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Garlasco, il DNA sui pedali torna sotto esame: due analisi negative riaprono un nodo della condanna di Stasi

Secondo una nuova ricostruzione, nei dati del RIS del 2007 compaiono due esami successivi senza un profilo genetico utilizzabile, mai portati all’attenzione dei giudici. La Procura di Pavia ha ascoltato gli uomini che si occuparono delle analisi. Sono domande serie, ma non autorizzano ancora a parlare di DNA inventato o di depistaggio accertato.

Per diciannove anni, il DNA attribuito a Chiara Poggi sui pedali della bicicletta Umberto Dei di Alberto Stasi è stato uno degli elementi discussi nei processi per il delitto di Garlasco. Ora sono le analisi eseguite su quel campione nel 2007 a tornare sotto esame.

Secondo una ricostruzione di Massimo Pisa pubblicata da Repubblica il 28 settembre 2026, nei dati grezzi delle lavorazioni del RIS di Parma risultano due analisi successive che non avrebbero restituito un profilo genetico utilizzabile. I relativi tracciati, sostiene il giornale, non sarebbero stati comunicati alla magistratura né esaminati nei diversi gradi di giudizio. La Procura di Pavia sta cercando di chiarire come furono prodotti, interpretati e trasmessi i risultati di allora.

È una notizia potenzialmente importante. Ma il suo significato va misurato con precisione: due esiti negativi successivi non dimostrano, da soli, che un precedente esito positivo fosse falso. E la possibilità che siano mancati documenti al processo non dimostra, da sola, che qualcuno li abbia nascosti intenzionalmente.

La questione, oggi, è capire se i giudici abbiano potuto valutare tutti i dati rilevanti di un accertamento che contribuì alla condanna definitiva di Stasi.

Che cosa dissero le analisi del 2007

Chiara Poggi fu uccisa il 13 agosto 2007 nella sua casa di Garlasco. Durante le prime indagini, il RIS analizzò un campione prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei nella disponibilità del fidanzato, Alberto Stasi.

Il percorso tecnico ricostruito da Repubblica non fu lineare. I test iniziali per la ricerca di sangue diedero esito negativo. Una prima quantificazione del DNA risultò inibita, cioè non fornì un risultato interpretabile. Dopo ulteriori lavorazioni venne rilevata una concentrazione di 2,78 nanogrammi per microlitro e fu ottenuto un profilo attribuito a Chiara Poggi.

Occorre distinguere tre cose che nella discussione pubblica vengono spesso sovrapposte. Un test negativo per il sangue non equivale all’assenza di DNA. Un test genetico inibito non equivale a dimostrare che nel campione non ci fosse materiale genetico. E individuare il DNA di una persona non consente necessariamente di stabilire quale sostanza biologica lo contenesse, quando sia stata depositata o in che modo sia arrivata sul reperto.

La natura del materiale sui pedali fu infatti controversa già nei processi. La sentenza definitiva della Cassazione dà conto delle valutazioni discordanti sulla sua possibile origine. Il collegamento con il sangue della vittima era un’ipotesi accusatoria; non era stato dimostrato scientificamente che la traccia fosse sangue.

La novità: che cosa mostrerebbero i dati grezzi

I raw data sono i dati prodotti dagli strumenti di laboratorio prima che l’esito sia sintetizzato in una relazione. La loro rilettura permette di controllare i tracciati, le operazioni eseguite e le scelte con cui un risultato è stato interpretato.

Secondo Repubblica, nel caso del campione dei pedali emergerebbe una sequenza più articolata di quella nota attraverso le relazioni utilizzate nel processo: un primo profilo parziale, una successiva lettura con coincidenza dei marcatori attribuiti a Chiara Poggi e, il giorno seguente, due ulteriori corse elettroforetiche senza un profilo utile.

La difesa di Stasi attribuisce a questi ultimi esiti un peso decisivo. Il giornale riferisce che anche consulenti incaricati dalla Procura di Pavia hanno studiato i dati e che i magistrati hanno avviato accertamenti sulla documentazione delle analisi. I contenuti completi delle nuove valutazioni tecniche, però, dovranno essere esaminati nel contraddittorio fra le parti prima di poter trarre conclusioni definitive.

Il punto non è semplicemente contare quanti test siano positivi e quanti negativi. Un campione biologico può essere suddiviso e lavorato più volte; risultati diversi possono richiedere spiegazioni legate alla quantità disponibile, ai passaggi di laboratorio e alla qualità del profilo ottenuto. Senza ricostruire l’intera sequenza tecnica, l’ultimo risultato non cancella automaticamente il precedente.

Se le due corse negative esistono nei termini descritti e non furono rese disponibili a giudici e difese, resta comunque una domanda essenziale: perché un dato potenzialmente rilevante non entrò nella valutazione del reperto?

Il numero 2,78 e il cucchiaino di Chiara

Un’altra anomalia discussa negli ultimi mesi riguarda la concentrazione indicata per il campione dei pedali: 2,78 nanogrammi per microlitro, lo stesso numero associato in passato a un cucchiaino utilizzato da Chiara Poggi.

La coincidenza aveva alimentato il sospetto di uno scambio di campioni. Ma due valori numerici uguali non provano uno scambio. Una precedente consulenza dei genetisti Carlo Previderè e Pierangela Grignani, incaricati dalla Procura di Pavia, ha evidenziato che le due quantificazioni erano state ottenute con metodi differenti. La loro posizione, riportata da Virgilio Notizie sulla base della relazione citata da LaPresse, non avallava l’ipotesi dello scambio dedotta dalla sola coincidenza del numero.

La nuova ricostruzione di Repubblica solleva ulteriori interrogativi anche sulla lettura dei dati del cucchiaino. Sono questioni che richiedono l’esame dei tracciati, dei metodi utilizzati e delle soglie di interpretazione. Non basta definirle “errori” o “manipolazioni” prima che siano chiarite.

Lo stesso vale per il riferimento, nell’articolo, a un’assegnazione manuale dei marcatori genetici. Il fatto che un operatore intervenga nell’interpretazione di un tracciato non dimostra di per sé che abbia inserito un risultato falso. Bisogna verificare se la scelta fosse giustificata dai dati e documentata secondo le procedure adottate.

Perché i pedali pesarono nel processo

La bicicletta non era un dettaglio marginale. Nella ricostruzione accolta dai giudici, la presenza di DNA attribuito a Chiara Poggi sui pedali della Umberto Dei si collegava alle valutazioni su un’altra bicicletta, nera, e sull’ipotesi di una sostituzione dei pedali.

La Cassazione, nella sentenza che ha reso definitiva la condanna di Stasi, attribuì alla traccia una valenza indiziaria nel quadro degli altri elementi considerati dai giudici. Ricordare questo passaggio serve a evitare due semplificazioni opposte.

La prima sarebbe minimizzare la novità: se il fondamento scientifico di un indizio rilevante risultasse meno solido di quanto appariva negli atti, la questione avrebbe conseguenze serie per la rilettura del processo.

La seconda sarebbe sostenere che, tolto quell’indizio, la condanna cada automaticamente. La decisione definitiva si fondò su una valutazione complessiva. Stabilire quale peso avrebbe avuto una documentazione tecnica diversa spetterebbe a un giudice chiamato a esaminare un’eventuale domanda di revisione.

Perché la Procura ha ascoltato gli ex uomini del RIS

Nei giorni scorsi la Procura di Pavia ha sentito Luciano Garofano, allora comandante del RIS di Parma, e altri militari che operarono nelle indagini originarie. Garofano ha confermato di essere stato ascoltato, mantenendo riservato il contenuto dell’audizione. RaiNews riferisce che gli approfondimenti potrebbero riguardare gli accertamenti scientifici del 2007.

Repubblica indica anche i nomi di Alberto Marino, responsabile delle operazioni sui pedali, e Giorgio Portera, collegato secondo la ricostruzione a un’utenza comparsa nei dati di laboratorio. Sono elementi da chiarire, non indicazioni di responsabilità personale. Sapere chi abbia eseguito ciascuna operazione è necessario per ricostruire il lavoro svolto; non equivale ad attribuirgli un illecito.

Anche la parola “depistaggio”, presente nel titolo dell’articolo di partenza, deve restare per ora un’ipotesi. Un conto è accertare che vi siano tracciati non confluiti nelle relazioni conosciute dai giudici. Altro è dimostrare chi ne fosse a conoscenza, quale obbligo avesse di trasmetterli e se vi sia stata una scelta deliberata di occultarli.

Sono proprio queste le domande alle quali gli inquirenti dovranno cercare risposta.

Le due strade giudiziarie restano distinte

Il riesame delle analisi del 2007 si intreccia con la nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, nella quale Andrea Sempio è indagato. Il 28 settembre è il termine indicato dalla Procura per gli accertamenti integrativi; la successiva conoscenza degli atti consentirà alla difesa di Sempio di esaminare le nuove consulenze e contestarle. La conclusione delle indagini non è una condanna e non comporta automaticamente un processo. ANSA ha ricostruito gli accertamenti ancora attesi e i passaggi successivi.

Separato è il percorso di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a sedici anni. I suoi avvocati stanno valutando una richiesta di revisione. Perché quella strada possa incidere sulla sentenza, non basta l’apertura di una nuova indagine né il titolo di un articolo: occorrono elementi nuovi sottoposti alla valutazione dei giudici competenti.

Allo stesso modo, un eventuale processo a Sempio non renderebbe automaticamente falsa la precedente sentenza. Sono procedimenti diversi, con questioni probatorie e decisioni che dovranno essere affrontate nelle rispettive sedi.

La domanda che non si può eludere

Il caso dei pedali merita attenzione proprio perché riguarda la qualità della prova scientifica, non perché offra già un verdetto alternativo.

Se i dati grezzi mostrano esami ulteriori rispetto a quelli conosciuti nel processo, bisogna stabilire che cosa significassero, chi li esaminò e perché non furono sottoposti alla valutazione dei giudici. Se invece esistono spiegazioni tecniche documentate, devono essere rese comprensibili e confrontabili con le nuove consulenze.

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, la domanda più rigorosa non è se una rivelazione giornalistica abbia già “riscritto Garlasco”. È se la prova sui pedali sia stata valutata sulla base di un quadro completo.

La risposta non può arrivare da una formula — “DNA inventato”, “depistaggio”, “caso chiuso” — prima dell’esame degli atti. Può arrivare soltanto da una verifica trasparente dei dati e dal confronto fra interpretazioni tecniche diverse. È ciò che si deve alla vittima, alle persone coinvolte e alla credibilità della giustizia.