver potuto confermare autonomamente la notizia del quotidiano statunitense. È una distinzione essenziale per comprendere una trattativa nella quale dichiarazioni pubbliche, messaggi riservati e pressioni militari procedono insieme. (Reuters)
Che cosa prevede il piano iraniano
La proposta descritta da Araghchi è un percorso a tappe. Gli Stati Uniti dovrebbero interrompere il blocco navale dei porti iraniani, concedere deroghe alle sanzioni sulle vendite di petrolio e consentire a Teheran di recuperare risorse finanziarie congelate all’estero, indicate nelle ricostruzioni disponibili in almeno 12 miliardi di dollari. L’intesa dovrebbe comprendere anche una cessazione delle ostilità estesa alla dimensione regionale del conflitto.
L’Iran renderebbe nuovamente possibile la normale navigazione attraverso Hormuz e riprenderebbe le trattative. I fondi richiesti sono attività iraniane bloccate: lo sblocco non equivarrebbe quindi a un trasferimento di denaro americano a Teheran. Anche sulle sanzioni occorre essere precisi: la richiesta riguarda anzitutto il settore petrolifero, non la cancellazione automatica di ogni misura restrittiva. (RTÉ)
I sette giorni comincerebbero soltanto dopo l’accettazione americana. Non è già partito un conto alla rovescia alla cui scadenza lo stretto si aprirà comunque.
La proposta riprende, accelerandolo, il percorso del memorandum raggiunto a giugno. Quel tentativo prevedeva una fase transitoria più lunga, ma non riuscì a stabilizzare il cessate il fuoco e la navigazione. La nuova offerta prova dunque a ridurre il tempo fra le prime concessioni e la ripresa del confronto diplomatico. (ANSA)
Il nodo decisivo: chi deve fare il primo passo
Dietro il calendario c’è una questione politica più difficile: quali concessioni devono arrivare prima e quali garanzie impediscono che una delle parti si fermi dopo aver ottenuto il proprio vantaggio?
Per Teheran, la fine del blocco e il recupero delle entrate petrolifere rappresenterebbero un sollievo immediato. Per Washington, concedere questi benefici prima di risultati sostanziali sul nucleare potrebbe significare ridurre la pressione economica senza aver risolto la controversia principale.
Questo è il problema negoziale che emerge dalla sequenza proposta. Non basta concordare l’obiettivo finale: bisogna definire chi verifica gli impegni, quando scattano le concessioni e che cosa accade in caso di violazione.
Il precedente di giugno pesa proprio per questo. Allora il Consiglio dell’Unione europea accolse il memorandum come un’opportunità per la stabilità regionale e il ripristino della navigazione, sottolineando però la necessità di arrivare a una soluzione duratura delle questioni ancora aperte. Tre mesi dopo, quelle questioni continuano a condizionare il negoziato. (Consiglio europeo)
Il no attribuito a Trump e il peso delle elezioni
Secondo il Wall Street Journal, il presidente americano sarebbe scettico sulla disponibilità iraniana ad accettare le richieste statunitensi sul programma nucleare. Da qui il rifiuto dell’offerta e l’ipotesi di tornare a una campagna di bombardamenti dopo le elezioni di novembre.
La ricostruzione va mantenuta attribuita al giornale. Non consente di presentare una nuova offensiva come già decisa, né di fissarne una data. (Wall Street Journal)
Il calendario elettorale crea comunque una pressione evidente. Il 3 novembre gli americani rinnoveranno tutti i seggi della Camera dei rappresentanti e circa un terzo del Senato. L’esito determinerà gli equilibri del Congresso per la seconda metà del mandato presidenziale. (USAGov)
Sul piano politico, un accordo che favorisse una riduzione dei costi energetici darebbe a Trump un risultato da rivendicare. Un’intesa percepita come troppo favorevole all’Iran potrebbe invece esporlo all’accusa di aver rinunciato agli obiettivi proclamati durante la guerra.
È una possibile chiave di lettura della trattativa, non una prova delle intenzioni private del presidente. La scadenza elettorale aumenta l’incentivo a ottenere un risultato rapidamente, ma può anche irrigidire le condizioni necessarie per presentarlo come una vittoria.

Hormuz non è completamente chiuso: perché allora si parla di riapertura?
La formula “riaprire Hormuz” rischia di suggerire una situazione troppo semplice: nessuna nave passa oggi, tutte potranno passare domani. La realtà è più complessa.
Il traffico attraverso lo stretto continua, pur in condizioni anomale e pericolose. Il 25 settembre Reuters, citando dati preliminari di Kpler, riferiva che dall’inizio della settimana del 20 settembre erano usciti attraverso Hormuz 33,7 milioni di barili di greggio. Sono dati parziali, relativi a un periodo specifico, ma sufficienti a escludere l’idea di un’interruzione assoluta. (Reuters, dati sui transiti)
Durante l’estate gli Stati Uniti hanno condotto operazioni di sminamento e protetto il movimento delle petroliere. Il 25 agosto Trump annunciò la rimozione delle mine dalla principale corsia di navigazione; Axios riportò conferme di funzionari statunitensi sulle operazioni effettuate. (Axios)
Ma consentire il passaggio di alcune navi non equivale a ripristinare un servizio commerciale regolare, prevedibile e sostenibile. Gli armatori devono valutare il rischio per equipaggi e carichi, la disponibilità di coperture assicurative, i tempi del viaggio e la possibilità di completarlo senza incidenti.
Anche il conteggio dei transiti richiede cautela. La statunitense Energy Information Administration segnala che, dall’inizio della crisi, i dati del sistema di identificazione automatica delle navi, l’AIS, sono diventati particolarmente inaffidabili nell’area. Le stime devono quindi incrociare più fonti: l’assenza di una traccia pubblica non dimostra da sola l’assenza di una nave. (EIA)
La vera riapertura si misurerebbe nella possibilità di navigare stabilmente, con volumi e condizioni compatibili con il commercio ordinario.
Il petrolio passa, ma il sistema paga un prezzo
La pressione sul mercato non dipende soltanto dai barili che restano bloccati. Dipende anche da quanto costa trasportare quelli che riescono a uscire.
Una ricostruzione Reuters del 25 settembre descrive le difficoltà dei trasferimenti di petrolio da nave a nave nel Golfo di Oman, arrivati ai limiti della capacità disponibile mentre crescono alcuni flussi dall’interno del Golfo. Per movimentare il greggio servono più unità, operazioni aggiuntive e una logistica più complessa. (Reuters, trasporti petroliferi)
È un passaggio centrale: il sistema può continuare a funzionare e, contemporaneamente, diventare molto più costoso e fragile.
Per capire la dimensione del problema basta il dato precedente alla guerra. Nel primo semestre del 2025, secondo l’EIA, attraverso Hormuz transitavano mediamente 20,9 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi, equivalenti a circa un quinto del consumo mondiale di liquidi petroliferi. Non è il volume attuale, ma il riferimento che mostra l’importanza dello stretto per gli equilibri energetici. (EIA, snodi petroliferi mondiali)
Le alternative esistono, ma non sostituiscono lo stretto
Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di oleodotti che permettono di esportare parte del greggio evitando Hormuz. Queste infrastrutture offrono una protezione importante, ma la loro capacità non basta a sostituire tutti i flussi che normalmente attraversano il passaggio.
L’Agenzia internazionale dell’energia, nella scheda pubblicata all’inizio del 2026, stimava tra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno la capacità allora disponibile per deviare i flussi attraverso i principali oleodotti alternativi sauditi ed emiratini. È una stima legata alle condizioni operative di quel periodo, non una misura della capacità libera oggi. (IEA, scheda su Hormuz)
Inoltre, un oleodotto trasporta petrolio: non risolve automaticamente le difficoltà delle esportazioni di gas naturale liquefatto.
Costruire nuove vie d’uscita può ridurre la dipendenza nel tempo. Nel breve periodo, però, produttori e compratori devono fare i conti con le infrastrutture esistenti, la disponibilità delle navi e la sicurezza degli altri passaggi marittimi. Spostare un carico su una rotta diversa non significa sempre sottrarlo al rischio.
Il nucleare resta la questione più difficile
La disponibilità a tornare al tavolo non dimostra che esista già un compromesso sul programma nucleare.
Un alto funzionario iraniano ha dichiarato a Reuters che l’eventuale accettazione del piano su Hormuz non comporterebbe flessibilità sui diritti rivendicati da Teheran, compreso l’arricchimento dell’uranio. La stessa fonte ha escluso concessioni sul trasferimento delle scorte fuori dal Paese. (Reuters)
Circolano però anche ricostruzioni differenti. The National, citando fonti informate sulla posizione iraniana, ha riferito di un possibile compromesso sulle scorte arricchite al 60%, che comprenderebbe un trasferimento a una terza parte. Sono indicazioni non concordanti provenienti da fonti riservate, non clausole pubblicamente accettate. (The National)
Il contrasto fra queste versioni invita alla prudenza. Un negoziato può esplorare opzioni che le parti negano pubblicamente, ma può anche essere accompagnato da indiscrezioni usate per misurare le reazioni o condizionare l’interlocutore.
Per giudicare un eventuale accordo serviranno impegni verificabili: limiti concordati, accesso agli impianti, controllo dei materiali e cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il 24 settembre, incontrando il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, il presidente del Consiglio europeo António Costa ha chiesto proprio la ripresa della cooperazione con l’AIEA, insieme al ripristino della libertà di navigazione. (Consiglio europeo)
Perché la proposta comprende anche il Libano
L’offerta iraniana lega il passaggio marittimo a un cessate il fuoco che includa il Libano. Questo amplia molto la trattativa: un accordo fra Washington e Teheran dovrebbe produrre effetti anche su un fronte nel quale operano Israele e Hezbollah.
Associated Press riferisce che la dimensione libanese è parte delle condizioni illustrate da Araghchi. La stessa ricostruzione segnala resistenze interne iraniane verso la diplomazia, con settori più intransigenti favorevoli a proseguire la pressione per ottenere maggiori concessioni. (Associated Press)
La conseguenza politica è che la tenuta dell’intesa non dipenderebbe soltanto dalla firma di due governi. Servirebbe un’applicazione coerente su più fronti, con interlocutori che hanno priorità diverse e la capacità di influenzare il negoziato attraverso le proprie azioni.
Il conto per l’Italia e per l’Europa
Per l’Europa, Hormuz riguarda il costo dell’energia anche quando una specifica fornitura arriva da un’altra regione. Petrolio e gas vengono scambiati su mercati collegati: una carenza nel Golfo spinge gli acquirenti a cercare carichi alternativi, aumentando la competizione sulle stesse disponibilità.
Nel rapporto sul gas del terzo trimestre 2026, l’IEA rileva che i prezzi europei e asiatici, pur scesi rispetto ai massimi di marzo, restano nettamente superiori ai livelli del 2025. Il recupero rispetto alla fase più acuta della crisi non coincide dunque con il ritorno alla situazione precedente. (IEA, Gas Market Report)
Per famiglie e imprese italiane il rischio passa attraverso carburanti, trasporti, produzione industriale e costi energetici. Non significa che ogni tensione nello stretto si trasformi immediatamente in un identico aumento delle bollette: contano contratti, scorte, cambio, fiscalità e tempi di trasmissione dei prezzi. Significa però che una crisi prolungata mantiene una pressione economica che la sola diversificazione dei fornitori non può eliminare.
Il rapporto petrolifero di settembre dell’IEA colloca ormai nell’anno successivo la prospettiva di normalizzazione dei flussi, alla luce dello stallo negoziale. È una previsione condizionata dall’evoluzione del conflitto, che un accordo credibile potrebbe modificare. Mostra però quanto il mercato abbia già dovuto adattarsi alla durata della crisi. (IEA, Oil Market Report)
Sette giorni possono aprire il negoziato. La stabilità richiederà di più
La proposta iraniana offre un calendario rapido per affrontare un problema immediato: interrompere la pressione militare ed economica e rendere nuovamente regolare la navigazione. La sua debolezza è che rinvia al negoziato successivo alcune delle questioni sulle quali la fiducia fra le parti è più bassa.
Un’intesa potrebbe ridurre il rischio e favorire il ritorno delle navi. Per durare dovrebbe però chiarire come vengono verificati gli impegni, quali concessioni sono reversibili e come evitare che una crisi su un altro fronte riporti Hormuz nella trattativa.
Per l’Unione europea resta inoltre un principio preciso: il passaggio attraverso lo stretto deve essere libero, sicuro e senza ostacoli, come Costa ha ribadito all’ONU il 24 settembre. La navigazione internazionale non può dipendere stabilmente da autorizzazioni politiche negoziate a ogni nuova escalation. (Discorso di Costa all’Assemblea generale)
La verifica del piano iraniano sarà quindi duplice: ottenere l’accettazione americana e trasformare una pausa in condizioni affidabili per chi deve tornare a navigare. I sette giorni, se concordati, sarebbero l’inizio di quel percorso.
Fonti
- Reuters, 26 settembre 2026: la proposta iraniana, l’attesa della risposta americana e la ricostruzione del Wall Street Journal.
- ANSA, 25 settembre 2026: il piano di sette giorni illustrato da Araghchi.
- Associated Press, 25 settembre 2026: le condizioni della proposta e il fronte libanese.
- Reuters, 25 settembre 2026: dati preliminari sui flussi petroliferi e difficoltà logistiche nel Golfo di Oman.
- EIA: importanza energetica di Hormuz e alternative al transito.
- IEA: rapporto petrolifero di settembre 2026 e rapporto sul gas del terzo trimestre 2026.
- Consiglio europeo: posizione sul memorandum USA-Iran e sulla sicurezza della navigazione.
Quadro aggiornato alle informazioni disponibili il 26 settembre 2026.
