Non è guerra, almeno secondo le categorie con cui l’Europa ha imparato a riconoscerla. Non ci sono divisioni russe che attraversano il confine polacco, missili lanciati deliberatamente contro Berlino o carri armati diretti verso Tallinn. E proprio qui si trova il problema. Negli ultimi mesi si sono moltiplicati in Europa sabotaggi, cyberattacchi, operazioni di disinformazione, interferenze elettroniche, droni e azioni contro infrastrutture critiche che governi e servizi occidentali attribuiscono, in numerosi casi, direttamente o indirettamente alla Russia. Azioni diverse tra loro, spesso difficili da attribuire immediatamente e quasi sempre abbastanza limitate da rimanere sotto la soglia di un attacco militare convenzionale.
La pressione, però, sta aumentando. E dentro la NATO comincia a emergere una domanda che fino a poco tempo fa sembrava soprattutto teorica: quanti attacchi “ibridi” servono perché l’insieme venga considerato un vero attacco contro un Paese dell’Alleanza? È la zona grigia nella quale Mosca sembra muoversi con crescente aggressività: abbastanza pericolosa da costringere l’Europa a difendersi, ma finora non abbastanza chiaramente definita da provocare una risposta collettiva.
Dal sabotaggio alla guerra: il problema della soglia
La NATO non esclude affatto che un attacco ibrido possa far scattare l’articolo 5, la clausola fondamentale del Trattato Atlantico secondo la quale un attacco armato contro uno degli alleati viene considerato un attacco contro tutti. La posizione ufficiale dell’Alleanza è volutamente elastica: un “attacco armato” non deve necessariamente assumere la forma tradizionale di un’invasione militare e un cyberattacco o un’operazione ibrida particolarmente grave potrebbero raggiungere la soglia dell’articolo 5. La decisione, però, verrebbe presa caso per caso.
Ed è precisamente questa elasticità a rappresentare contemporaneamente una forza e una debolezza. È una forza perché impedisce a un avversario di conoscere in anticipo la soglia esatta oltre la quale scatterebbe la risposta collettiva. Ma può diventare una debolezza se quello stesso avversario interpreta l’ambiguità come uno spazio nel quale avanzare gradualmente senza incontrare una reazione proporzionata. Secondo quanto ricostruito da Politico, alcuni alleati stanno discutendo informalmente proprio della possibilità di chiarire quando un accumulo di attacchi non convenzionali possa oltrepassare quella soglia. Al momento, tuttavia, non esiste un consenso.
Lipsia, il salto di qualità
Uno degli episodi più gravi è quello avvenuto in Germania. Il tentativo di attacco con droni contro l’aeroporto di Lipsia-Halle, uno dei principali hub cargo europei e uno snodo importante anche per i collegamenti con l’Ucraina, ha mostrato quanto la guerra ibrida possa avvicinarsi pericolosamente alle conseguenze di un’azione militare convenzionale. L’operazione è stata sventata, ma un drone esplosivo diretto contro un aeroporto europeo introduce una domanda molto più difficile rispetto alla tradizionale attività di spionaggio o alle campagne di disinformazione: cosa sarebbe accaduto se l’attacco fosse riuscito e avesse provocato vittime?
Finora, secondo un alto funzionario europeo della difesa citato da Politico, i servizi di intelligence hanno fatto un buon lavoro. Ma nella valutazione dei funzionari occidentali c’è stata anche una componente di fortuna: gli episodi più pericolosi non hanno prodotto conseguenze catastrofiche. È proprio la prospettiva di un futuro sabotaggio riuscito, magari con vittime civili, a rendere sempre più urgente la definizione di una risposta. Perché affidarsi alla capacità dei servizi di prevenire ogni singola operazione non può diventare una strategia permanente di sicurezza.
Il nuovo allarme al confine con la Polonia
Nelle ultime ore un altro episodio ha aumentato ulteriormente la tensione. Un drone russo ha colpito un treno nell’Ucraina occidentale, vicino al confine con la Polonia, poco dopo il passaggio nella stessa area di alti funzionari occidentali della sicurezza. L’attacco è avvenuto in territorio ucraino e quindi non costituisce un’aggressione contro un Paese NATO, ma la vicinanza geografica alla Polonia e la natura dell’obiettivo hanno aumentato la preoccupazione nelle capitali europee.
Varsavia osserva con particolare attenzione ciò che accade lungo quella frontiera, anche perché le infrastrutture dell’area rappresentano uno dei principali collegamenti tra l’Ucraina e i Paesi occidentali. Più gli attacchi si avvicinano al territorio dell’Alleanza, più sottile diventa il confine tra la guerra combattuta in Ucraina e la sicurezza diretta dell’Europa. È uno dei motivi per cui, secondo fonti diplomatiche citate da Politico, all’interno della NATO la pressione per discutere una risposta più chiara sta aumentando.
Non soltanto droni: la guerra invisibile
Concentrarsi soltanto sugli episodi più spettacolari rischia però di far perdere di vista la dimensione complessiva del fenomeno. L’Unione europea considera ormai le attività ibride russe una campagna coordinata e di lungo periodo. Nella definizione europea rientrano sabotaggi, perturbazioni delle infrastrutture critiche, cyberattacchi, manipolazione delle informazioni, interferenze straniere e tentativi di compromettere i processi democratici. La NATO utilizza un quadro ancora più ampio, nel quale possono rientrare provocazioni alle frontiere, interferenze elettroniche, operazioni informatiche, disinformazione, influenza politica ed economica e altre forme di pressione non convenzionale.
Il vantaggio strategico di questo tipo di operazioni è evidente. Una bomba attribuita immediatamente alle forze armate russe produce una risposta politica quasi automatica. Un incendio apparentemente accidentale, un server paralizzato, un cavo danneggiato, un drone di provenienza inizialmente incerta o una campagna di disinformazione richiedono invece tempo per essere attribuiti a qualcuno. Ed è proprio il tempo uno degli strumenti più efficaci della guerra ibrida.
Il problema dell’attribuzione
Per reagire bisogna prima sapere a chi reagire. Un missile possiede una traiettoria, un punto di lancio e spesso una firma tecnologica identificabile. Un’operazione clandestina può invece passare attraverso intermediari, cittadini reclutati online, gruppi criminali, società di copertura o infrastrutture informatiche collocate in Paesi terzi. L’attribuzione diventa quindi una parte fondamentale della deterrenza e, allo stesso tempo, uno dei suoi punti più vulnerabili.
Secondo Politico, i Paesi NATO stanno discutendo proprio su come attribuire più rapidamente e collettivamente gli attacchi al Cremlino. Se ogni governo deve condurre autonomamente settimane o mesi di verifiche prima di indicare pubblicamente un responsabile, la capacità di risposta dell’Alleanza rischia infatti di essere molto più lenta della capacità offensiva dell’avversario. È una delle principali asimmetrie di questa nuova forma di conflitto: per compiere un sabotaggio può bastare una notte, mentre per dimostrare pubblicamente chi lo abbia ordinato può servire molto più tempo.
La strategia della soglia
È qui che emerge la possibile logica complessiva. Mosca non avrebbe necessariamente interesse a provocare una guerra diretta con la NATO, un’escalation che comporterebbe rischi enormi anche per la Russia. Può essere molto più conveniente avvicinarsi continuamente alla soglia senza oltrepassarla in modo inequivocabile, alternando sabotaggi, cyberattacchi, operazioni di influenza, droni e azioni contro infrastrutture.
Ogni singolo episodio può risultare insufficiente a giustificare una risposta militare. L’insieme, però, può produrre effetti strategici considerevoli: costringere gli Stati europei a spendere di più per la sicurezza, creare paura nella popolazione, aumentare il costo del sostegno all’Ucraina e soprattutto alimentare il dubbio sulla capacità delle istituzioni occidentali di proteggere i propri cittadini. È una strategia che sfrutta una caratteristica fondamentale delle democrazie occidentali: le decisioni più gravi richiedono prove, procedure, consenso politico e coordinamento tra molti governi.
Il dilemma dell’articolo 5
Definire una linea rossa sembra allora la soluzione più semplice, ma presenta un problema altrettanto serio. Supponiamo che la NATO dichiari pubblicamente che un determinato tipo di sabotaggio farà scattare l’articolo 5. Se quell’attacco avviene e l’Alleanza non reagisce come promesso, la deterrenza ne uscirebbe profondamente indebolita. È il motivo per cui un alto funzionario europeo della difesa citato da Politico avverte che qualsiasi chiarimento sulla soglia dovrebbe essere accompagnato da una reale volontà politica di rispondere.
Una linea rossa che nessuno è disposto a difendere può essere peggiore dell’ambiguità. Dall’altra parte, continuare a non indicare alcuna soglia può convincere Mosca che esista sempre un altro passo possibile senza conseguenze decisive. È il paradosso nel quale si trova oggi la NATO: deve rendere sufficientemente credibile la minaccia di una risposta senza creare un automatismo che possa trasformare un sabotaggio, magari di attribuzione inizialmente incerta, nell’innesco di un conflitto diretto con una potenza nucleare.
L’incognita Trump
Su questo dilemma pesa inoltre una questione politica che riguarda direttamente Washington. Gli alleati europei continuano a interrogarsi sulla disponibilità degli Stati Uniti di Donald Trump a intervenire qualora la situazione degenerasse. Politico riferisce che proprio questa incertezza rende alcuni governi dell’Europa orientale più cauti persino nel discutere apertamente dell’articolo 5.
Il timore è paradossale ma comprensibile: invocare la difesa collettiva e scoprire che Washington non è disposta a sostenerla potrebbe produrre un danno alla credibilità della NATO ancora maggiore rispetto al non invocarla. La deterrenza, infatti, funziona soprattutto quando l’avversario è convinto che una minaccia verrà realmente eseguita. Se Putin dovesse arrivare alla conclusione opposta, l’intera architettura della sicurezza europea diventerebbe più vulnerabile.
L’Europa risponde, ma resta divisa
L’Unione europea non è rimasta immobile. Bruxelles ha creato uno specifico regime di sanzioni contro le attività ibride russe, colpendo persone ed entità accusate di sabotaggio, disinformazione, interferenza politica e altre attività destabilizzanti. La responsabile della politica estera europea Kaja Kallas sta inoltre preparando nuove misure, mentre il Parlamento europeo si appresta a discutere documenti che indicano la Russia come la più grave minaccia ibrida per l’Unione e i suoi Stati membri.
Ma resta il problema politico. Quando bisogna passare dalla condanna alla risposta, l’Europa continua a mostrare divisioni. Alcuni governi chiedono una linea molto più dura; altri temono che una risposta aggressiva possa provocare proprio quella escalation militare che la strategia occidentale cerca di evitare dall’inizio dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina. Mosca conosce perfettamente queste differenze e la lentezza con cui ventisette Paesi dell’Unione e trentadue membri della NATO devono costruire decisioni comuni può diventare essa stessa una vulnerabilità.
Difendere un ospedale può diventare spesa per la sicurezza
C’è poi un cambiamento meno spettacolare ma forse altrettanto importante. La guerra ibrida sta modificando persino il concetto di spesa per la difesa. Non basta acquistare carri armati, caccia o sistemi missilistici. Proteggere un Paese significa rendere più resistenti reti elettriche, ospedali, telecomunicazioni, ferrovie, aeroporti, porti, data center e infrastrutture digitali.
Gli alleati stanno discutendo su quali investimenti di questo tipo possano essere contabilizzati negli impegni assunti sulla sicurezza e sulla resilienza civile. È un passaggio concettuale significativo: se un avversario può mettere in difficoltà uno Stato senza attraversarne militarmente il confine, allora anche la difesa deve cominciare molto prima del confine. La resilienza delle infrastrutture civili diventa così una componente della deterrenza tanto quanto la disponibilità di sistemi d’arma.
La vera battaglia è sulla deterrenza
Il problema che emerge dagli ultimi episodi non è quindi soltanto stabilire se la Russia abbia ordinato questo o quel sabotaggio. È capire quando la somma di tanti attacchi apparentemente minori diventa strategicamente equivalente a un’aggressione. La NATO ha costruito per oltre settant’anni la propria deterrenza intorno a un principio estremamente semplice: se attacchi uno di noi, attacchi tutti. La guerra ibrida mette alla prova proprio quella semplicità.
Cosa accade se nessuno invade la Polonia, ma qualcuno paralizza la sua rete elettrica? Se nessun missile colpisce la Germania, ma un drone tenta di distruggere un aereo in un aeroporto tedesco? Se non ci sono carri armati sul territorio europeo, ma contemporaneamente vengono colpite infrastrutture, sistemi informatici e processi democratici? La risposta non può essere automatica, ma non può nemmeno essere indefinitamente rinviata, perché la deterrenza non consiste soltanto nell’avere la forza necessaria per reagire: consiste soprattutto nel convincere l’avversario che, superata una certa soglia, quella forza verrà realmente utilizzata.
Ed è probabilmente questa la domanda che oggi Mosca sta ponendo all’Europa, un incidente dopo l’altro. Non quanto sia forte la NATO, perché la superiorità militare complessiva dell’Alleanza non è il vero oggetto del test. La domanda è molto più insidiosa: fino a dove può spingersi la Russia prima che la NATO decida di dimostrare concretamente quella forza?
Fonti
- NATO – Documentazione ufficiale su difesa collettiva, articolo 5 e minacce ibride.
- Consiglio dell’Unione europea – Regime sanzionatorio e documentazione sulle attività ibride russe contro l’UE e i suoi Stati membri.
- Politico Europe – Europe hesitates as Russian attacks escalate, 14 settembre 2026.
- Reuters – Aggiornamenti sugli attacchi russi e sulle reazioni dei governi europei.
- Fonti istituzionali e stampa internazionale – Ricostruzione degli episodi relativi alle infrastrutture europee e del dibattito sulla risposta NATO.
